Festival di Cannes 2011

Guida alla 64. edizione del Festival di Cannes - 11 / 22 maggio 2011

   
   
   
Sorrentino e Moretti, non era questo il posto
lunedì 23 maggio 2011 di Giancarlo Zappoli

This must be the place (Questo deve essere il posto) recita il titolo del film di Paolo Sorrentino. Ma il palcoscenico della sala Lumière di Cannes non è stato il posto dove il suo film, insieme ad Habemus Papam di Nanni Moretti, potesse ricevere i meritati riconoscimenti. Perché, una volta tanto, non si tratta di sciovinismo italiano. Entrambe le opere erano di valore e vederle dimenticare totalmente non può che dispiacere. Anche perché si è dato un ex aequo come Gran Premio della Giuria e si è attribuito un riconoscimento quale miglior regista alquanto discutibile. Moretti e Sorrentino avevano in più a disposizione due fuoriclasse come Michel Piccoli e Sean Penn ad uno dei quali avrebbe almeno potuto andare il riconoscimento quale miglior attore. Non è stato così.
Se la Palma d’Oro è andata meritatamente al film che più ha osato sia sul piano della narrazione che su quello della scrittura visiva, The Tree of Life di Terrence Malick, il Gran Premio della Giuria ha affiancato due modi di fare cinema decisamente distanti tra di loro. Da un lato la sintesi emotiva (anche in termini di durata) dei fratelli Dardenne con il legame forte che progressivamente si crea tra un bambino in cerca del padre e una donna capace di dare amore senza calcoli in Il ragazzo con la bicicletta. Dall’altro il chilometrico (2 ore e mezza) Once Upon a Time in Anatolia in cui si evidenziano le psicologie di tre personaggi attraverso l’estenuante ricerca di un cadavere e la successiva autopsia.
Veniamo poi ai francesi che non potevano tornare a casa a mani vuote. Ecco così il Premio della Giuria (ma quanti premi ha a disposizione la Giuria?) assegnato al polifonico Poliss di Maïwenn Le Besco impegnato a raccontare il quotidiano confronto con la sofferenza dei minori da parte di una squadra speciale di polizia parigina. Ma non bastava e allora si è premiato Jean Dujardin protagonista dell’acclamatissimo The Artist trascurando i già citati Piccoli (che tra l’altro avrebbe fatto rimanere il riconoscimento sempre in Francia) e Penn. La Giuria ha dimostrato invece grande spirito di discernimento nel momento in cui ha assegnato a Kirsten Dunst il premio quale migliore per Melancholia. Un conto è quanto un regista afferma in conferenza stampa per lo stupido gusto di scandalizzare e un conto sono il suo (valido) film e gli interpreti che gli hanno dato vita. Non ci trova d’accordo invece, a differenza dei peraltro numerosi sostenitori, il premio quale miglior regista a Nicolas Winding Refn per Drive. A meno che si sia deciso di assegnarglielo sulla base del fatto che riuscire a realizzare un film che riesce ad andare in Concorso a Cannes a partire da una sceneggiatura di una banalità e di un deja vu così espliciti sia di per sé la prova di un’abilità non comune. Abilità che invece andava riconosciuta, così come è accaduto, a Joseph Cedar per Hearat Shulayim il quale è riuscito ad avere come base un tema estremamente circoscritto quale quello dell’esegesi talmudica allargando però il discorso a tematiche universali come quella del rapporto padre/figlio.

Tree of Life è il Miglior Film della 64. edizione del Festival di Cannes.

