| Titolo originale | Hangar Rojo |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Cile |
| Durata | 83 minuti |
| Al cinema | 108 sale cinematografiche |
| Regia di | Juan Pablo Sallato |
| Attori | Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández Renzo Fioretti. |
| Uscita | giovedì 9 luglio 2026 |
| Tag | Da vedere 2026 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 3,61 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 16 giugno 2026
Film d'esordio nella fiction del regista cileno Juan Pablo Sallato. L'Hangar Rosso è 9° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 16.076,00 e registrato 4.580 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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Subito prima del colpo di stato che avrebbe posto fine al governo cileno di Salvador Allende e instaurato la dittatura di Pinochet, Jorge Silva è un capitano dell'aeronautica di cui si ricorda in gioventù il valore come paracadutista, e che ora dirige un centro di addestramento per cadetti alle porte di Santiago. La mattina dell'11 settembre 1973 riceve ordini dai suoi superiori di aprire le porte della base militare e favorire la detenzione dei tanti prigionieri catturati durante il golpe. Stretto tra le pressioni dall'alto, in particolare del colonnello Jahn con il quale ha dei trascorsi, e il senso di responsabilità per le reclute che lo guardano con ammirazione come il giovane sergente Hernández, Silva dovrà fare i conti rapidamente con i propri imperativi morali.
Con eleganza concisa, il regista all'esordio Juan Pablo Sallato firma un ottimo thriller su un periodo storico ancora non ampiamente esplorato come i terribili anni settanta in Cile, epoca di brutali violenze e sopraffazioni la cui memoria è ancora viva e dolorosa.
Nel cinema contemporaneo è stato il Larraín degli esordi a sfiorare il periodo della dittatura in modo tangenziale con Post mortem e No, mentre il testo di riferimento nevralgico rimane tuttora il seminale documentario La batalla de Chile di Patricio Guzmán.
L'hangar rosso arriva invece sugli schermi intriso delle preoccupazioni del presente, che viste le circostanze storiche e politiche in cui viviamo hanno riportato in auge il tema della responsabilità personale di fronte all'ingiustizia. Nello stesso anno ad esempio il cinema francese propone La troisième nuit e Notre salut, che interrogano la chiave "burocratica" che resistenza o collaborazione possono assumere in un paese appena occupato dal nemico.
Come loro, il film di Sallato mette distanza tra la sua storia e gli eventi principali, seppur minima; siamo infatti ben dentro alla stessa macchina militare, non soltanto ai funzionari di stato, e per giunta a pochi chilometri dal centro città e dalla Moneda dove si barricò Allende. È però sufficiente ad attenuare il clamore esterno per un istante, quel tanto che basta da farci entrare nella testa di Jorge Silva, personaggio realmente esistito la cui storia viene qui rielaborata in finzione. Anche il Capitano ha tempo - poco, perché la serrata sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán abbraccia soltanto un paio di giorni a cavallo del golpe - di coltivare il dubbio su ciò che accade e di chiedersi come sia giusto procedere.
È lodevole che gli autori non ne facciano un paladino senza macchia, né un assolutista. Il volto splendidamente angolare del protagonista Nicolás Zárate riflette il denso bianco e nero della fotografia in un caleidoscopio di luci e ombre che dice tanto sul dilemma morale del personaggio. Il suo è un dissenso condizionato, fatto di preoccupazione per la moglie a casa, per ognuno dei suoi uomini, ma anche di rispetto per l'istituzione militare che non lo fa ribellare apertamente agli ordini; senza contare poi un passato personale complesso che preme per riemergere. C'è insomma uno sfaccettato spettro di negoziazione con una minaccia che pure si fa tanto più evidente ogni minuto che passa, e che tra torture e uccisioni prende rapidamente la forma degli anni che seguiranno.
In quelle fatidiche ore è racchiuso quindi non soltanto un processo di determinazione individuale, ma un trattato sul consenso politico e sulla forzatura autoritaria. Sallato si muove tra gli ambienti claustrofobici della base militare investigando la contraddizione di fondo che c'è tra la fulminea inevitabilità degli eventi (un fait accompli che sembra affrettare l'accettazione) e il naturale responso umano, con tutti i momenti di imbarazzo, confusione, remore e fragilità che ciascuno dei soldati deve affrontare internamente, e che il regista lascia accumulare dentro l'inquadratura fino a creare una tensione insopportabile.
