Challengers

Film 2024 | Drammatico, 131 min.

Regia di Luca Guadagnino. Un film Da vedere 2024 con Zendaya, Josh O'Connor, Mike Faist, Scottie DiGiacomo, Faith Fay. Cast completo Genere Drammatico, - USA, 2024, durata 131 minuti. Uscita cinema mercoledì 24 aprile 2024 distribuito da Warner Bros Italia. Valutazione: 3,5 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Ultimo aggiornamento sabato 13 aprile 2024

Luca Guadagnino dirige un film ambientato nel mondo del tennis ma incentrato sulla rivalità (anche amorosa) tra tre ragazzi.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,50
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO SÌ
Guadagnino dirige un'esplorazione - maliziosamente - seduttiva del desiderio. Che rimbalza come una pallina da tennis.
Recensione di Paola Casella
venerdì 12 aprile 2024
Recensione di Paola Casella
venerdì 12 aprile 2024

Art e Patrick sono amici da quando avevano 12 anni, ed entrambi giocano a tennis sognando una carriera da professionisti. Ma quando in campo scende Tashi, la giocatrice più brillante della sua generazione, la loro amicizia viene messa alla prova dalla competizione per le sue attenzioni. Anni dopo, quando Art, che nel frattempo è diventato una star del tennis (ma sta ancora inseguendo il sogno di vincere gli US Open), partecipa a un challenger, ovvero un incontro di livello inferiore nel mondo dei tornei professionistici, si trova di fronte proprio Patrick, che nel frattempo si è perso per strada, riducendosi a dormire nella sua automobile. E sarà sempre Tashi l'ago della bilancia fra quei due sfidanti che "potrebbero essere contendenti", parafrasando il Marlon Brando di Fronte del porto, ma potrebbero invece soccombere alla loro tendenza a tirarsi la zappa sui piedi.

In realtà gli sfidanti sono tre, perché comprendono Tashi, la giovane donna volitiva e carismatica che sente il bisogno di controllare tutti e tutto - in primis i propri desideri.

Challengers, scritto dal drammaturgo e romanziere Justin Kuritzkes e diretto da Luca Guadagnino, è una esplorazione geometrica del desiderio che rimbalza come una pallina da tennis e colpisce gli avversari a 200 chilometri all'ora, quasi la velocità del proiettile.

Il triangolo non è l'unica geometria possibile, perché le figure si compongono e ricompongono in modo diverso.

Si fa prima a dire quello che Challengers NON è, a cominciare da "un film sul tennis", perché Guadagnino racconta lo sport da profano, cominciando col togliergli una delle sue caratteristiche primarie, ovvero il silenzio durante i match, che il regista invade di musica elettronica (firmata da Trent Reznor & Atticus Ross, quelli di The Social Network) pulsante come il battito del cuore di due amici-rivali che solo sul campo riescono a veicolare i propri impulsi più profondi: non a caso il primo riff in scena richiama quello di "I feel love" di Giorgio Moroder. Del resto, come dirà Tashi, "il tennis è una relazione", e Guadagnino lo usa in questa valenza: il fatto stesso di scegliere quello sport supremamente solitario e isolante per raccontare le regole (scorrette) dell'attrazione è intenzionalmente sovversivo.

Anche le inquadrature - i primissimi piani, le riprese fortemente inclinate o dal basso, come se i giocatori corressero sul vetro, o infine le soggettive, persino quelle della pallina - escono dal tradizionale racconto visivo del match di tennis e sono molto lontane anche da altre interpretazioni cinematografiche come Borg McEnroe o John McEnroe - L'impero della perfezione, ma più vicine al cinema di Sergio Leone, in particolare ai suoi duelli western. Quello che è realistico è invece l'universo fortemente brandizzato in cui si muovono i tre challenger, inconsapevoli di essere usati da un marketing che fa di loro eroi da detronizzare al primo fallimento. In questo senso Challengers sta al tennis come The Dreamers stava al '68: entrambi si muovono su sfondi apparentemente secondari rispetto alle tensioni fra i tre protagonisti, e in realtà determinanti nella costruzione dei loro destini futuri.

Tuttavia Challengers NON è neanche un romance, nel senso che non racconta i sentimenti ma, appunto, le pulsioni - sessuali, di rivalsa, di autoaffermazione - e i "pensieri stupendi" che animano tre individui intenti a definire il proprio ruolo in modi antitetici. Anche le scene più intime non raccontano infatti un abbandono emotivo ma l'affermazione di un rapporto di potere, come quello dei cani in un cortile: c'è chi domina e chi subisce, chi combatte per essere riconosciuto come top dog e chi china il capo (attenti a dove si trovano le teste dei personaggi dopo le scene di sesso) sottomettendosi simbolicamente al più forte, magari per non perderne le attenzioni. Il film di Guadagnino NON è nemmeno una celebrazione agiografica dell'omosessualità, che è invece continuamente ironizzata (vedi la citazione orale e visiva di banane, churros, manici di racchetta e membri maschili in situazioni beffarde).