Palma d'oro a Malick, fuori l'Italia

domenica 22 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Palma d'oro a Malick, fuori l'Italia La ferale notizia trapela nel pomeriggio: fuori l'Italia dal Palmares. Nessun premio al Alice Rohrwacher, che vede sfumare il sogno della Camera d'Or assegnata a Pablo Giorgelli con Las Acacias, a mani vuote Nanni Moretti e Paolo Sorrentino: al primo nessuna consolazione, al secondo, almeno, il riconoscimento della giuria ecumenica. A Terrence Malick e al suo Tree of life la Palma d'oro, consegnata da Jane Fonda: tutto come previsto inclusa la mancata partecipazione del regista «timido e discreto ma contentissimo come lo siamo tutti noi – hanno detto i produttori ritirando il premio – siamo sul palco al posto di un gigante: il film è stato un lunghissimo percorso ma il gioco è valso la candela». Ovazione in sala per Nicolas Winding Refn che legge dal suo i-phone il discorso da vincitore del premio alla regia per Drive: «È un immenso onore ricevere questo premio, ringrazio la giuria per il buon gusto e Ryan Gosling che mi ha voluto fortemente alla guida di Drive». Ex aequo per il Grand Prix, consegnato dal due volte Palma d'oro a Cannes Emir Kusturica, per Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne e Once upon a time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan, il film più lungo del concorso con 2 ore e 40 di durata: «Ringrazio il festival per aver spinto un film difficile – ha detto Ceylan - non mi aspettavo nessun premio essendo stato programmato negli ultimi giorni del festival, quando il pubblico è stanco. Grazie». Premio della giuria a Polisse di Maiwenn Le Besco, sciolta in lacrime nonostante qualche fischio in sala, miglior sceneggiatura a Hearat Shulayim di Joseph Cedar: «Gli sceneggiatori sono i supereroi del cinema, con i loro superpoteri fanno volare, vivere e far rinascere i personaggi» ha commentato Rosario Dawson consegnando il premio. Sorprende il premio alla miglior attrice, consegnato da Edgar Ramirez, finito a Kirsten Dunst per il chiacchierato Melancholia di Lars Von Trier: «Ringrazio la giuria per aver fatto di tutto per mantenere il film in concorso nonostante le dichiarazioni di Lars. Che settimana che è stata per me». A far saltare definitivamente le speranze italiane ci pensa Jean Dujardin, protagonista di The Artist, miglior attore e non solo per la giuria: unico a ricevere una standing ovation in sala, il suo premio è definitivamente quello più condiviso.


I premi:
Palma d'Oro al miglior film: The Tree of Life di Terrence Malick
Gran Premio della Giuria: Il ragazzo con la bicicletta di Jean-Pierre e Luc Dardenne ad ex aequo con Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan
Premio della giuria: Poliss di Maïwenn Le Besco
Miglior attrice: Kirsten Dunst per Melancholia
Miglior attore: Jean Dujardin per The Artist
Miglior regista: Nicolas Winding Refn per Drive
Miglior sceneggiatura: Joseph Cedar per Hearat Shulayim
Camera d'Or: Las Acacias di Pablo Giorgelli

Malick e Kaurismaki i principali favoriti per la Palma d'Oro.

Totopalma, il festival al bilancio

domenica 22 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Totopalma, il festival al bilancio Vittoria ex aequo per "Un Certain Regard", salgono sul gradino più alto del podio il maestro coreano Kim Ki-Duk con l'autobiografico Arirang e il tedesco Andreas Dresen con il doloroso stop in corsa su un malato terminale di tumore. Intanto Malick, Kaurismaki, Refn, Hazanavicius sono i quattro nomi dati per vincitori a poche ore dal Palmares ufficiale, che sarà rivelato questa sera a Cannes durante la cerimonia di premiazione in sala Debussy. Favoriti per la Palma d’Oro The tree of life di Terrence Malick, film atteso e molto amato nonostante la spiazzante deriva metafisica, e Le Havre di Aki Kaurismaki, capace di riscuotere un più largo spettro di consensi senza tuttavia accendere identiche passioni. In lizza per i premi maggiori anche il Tarantino danese Nicolas Winding Refn, che con i virtuosismi del pirotecnico Drive ha preso alle spalle il pubblico cannense candidandosi (almeno) al premio per la regia, e The Artist di Michel Hazanavicius, oggetto misterioso che per il coraggio di mostrarsi deliziosamente muto, e in bianco e nero, potrebbe accaparrarsi il Grand Prix o il Premio della Giuria. Sul premio all'interpretazione femminile pesa l'interrogativo Von Trier, che, espulso dal concorso per le arcinote esternazioni filonaziste, potrebbe pregiudicare la vittoria dell'ottima Kirsten Dunst di Melancholia, a favore della Tilda Swinton di We Need to Talk About Kevin. Per l'attrice inglese, già Coppa Volpi a Venezia nel 1992 e Oscar nel 2008, sarebbe il primo premio a Cannes. Gioca in casa l'Italia per il premio alla migliore interpretazione maschile, dove il mostro sacro di Francia Michel Piccoli con Habemus Papam di Nanni Moretti rivaleggia contro il solo Sean Penn, ex Presidente di giuria a Cannes, in una sorprendente performance per This must be the place di Paolo Sorrentino. A mezza voce si fanno anche i nomi di Pedro Almodovar, in concorso con l'horror thriller La piel que habito, e dei francofoni Dardenne e Le Besco: papabili per premi minori, difficilmente lasceranno la Croisette a mani vuote.

