| Anno | 2004 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 89 minuti |
| Regia di | Francesca Comencini |
| Attori | Nicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini . |
| Tag | Da vedere 2004 |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,34 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Accolto benissimo a Berlino e nelle sale, esce in DVD il film della Comencini sulle angherie che molte donne sono costrette a subire sul posto di lavoro. Protagonista un'ottima Nicoletta Braschi. Il film è stato premiato al Festival di Berlino,
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CONSIGLIATO SÌ
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Presentato (e vincente) nella sezione "panorama" del Festival del Cinema di Berlino, Mi piace lavorare nasce come progetto povero ed essenziale. Una sola attrice di rilievo, molti interpreti non professionisti, il circolo di parenti e amici della regista che si adoperano per la riuscita di una pellicola, che di fatto, è una delle migliori opere sociali degli ultimi anni e che squarcia il velo su uno dei più grandi problemi che affligge il moderno mercato del lavoro:il mobbing. I tempi de La classe operaia va in paradiso sono finiti, oggi è tempo di fusioni, budget, tuning: lo scenario scelto dalla Comencini è assolutamente asettico: un'azienda anonima, di cui non si conosce l'attività, il fatturato, lo scopo. Quella nella quale chiunque potrebbe lavorare e che, a causa di una fusione, vede il management radicalmente cambiato. Spesso le vittime non conoscono nemmeno il nome dei propri carnefici, il concetto di padrone viene sostituito da una sorta di grande fratello che controlla, dispone, organizza, muove uomini e donne a suo piacimento sullo scacchiere operativo alla ricerca del miglior profitto. È la giusta legge del libero mercato e vivaddio che sia così, ma, a volte, forse troppe volte, il meccanismo s'inceppa e quando questo succede le conseguenze sono gravissime e coinvolgono non solo il diretto interessato ma familiari, amici, parenti, amici. Nelle vene dei Comencini scorre il cinema:ciò si palesa non solo apprezzando il piglio asciutto e sicuro che la madre (forse pensando ai lavori del nonno) utilizza nel corso della storia, ma anche nella straordinaria performance della figlia che recita accanto alla Braschi con una naturalezza e convinzione che lasciano stupefatti. La discesa agli inferi della bravissima signora Benigni è raccontata senza enfasi, né scene madri: giorno dopo giorno, alla inconsapevole contabile vengono tolte dignità e speranze, tramite un continuo, spossante, cambiamento di mansioni e piccole meschinità che minano l'autostima di quella che appare agli spettatori una vera e propria vittima sacrificale, carne da macello da immolare al Dio della competitività (mirabile in questo senso il discorso iniziale del nuovo amministratore delegato della società, così ricco di parole e povero di contenuti). Perfetta la performance della Braschi, sempre sul punto di cedere, ma pronta, alla fine, ad alzare la testa e reagire, dopo l'ultimo, inaccettabile sopruso. Lo squallore degli uffici, delle mense, del trantran quotidiano di chi non "viaggia in prima" è testimoniato con un'aderenza al reale molto inquietante. Bella la prova degli attori non professionisti ed geniale, nella sua grottesca messa in scena, la sequenza del colloquio della protagonista con l'amministratore delegato dell'azienda. Anche il film ha le sue pecche: il finale, nel suo voler essere consolatorio e pregno di speranza, è troppo ottimistico e ben poco aderente ad una realtà che spesso è ben diversa da quella indicata nel film, ma, nonostante questo, e alcune pecche stilistiche nella rappresentazione della storia (invero un po' troppo manichea nel dividere buoni e cattivi), Mi piace lavorare vale più di qualsiasi manifestazione, corteo o indagine giornalistico/televisiva. C'è solo da sperare che un pubblico abituato a cercare nel mezzo cinematografico evasione e divertimento, non sia impaurito dalla cruda rappresentazione della realtà di tutti i giorni...
La scelta di un tema di tale portata, e mai affrontato prima, la sceneggiatura sapiente e precisa fanno di questo un film grande. Ma senza esagerare mi sento di dire che Nicoletta Braschi è la scelta vincente di tutto il film. Lei che si conofonde tra i toni tenui e sbiaditi di tutta la narrazione ma che al tempo stesso è capace di portarla in alto; che ha la tenacia di intenerire e la [...] Vai alla recensione »
Risorse umane ci ha raccontato l'applicazione delle 35 ore in Francia. Ken Loach da anni ci descrive come cambia il mondo del lavoro, così come fa col suo cinema Robert Guédiguian. Lo spagnolo de I lunedì al sole ci ha portato di recente nel dramma della disoccupazione. Il posto dell'anima di Riccardo Milani ha fatto altrettanto in chiave italiana come, in parte, anche Liberi di Gianluca Tavarelli. [...] Vai alla recensione »