Guadagnino tiene desta l'attenzione del pubblico non tanto attraverso la tensione erotica fra i tre quanto attraverso l'abilità con cui manipola le relazioni fra i personaggi, che oscillano fra il materno, il fraterno e il trasgressivo. Anche la più adamantina fra i tre, Tashi, si rivela fragile davanti a chi la confronta con la verità su se stessa: l'interpretazione di Zendaya, un'attrice di cui è "impossibile non innamorarsi", la salva sul ciglio del baratro della misoginia, così come con la sua espressione finale - che dovrebbe durare qualche secondo più a lungo, o addirittura trasformarsi in un freeze frame - e il suo grido "come on" - che speriamo venga tradotto con la giusta comprensione del suo significato - fanno di lei la divinatrice della "morale" della storia.

Challengers ha fragilità strutturali di cui tenere conto, come una timeline che rischia di confondere gli spettatori con i suoi continui balzi avanti e indietro nel tempo (suggerimento per il pubblico: tenere il taglio di capelli di Zendaya come punto di riferimento temporale), o l'assenza del primo incontro a due fra Tashi e Patrick, che renderebbe più comprensibile ciò che accade più avanti. Ma nella sua voglia di giocare con la natura volubile e feroce del desiderio e con le dinamiche del dominio e della sottomissione, Challengers ha in sé qualcosa di ludicamente, e maliziosamente, seduttivo.

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lunedì 8 aprile 2024
Marzia Gandolfi

C’è qualcosa di Bertolucci, di Visconti e di Zurlini nel gesto creativo di Luca Guadagnino. Di Bernardo il ritratto della giovinezza che si afferma e si rivela nel suo desiderio, di Luchino l’attenzione all’estetica e alla rappresentazione di una società venuta dal passato e abitata dalla bellezza, di Valerio la capacità di cogliere una nostalgia semplice e commovente. Una combinazione di toni a cui si aggiunge l’arte poliforme di un autore che cita per amore, per tramandare, per cercare nel lirismo di un altro lo slancio che gli permetta di fare i conti con quello che è. E Guadagnino è tanto, è tutto. È alto e basso, è Nord e Sud, è palermitano e milanese, è ancestrale e moderno, è regista e architetto, è un gioiello Art déco e un paesaggio vulcanico, è l’Italia e il mondo. È un percorso cosmopolita come i suoi film al servizio del desiderio, lontano dalla pura italianità, in più lingue, con attori di diverse nazionalità e personaggi con background di mille colori, sollevati da vincoli materiali e completamente liberi di consacrarsi alle cose dello spirito o della carne. Ma Guadagnino non resuscita soltanto i fantasmi del cinema italiano (Suspiria, Morte a Venezia…), il suo ultimo complesso movimento di appropriazione si chiama Challengers ed è improntato al mélo hollywoodiano. La figura geometrica è di nuovo quella del rettangolo, blu e liquido in A Bigger Splash, rosso-argilla e compatto in Challengers, ménage à trois in cinque set. In campo ci sono due uomini e una donna, prodigio del tennis che dopo un infortunio diventa allenatrice del marito, un ex campione in declino, e ‘amante’ per sempre del suo miglior avversario. Tra il principe (Josh O’Connor) e il ballerino (Mike Faist), si accomoda Zendaya, giocando a tre una partita che prevede il singolo o il doppio. Ma qui non c’è mai due senza tre, e senza lei. I sentimenti occupano di nuovo tutto lo spazio, sono un ‘rimbalzo alto’ in una pop-opera grandiosa e barocca costruita sui flashback. Tra racchette e stupore, Guadagnino intrappola il suo triangolo in un loop fatale che si abbatte come un colpo di vento sui personaggi e in una ridondanza che impregna tutto: colori, gesti, sguardi, dialoghi, coreografie sportive, fughe in avanti dei suoi eroi che sono incessantemente ripresi dal loro destino. Traslocato in America, Guadagnino dimostra ancora una volta una sensibilità eccezionale per gli ambienti e le atmosfere che nei suoi film hanno sempre il primo ruolo. Da Villa Necchi di Piero Portaluppi a Villa Albergoni nella campagna lombarda, dall’edificio Art déco di Suspiria alla Tenuta Borgia immersa in un parco mediterraneo, i suoi décor hanno contribuito quanto i suoi attori al successo del suo cinema. Rimanendo sempre fedele a quello che i personaggi e la storia domandano, li accomoda come una composizione nostalgica tra vasi e tappeti, specchi e quadri sans âge, per esplorare in immagini il desiderio e le epifanie, le tempeste intime e le estati solari. La forza del suo cinema è lo ‘spazio’, lo spazio è tutto, la base per le sue trame e per la cultura condivisa dai personaggi, ogni oggetto e ogni luogo influenza consciamente o inconsciamente le loro decisioni. Con Challengers, Guadagnino cambia ‘set’ e serve un nuovo gioco…

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