Momenti cult
Una giovane ragazza che si offre per una fellatio in cambio di uno smartphone in Poliss, i pranzi cifrati di Sarkozy con De Villepin ne La conquête, la partita a ping pong di Sean Penn in This must be the place: tante le sequenze cult e scult di questo festival di Cannes, e non tutte sono da ridere. Tra le scene più gore un posto a parte merita l'aggressione nell'ascensore di Drive, uno dei pestaggi più sanguinari della storia del cinema, e l'imprevisto momento splatter di Mr. Beaver, sangue a fiumi là dove nessuno se l'aspetterebbe mai. E se la visita ginecologica de l'Apollonide riesce a far dimenticare anche le nudità artistiche di Melancholia e gli eccessi shoccanti di Poliss, la palma hard se l'aggiudica il manifesto de L'exercice de l'Etat: una donna nuda che carponi si immerge nelle fauci di un coccodrillo, e pazienza se poi il film, serissima indagine sulla politica francese, non c'entra niente. Molti i deliri metafisici che a lungo rimarranno nella memoria del festival, da i dinosauri di The tree of life alla sequenza trash della fine del mondo secondo von Trier, con tanto di collisione fra pianeti. Tra i casting imperdibili, l'immenso Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì per Woody Allen e Laetitia Casta, credibile inquilina nella casa del Grande Fratello in The Island.

Verba (Non) volant
Chi ha parlato poco. Chi troppo. Chi non si è proprio presentato e chi è venuto di nascosto. Le migliori e le peggiori dichiarazioni del festival nelle voci dei protagonisti: qualsiasi cosa, purché se ne parli.

Lars Von Trier/1: «Capisco Hitler, capisco il male in quell'uomo. Sono contrario alla seconda guerra mondiale e non sono contro gli ebrei, ma in realtà Israele è un problema. Le mie origini sono tedesche: forse sono un po' nazista, ma non mi dispiace».

Aki Kaurismaki: «Occhei, è Le Havre, ma potrebbe essere qualsiasi paese europeo. Qualsiasi paese tranne Finlandia e Svezia: nessuno è così disperato da andarci».

Roger Corman: «Di cose folli ne ho fatte tante, ma quando proposi questa mi presero per matto. E invece fu un grandissimo successo commerciale. Prima di me nessuno aveva pensato di proiettare Ingmar Bergman nei Drive-In del Texas».

Lars Von Trier/2: «Sono stato frainteso: intendevo dire che capisco cosa fu per Hitler stare nel bunker e non ho detto che vorrei fare quel che Hitler ha fatto».

Paolo Sorrentino: «Dove girerei se mi regalassero un milione di euro? America o Italia non importa, quello che conta è quanti di quei soldi finirebbero nelle mie tasche».

Alice Rohrwacher:rwacher: «Spero che nel mio film si senta anche la meravigliosa poesia che c'è nel sud dell'Italia. Là è tutto fresco. Anche il cemento».

Lars Von Trier/3: «Quello che ho detto è completamente stupido».

Brad Pitt: «Mio padre non era assolutamente cattivo. Quanto a me, io i miei figli li picchio regolarmente. E se posso li mando a letto senza cena».

Bernardo Bertolucci: «Dopo aver visto Avatar mi sono innamorato del 3D. Perché deve essere appannaggio esclusivo di fantascienza e horror? 8 ½ di Fellini, in 3D, sarebbe stato ancora più bello».

Lars Von Trier/4: «Sono solo un piccolo superbo, non sono Mel Gibson».

   

Malick magnifico profeta: il paradiso c'è e ci andremo. Di Pino Farinotti.

The Tree of Life: Palma d'oro sacrosanta

lunedì 23 maggio 2011 - Pino Farinotti

The Tree of Life: Palma d'oro sacrosanta Farinotti chiede scusa alla giuria: la Palma è andata a un credente
La settimana scorsa, partendo dalla dichiarazione di ateismo di Nanni Moretti, ho scritto un pezzo dal titolo “Non sei ateo, niente Palma”. L’idea nasceva da Cannes, dalla Francia, dalla sua cultura illuminista eccetera. Ebbene ho preso un abbaglio. Sono stato smentito. Non posso che fare ammenda verso il signor De Niro, gli altri membri della giuria, soprattutto verso Olivier Assayas, unico francese. Avevo attribuito un pregiudizio che non c’era. Come buon credente, sono contento di essermi sbagliato.

