Identità di genere, emancipazione, riflessioni sul corpo e sulla maternità. Sono questi i temi maggiori (ma non gli unici) a interessare le registe italiane impegnate nel cinema drammatico. L’identità di genere è al centro del lavoro di Laura Bispuri, che dall’esordio con Vergine giurata, fino al secondo film Figlia mia (guarda la video recensione), riflette sui confini e le frontiere della sessualità e dell’identità. Un argomento caro anche a Margherita Ferri, che nel suo esordio del 2018 Zen - Sul ghiaccio sottile ha affrontato la sessualità liquida e inquieta di un’adolescente di provincia, bullizzata dai compagni di scuola. Toccano da vicino i temi dell’emancipazione Giorgia Cecere – sia con l’esordio Il primo Incarico, sul “risveglio” di una maestra nella Puglia anni ’50, che con l’opera seconda In un posto bellissimo, racconto intimista di una presa di coscienza attraverso l’amore – ma anche Michela Occhipinti, documentarista all’esordio nella finzione con Il corpo della sposa - Flesh Out, su una giovane donna della Mauritania moderna stretta tra volontà individuale e tradizione sociale. La quotidianità di una coppia di donne omosessuali è raccontata nell’ultimo film di Maria Sole Tognazzi Io e lei, che coniuga idealmente l’interesse della regista per le relazioni (Passato prossimo, L’uomo che ama) con i grandi caratteri femminili (Viaggio sola).
La maternità è il cuore dell’opera prima di finzione di Maura Delpero, che in Maternal (guarda la video recensione) mette a confronto una madre minorenne che rifiuta le sue responsabilità e una giovane suora che nasconde e reprime il desiderio di maternità. E la maternità come diritto è il tema di Mamma + Mamma di Karole Di Tommaso, in cui due ragazze innamorate e conviventi si imbarcano nell’impresa di coronare il proprio sogno: dare alla luce e crescere un bambino.
Il corpo, la malattia, il lutto e l’accudimento sono grandi temi intorno ai quali ruotano i primi due film da regista dell’attrice Valeria Golino, Miele ed Euforia (guarda la video recensione), ma che tornano anche nell’opera prima di finzione Non lo so ancora, della documentarista Fabiana Sargentini, sull’incontro in ospedale tra una quarantenne e un ottantenne entrambi in attesa del risultato dei propri esami, e ancora nell’esordio di Katja Colja con Rosa, storia di una coppia di sessantenni divisa dalla morte del figlio. E se il rapporto con la diversità e la malattia è un tema forte di Lontano da qui (guarda la video recensione), secondo film dell’italiana all’estero Sara Colangelo – da tempo trasferita a New York – la riflessione sul corpo femminile, come oggetto dello sguardo maschile e strumento di desiderio, è il filo rosso che tiene insieme Cam Girl di Mirca Viola, ex Miss Italia passata alla regia nel 2011 con il dramma romantico L’amore fa male. Scoperta invece da Nanni Moretti, dopo l’esordio con Cosmonauta, personale e fantastica riflessione sull’adolescenza, e il fantascientifico La scoperta dell’alba, Susanna Nicchiarelli ha trovato una valida chiave espressiva nelle grandi biografie di donne, sempre affrontate con taglio ironico e rock, da Nico, 1988 a Miss Marx.
Età estrema per eccellenza, l’adolescenza è spesso oggetto dell’indagine dei registi, esplorata secondo chiavi personali e autoriali, come accade in Diciottanni - Il mondo ai miei piedi dell’attrice e regista Elisabetta Rocchetti, passata poi ad affrontare altri temi, nel 2015, con Il velo di Maya, o sottesa all’opera personalissima di Elisa Fuksas (anche documentarista, con Il coraggio di osare, Albe e iSola) nel suo film d’esordio Nina, cui seguirà nel 2019 The App. L’età di mezzo fra infanzia ed età adulta è il campo in cui si muove la ricerca di Laura Luchetti, che dopo l’esordio con Feisbum e il malinconico Febbre da fieno è tornata nel 2018 a raccontare i ragazzi con Fiore gemello (guarda la video recensione), storia di fuga e amicizia tra i giovani Anna e Basim. Una fuga che ritorna, associata alla giovane età, anche ne La fuga, opera prima della regista pistoiese Sandra Vannucchi, romanzo di formazione di una ragazzina che per ribellione parte da sola in treno per Roma. Da segnalare, nella chiave di un approccio realistico alla cronaca minuta del paese, l’esordio nella finzione della documentarista Chiara Bellosi (Checosamanca, 2006) con Palazzo di Giustizia, storia di una giornata di ordinaria giustizia in un grande tribunale italiano e quello di Irene Dionisio, autrice de Le ultime cose, tre storie di umanità fragile che si intrecciano al banco dei pegni di Torino.
Debole l’interesse delle registe italiane per il racconto di finzione della realtà storica del paese, con due soli nomi impegnati sul campo: quello di Annarita Zambrano con Dopo la guerra, storia di un ex militante di estrema sinistra italiano in fuga per sfuggire all’estradizione, e quello di Emma Moriconi con Sangue sparso, sui militanti neofascisti durante gli anni di piombo e la strage di Acca Larentia a Roma. Più nutrita la pattuglia di registe interessate a una lettura “magica” o poetica della realtà, con Alice Rohrwacher a fare da capofila con il trittico d’autore Corpo Celeste, Le meraviglie e Lazzaro felice (guarda la video recensione), Alessia Scarso al cinema con la fiaba malinconica Italo, e l’estro di Emma Dante, attrice, regista e drammaturga, che per il cinema ha adattato le sue opere – estreme e palpitanti di vita - Via Castellana Bandiera e Le sorelle Macaluso. L’arte, infine, è il tema conduttore del lavoro di due registe, Lucilla Mininno, con il suo esordio Solo no, sull’ostinazione folle e assoluta di un’attrice teatrale, e Ilaria Paganelli, che con Per Sofia firma una dichiarazione d’amore alla musica, attraverso la storia del contatto impossibile tra un compositore in crisi e una pianista vissuta quarant’anni prima di lui.