| Anno | 2026 |
| Genere | Thriller, Horror, |
| Produzione | Danimarca |
| Durata | 109 minuti |
| Regia di | Nicolas Winding Refn |
| Attori | Sophie Thatcher, Diego Calva, Dougray Scott, Charles Melton, Kristine Froseth Shioli Kutsuna, Havana Rose Liu, Hidetoshi Nishijima, Aoi Yamada, Jason Hendil-Forssell. |
| Uscita | mercoledì 30 settembre 2026 |
| Tag | Da vedere 2026 |
| Distribuzione | Mubi |
| MYmonetro | 2,93 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 22 giugno 2026
Sullo sfondo di una metropoli futuristica, una giovane donna inquieta va alla ricerca del padre scomparso.
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CONSIGLIATO SÌ
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Elle fa ritorno alla magione del padre, Johnny Thunders (solo omonimo del musicista rock), dove trova Hunter, una giovane starlette in cerca di successo, e Dominique, la sua giovane matrigna. Il padre, figura misteriosa e amante del vizio, racconta loro la leggenda di Leather Man, un'entità diabolica e apparentemente inarrestabile che arriva con la nebbia e uccide giovani ragazze. Dopo breve tempo, Elle assiste a un delitto compiuto da Leather Man e si prepara ad affrontarlo.
Di film in film, o di serie in serie, la poetica di Nicolas Winding Refn si è progressivamente cristallizzata attorno ad alcuni topoi ricorrenti.
In particolare, da The Neon Demon in avanti, punto di svolta nella filmografia del regista danese, che ama ormai firmare le sue opere solo attraverso le iniziali, NWR. Fiabe nere in cui l'elemento freudiano è in primo piano; un look estetizzante che si ispira alla zona liminare tra alta moda e arte contemporanea; un ritmo rallentato e narcotico, che invita a godere di ogni dettaglio dei curatissimi frame.
Un'estetica consapevolmente brandizzata, che in Her Private Hell, ritorno al lungometraggio a dieci anni da The Neon Demon e dopo due serie televisive (Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy), è elevata all'ennesima potenza. L'incipit dedicato a panoramiche di edifici futuribili, così alti da sovrastare le nuvole, detta il ritmo narcotico e il gusto dark (collocabile a metà strada tra i vestiti di Gucci e le sculture ingioiellate di Damien Harris) di tutto quel che seguirà, prevalentemente ambientato in locali bui e alberghi di lusso, illuminati da luci sinistre. Il luogo ideale, dopo che Solo Dio perdona aveva esplorato i complessi legati alla figura materna, per rappresentare i daddy issues di Elle, ragazza consapevole del proprio fascino, sedotta e al contempo disgustata da ciò che il padre rappresenta: un'incarnazione di potere economico e sessuale, perlopiù misterioso e perennemente assente.
Che sia lui stesso il famigerato Leather Man o che questo dualismo alberghi solo nella mente di Elle ha poca importanza. Come per David Lynch, qui citato con devozione e calligrafica mimesi come mai prima d'ora, la spiegazione razionale di ciò che si vede sullo schermo passa in secondo piano rispetto alle sensazioni di stupore e godimento di fronte a immagini più che perfette, impregnate di prurigine fetish e inguainate in abiti prevalentemente di pelle, preferibilmente nera.
Le musiche di Pino Donaggio rimandano ai thriller di Brian De Palma, mentre la nebbia portatrice di ombre del male a Fog di Carpenter. E tutto quanto a Lynch, come detto. Ma l'appuntamento con il cinema di Refn è ormai una consapevole esplorazione di territori già visitati, remixati in un'edizione appagante per i sensi e terribilmente contemporanea nella sua capacità di seguire (o precedere) le mode.
È quasi fuorviante parlare di cinema d'autore e forse renderebbe l'idea chiamarlo cinema "griffato": analizzare le sue indagini psicanalitiche, sperare in una profondità di senso e nella carica rivoluzionaria dei cineasti del passato significa andare fuori strada e chiedere a Refn ciò che non può (più) offrire. Meglio affrontarlo con lo spirito di chi si appresta a visitare una mostra o una videoinstallazione, in cui il guardante, pur sapendo a priori ciò a cui assisterà, non vede l'ora di poterlo (nuovamente) esperire.
Non si esce vivi dagli anni 80, quando lo specchio si spaccò: l'immagine leccata, seducentemente liscia, da un lato, e dall'altro l'acciaccata azione mascolina, da Stallone in giù. Con quei cocci Winding Refn si trastulla da Drive (2011) in poi, in film che Her Private Hell compone, senza aggiungere nulla, in una brumosa, contorta caleidoscopia di simboli psicoanalitici junghian-jodorowskiani.