Sul serio
Terrence Malick è un autore che quando fa le cose le fa sul serio. Nel suo The Tree of Life decide di affrontare, fra gli altri argomenti, tre misteri: la vita, la morte e l’al di là. Niente di impegnativo dunque. Ho già scritto molte volte che il cinema, pur non avendo la potenza e la cultura per certi argomenti assoluti, tuttavia se li permette. E naturalmente, essendo “cinema”, ci mette i suoi specifici, offre le sue opzioni. E può accadere che tali opzioni si avvicinino alla verità. E magari siano la verità. Sarebbe bello per tutti. Prima di tutto il linguaggio. C’è una giovane mamma sull’altalena, una farfalla che si posa sulla mano, i piccoli piedi del bambino che fanno i primi passi sull’erba, ci sono i fiori e i prati, soprattutto c’è l’acqua col suo sortilegio, lento o violento, dalla quale nasce tutto. Questo è Malick e questo è il suo cinema. Qualità alta, premio meritato, sacrosanto. Appunto.

Buono
Una didascalia all’inizio ricorda Giobbe, l’uomo buono e generoso, l’uomo senza peccato, che non merita il male, eppure Dio gli riversa addosso tutto il male. Ma Giobbe, paziente, lo affronta, cerca di capire, anche se sa che non ci riuscirà. Una voce, sempre all’inizio, ti dice che la grazia è magnifica, ti guida e ti protegge, e che la natura invece non ti è madre, devi difenderti da lei. Poi parte la mistica-estetica. Malick propone una luce/fiamma che forse è la grazia. Per venti minuti seguono immagini d’acqua, di esplosioni, di luci e di ombre, di colori dolci e violenti, di lava che scorre, di spazi dolci e di spazi impervi. L’acqua, l’inizio di tutto, prevale: larve che navigano nel profondo, invertebrati, meduse di troppi colori, pesci primitivi, alghe lente che tutto lambiscono. Il big bang che media con l’eden. Il tutto nella giurisdizione di cori di donne per il sentimento e l’amore, di uomini per il mistero e il dolore, e fraseggi di archi che sostengono senza soluzione di continuità i momenti che potrebbero valere di luce propria, senza facili sostegni o alleati.

Dubbi
Texas, anni Cinquanta. Si racconta di una famiglia. Un padre autoritario, “militaresco”, che non ha dubbi. Avrebbe talento musicale, ma è andato perduto “per l’infinita attesa”. Una madre dolce e debole e tre maschi nel mezzo di due educazioni opposte. Quando muore un figlio la famiglia sprofonda nel relativo, sproporzionato dolore. Gli umani si rivolgono al mistero, è un dialogo a una sola voce, il dolore è arrivato, la spiegazione non c’è, decifrare non si può. Può esserci la fiducia, la fede. Ma nessuno si rassegna, tutto non finisce qui, c’è un altro posto e bisogna crederci, capirlo e trovarlo. Ed è ciò che cerca di fare Malick, che ha scritto e diretto. Dunque il tema, la novella sono completamente suoi. Le mille metafore del film si aprono a tutte le letture. Il cinema dispensa se stesso con ogni sentimento. Gli amori e gli odi, gli abbracci e i pianti, le intenzioni e i pentimenti. Il maggiore, sempre sull’orlo dell’odio verso il padre prega che muoia, ma poi assiste al suo fallimento, piange e si redime. Poi c’è la scuola, gli amici, i giochi, il primo dolore vero per l’amico morto, insomma c’è quell’albero della vita che tutto comprende, vasto e magari accessibile, con dolore e fatica certo, e fiducia.