Con L’hangar rosso, suo esordio nel lungometraggio di finzione, il cileno Juan Pablo Sallato affronta uno dei traumi fondativi della storia del suo Paese scegliendo un punto di vista insolito: non quello delle vittime, ma quello di un uomo interno all’istituzione militare, chiamato a decidere fin dove possa spingersi il dovere di obbedire.
Santiago del Cile, 11 settembre 1973. Mentre il colpo di Stato rovescia il governo di Salvador Allende, il capitano dell’Aeronautica Jorge Silva, già ufficiale dell’intelligence e ora istruttore, riceve l’ordine di predisporre la scuola in cui presta servizio come centro di detenzione. Nel giro di poche ore, corridoi, uffici e hangar vengono invasi da soldati, camion e prigionieri.
Silva tenta dapprima di restare defilato, convinto che tutta questa violenza sarà soltanto provvisoria. Ma l’arrivo del colonnello Jahn, suo antico rivale, e l’interrogatorio di due giovani militanti lo costringono a una scelta tremendamente difficile.
Raccontare il golpe cileno attraverso gli occhi di un militare che deve scegliere se obbedire agli ordini. È questo il punto di partenza di L'hangar rosso, opera prima di Juan Pablo Sallato ispirata alla ricerca dello scrittore Fernando Villagrán "Disparen a la bandada" sulla repressione subita da ufficiali e sottufficiali dell'Aeronautica cilena dopo l'11 settembre 1973. Costruito come un thriller morale ambientato nell'arco di ventiquattro ore, il film sceglie un punto di vista raramente affrontato dal cinema latinoamericano e riflette sul rapporto fra coscienza individuale, memoria storica e responsabilità. Abbiamo incontrato il regista.
Il film nasce dalla ricerca di Fernando Villagrán. Come sei arrivato a questa storia?
È stato lo sceneggiatore Luis Emilio Guzmán a farmela conoscere.Tra le tante vicende raccolte nel libro, quella che mi colpì maggiormente fu quella di Jorge Silva. Mi interessava perché non era un un alto ufficiale: era un capitano che si trovava semplicemente a dover eseguire degli ordini. Ed è proprio questa posizione a rendere il suo conflitto morale così potente e, dal mio punto di vista, ancora poco esplorato dal cinema cileno e latinoamericano.
Avete potuto lavorare direttamente con i protagonisti della vicenda?
Sì. Abbiamo avuto il privilegio di confrontarci sia con Fernando Villagrán sia con Jorge Silva. Per noi è stato fondamentale poter accedere a una testimonianza diretta. La loro storia è straordinaria. Durante il golpe, Silva salvò la vita a uno studente che poi avrebbe scoperto fosse proprio Fernando Villagrán. I due si incontrarono soltanto vent'anni dopo, quasi per caso, e da quel momento nacque una profonda amicizia. È da quell'incontro che Villagrán decise di ricostruire tutta la vicenda degli ufficiali dell'Aeronautica perseguitati dalla dittatura. Purtroppo Jorge Silva è morto appena due mesi prima dell'inizio delle riprese,
Il libro racconta molti casi. Perché hai scelto proprio quello di Silva?
Perché mi sembrava il più cinematografico e, soprattutto, il più universale. Non volevo raccontare la storia di chi occupava i vertici del potere militare, ma quella di un uomo che si trovava nel mezzo della catena di comando, costretto a scegliere se obbedire oppure ascoltare la propria coscienza. È un conflitto che appartiene alla storia del Cile, ma che in realtà riguarda qualsiasi essere umano. Mi interessava osservare il momento esatto in cui una persona deve decidere quale limite non è disposta a oltrepassare.
I film sulla storia recente han- no la strana capacità di risulta- re attuali e pertinenti rispetto al momento in cui sono realizzati. Ambientato nel 1973, agli albori della dittatura di Pinochet, L'hangar rosso di Juan Pablo Sallato affronta un tema oggi più che mai pressante al livello globale: le sfide morali poste dell'autoritarismo e come i singoli individui dovrebbero reagire.