Nel Cile del 1973, il regista Juan Pablo Sallato racconta il dramma di un ufficiale chiamato a confrontarsi con gli ordini del regime e con il peso delle proprie scelte. Al cinema.
di Alberto Libera
Con L’hangar rosso, suo esordio nel lungometraggio di finzione, il cileno Juan Pablo Sallato affronta uno dei traumi fondativi della storia del suo Paese scegliendo un punto di vista insolito: non quello delle vittime, ma quello di un uomo interno all’istituzione militare, chiamato a decidere fin dove possa spingersi il dovere di obbedire.
Santiago del Cile, 11 settembre 1973. Mentre il colpo di Stato rovescia il governo di Salvador Allende, il capitano dell’Aeronautica Jorge Silva, già ufficiale dell’intelligence e ora istruttore, riceve l’ordine di predisporre la scuola in cui presta servizio come centro di detenzione. Nel giro di poche ore, corridoi, uffici e hangar vengono invasi da soldati, camion e prigionieri.
Silva tenta dapprima di restare defilato, convinto che tutta questa violenza sarà soltanto provvisoria. Ma l’arrivo del colonnello Jahn, suo antico rivale, e l’interrogatorio di due giovani militanti lo costringono a una scelta tremendamente difficile.
Ispirato al libro autobiografico "Disparen a la bandada" di Fernando Villagrán, il film concentra l’azione nell’arco di ventiquattr’ore e assume presto i connotati di un thriller morale chiuso e incalzante.
Sallato non ricostruisce il golpe come un grande affresco storico: al contrario, ne osserva la sedimentazione nei gesti quotidiani, nelle formule burocratiche e nei silenzi grazie a cui l’eccezione diventa norma. Il Male non irrompe all’improvviso, ma si organizza, distribuisce incarichi, pretende efficienza e reclama che nessuno si senta personalmente responsabile.
La macchina da presa resta addosso a Silva, seguendolo di spalle o serrandolo in primi piani che rendono palpabile il peso dell’uniforme. Nicolás Zárate ne fa un personaggio composito, tutt’altro che un eroe senza macchia: è un uomo impaurito, compromesso e purtuttavia non ancora disposto a rinunciare alla sua coscienza. Attorno a lui, il bianco e nero (scelta assolutamente necessaria) di Diego Pequeño scava una vasta gamma di grigi, traducendo visivamente un mondo nel quale non sembra esserci più una vera distinzione tra la colpa e la prudenza.
La tortura, invece, rimane fuori campo. Ne arrivano i suoni, i frammenti, si vedono i corpi ricondotti nelle stanze: quanto basta perché l’orrore, privato di ogni spettacolarizzazione, finisca per occupare ogni spazio. L’hangar del titolo diventa così allo stesso tempo un luogo concreto e il ventre oscuro dell’istituzione, il punto in cui l’istituzione militare mostra il grado di degenerazione a cui è pervenuta.
Il film non assolve Silva né lo trasforma in un martire. Interroga invece quella zona franca in cui, anche all’interno di un sistema fondato sull’obbedienza, l’individuo mantiene la facoltà di scegliere.
È un film austero, claustrofobico e tesissimo, capace di raccontare il Cile del 1973 e contemporaneamente di aprirsi al presente: perché ogni autoritarismo comincia anche dal momento in cui qualcuno decide che pensare non è più compito suo.