Inizio
Una delle più belle metafore di Malick è l’inizio, inizio con la i maiuscola. Una foresta profonda, ricca e primitiva, un eden un po’ minaccioso. Qualcosa si muove, sembrava una roccia ma è un animale preistorico, alza la lunga testa, si guarda intorno, assume quella natura, ma non è affatto tranquillo, anzi sospetta. Muove passi guardinghi. Entra nell’acqua, ma sta sempre attento. Non sa cosa succederà. La natura è lì intorno e va affrontata. Per la grazia è troppo presto, non è ancora stata pensata. O dispensata. Alla fine, il figlio morto, madre e padre, tutti quanti, passano quella porta e si ritrovano insieme. Si abbracciano fra gente lenta che cammina nella dolce immensa pianura, sotto un sole forte come la vita. Malick sembra crederci profondamente, oltrepassando tutti i dubbi. Tanto da non scherzarci sopra neppure un secondo. Perché in tutto il film, non c’è un momento, neppure uno, neppure di rimbalzo, che strappi il millesimo di un sorriso. Tutto è rigorosamente serio.

Indicazione
A Malick dobbiamo dunque questa sicurezza e questa indicazione. Non sono mancati titoli mistici che cercavano soluzioni sovrumane, da Avatar a Inception, a certe velleitarie trilogie, ad antichi esercizi surrealisti, oppure a oniriche scale che andavano al paradiso o a mariti innamorati che recuperavano l’anima della moglie dall’altra parte. Ma qui l’autore sembra fare davvero sul serio. Sembra porsi come angelo e profeta. Insomma offre lo spunto e la speranza. Mi viene in mente un altro, sette secoli fa, che aveva dato le sue indicazioni, e anche lì non ci scappava neanche un sorriso. Ma quel tale dava, purtroppo, tre alternative. Malick è invece sicuro del paradiso. La natura, la vita ci hanno fatto espiare a sufficienza. Abbiamo già pagato. Certo, è bello pensarlo.
Diamo credito a Terrence Malick, così come glielo ha dato Cannes, col suo massimo premio. Un riconoscimento che ci riconduce all’assunto di partenza: sempre di cinema trattasi.

   

Un festival da sei meno. Di Pino Farinotti.

Palma corretta a Malick, ma era meglio Moretti

martedì 24 maggio 2011 - Pino Farinotti

Palma corretta a Malick, ma era meglio Moretti Ho sempre nutrito rispetto per i grandi premi del cinema, per i “major”, Oscar, Palma d’oro e Leone d’oro. Nei decenni hanno segnato la qualità, adeguando i riconoscimenti ai momenti storici. Scorrendo i titoli vincitori quasi sempre si trova una ragione di quel successo. E spesso i titoli fanno parte della storia nobile del cinema. Spesso, non sempre. Certamente. Quest’anno Cannes non ha convinto, è stato un festival da sufficienza risicata. Quasi tutta la critica è concorde nella promozione stentata. Premiare un titolo come The Tree of Life è stato comodo per tutti, trattasi di buon film spettacolare, sentimentale, rassicurante, culturalmente tutto americano, più di apparenza che di sostanza. L’idea di proporre un paradiso accogliente come un lieto fine universale e colossal, non ha soddisfatto i palati fini, che avrebbero preferito titoli diversi, europei, o di culture lontane. Non voglio farne, di titoli, sono stati fatti tutti da tutti. Credo di essere stato perspicuo sul concetto generale. L’Italia, come ormai succede da tanto tempo, è stata ignorata. Un premio a Michel Piccoli, il papa di “Habemus” sembrava già acquisito, ma non è arrivato.

Reconditi
Scrivendo su Cannes ho parlato di “reconditi”. Soprattutto riferendomi al recondito orrendo di von Trier. Anche Malick ci ha messo il suo, troppo concedendosi. A di là della suggestioni, dei dolci deliri, dell’immaginifico, dei sentimenti così dichiaratamente accentuati, del coraggio mistico e del trascendente, non va sottovalutata la presenza di Pitt e di Penn, divi sicuri. E poi il personaggio Malick, colui che si nasconde, colui che compie un’opera fra grandi intervalli. Anche questa piccola leggenda offre una franchigia. Per esempio permette all’autore un’opera di 138 minuti, una ventina dei quali sono superflui.

Franchigia
Nanni Moretti non possiede quella franchigia e quel mito accreditato. Anche per lui ci sono lunghi intervalli, tuttavia il romano non esagera ma neppure lesina nel proporsi. Con quel suo trucco, non riesci a sapere se Malick sia simpatico o antipatico, devi stare al mistero e alla fantasia che, per definizione è meglio della realtà. Moretti invece è antipatico e basta. Se fa un film deve farlo bene, se sfora di qualche minuto, se sbaglia misure, se il profilo non resiste sempre in alto, immediatamente c’è chi lo rileva impietosamente. Per questa ragione Habemus papam è un film quasi grande. Comunque migliore dell’Albero della vita. Il film di Moretti, che non ha vinto niente, non verrà ricordato come lo scandalo di Cannes del 2011. Non sarà un Lanterne rosse, di Zhang Yimou, capolavoro di cinema, di etnia e di cultura che si vide soffiare l’Oscar da Mediterraneo di Salvatores. Tuttavia è un film che avrebbe meritato, e magari meriterà, se gli toccherà, di rappresentarci all’Oscar.

Fede
The tree” e “Habemus” sono storie di fede, in modi diversi naturalmente, magari opposti. Ho già scritto che il film di Moretti “… è una macchina che non perde un colpo o ne perde pochissimi: il sorriso, il grottesco, gli attori, le metafore e quella sua storica strafottenza che può piacere o meno ma è senz’altro intelligente, ed è ciò che conta. Ci sono momenti da stralciare per lezioni di cinema, ogni battuta ha il peso e il suono giusti. Nel “contesto Moretti” naturalmente…” E poi il sorriso. Il sorriso intelligente è un eroe del cinema. Appartiene a pochi autori. Malick, nei suoi 138 minuti non ti fa sorridere neppure una volta. È innaturale, anche nel dramma più alto. Ma va detto che se hai ironia, e umorismo, non te la senti di disegnare il paradiso. È un’equazione.

Impresa
Moretti possiede ironia e umorismo e non ha affrontato quell’impresa. Però è curioso, affascinante, immaginare che un giorno, fra un intervallo o due, ci provi. Provi a immaginare un al di là da ateo. Che bella provocazione. Conoscendo la sua storia e le sue chiavi si può pensare che una volta arrivato là, una volta rinvenuti ed espletati gli affetti, lo spirito strafottente e grottesco si metta in cerca di qualcuno, voglia cogliere occasioni impensabili e impossibili, come incontrare un Wilder, o un Chaplin, gente che diceva cose importanti divertendo, eccome. Sentire le loro opinioni su quanto accade, non solo in cinema. Credo che comunque un ospite da visitare, inquilino recente lassù, sarebbe Monicelli. Certo accettato in paradiso: era talmente intelligente, era un tale artista, aveva una tale qualità, da essere un patrimonio da tutelare, dovunque. Mi piace immaginare con quali parole Moretti farebbe aprire a un ateo comunista, le porte del paradiso. E quali parole metterebbe in bocca a Mario, più strafottente e ironico di lui, per dire come si trova lassù.
Anch’io ho provocato e giocato. Sempre nell’assunto che sempre di (futuro) cinema trattasi.

   

Consegnati i primi premi in attesa del gran finale.

Cannes, Italia fuori da Semaine e Quinzaine, ma al mercato vola

sabato 21 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, Italia  fuori da Semaine e Quinzaine, ma al mercato vola Moretti venduto in 36 paesi, Sorrentino schizzato nel borsino del mercato, interesse dal Sud America, dalla Spagna, dalla Germania e dal Giappone. Il mercato di Cannes si è chiuso e per l'Italia, che ieri ha festeggiato sulla spiaggia del Cheri Cheri l'ottimo risultato di This must be the place di Sorrentino, è stato un successo. «La crisi è passata», dicono entusiasti i buyers francesi: e il festival, anche nel ritrovato sfarzo dei party, conferma la tendenza. Nel giorno dominato dalla rockstar triste di Sorrentino, Sean Penn arrivato in passerella con il frontman dei Talking Heads David Byrne e la figlia di Bono Eve Hewson (ma non con la compagna Scarlett Johansson), l'Amfar raccoglie oltre 10 milioni di dollari per beneficenza: 500.000 li paga il fortunato che si aggiudica la possibilità di giocare una partita a tennis con il Principe Alberto di Monaco, altrettanti se ne vanno per una nuotata con l'olimpica Charlene Wittstock, 400.000 per una litografia di Andy Warhol e 300.000 per una foto di Mick Jagger. Di spalle.
In anticipo sul Palmares del concorso, previsto per domenica, la Settimana Internazionale della Critica e la Quinzaine hanno assegnato venerdì i loro premi. Per la Settimana vincono Take Shelter dell'americano Jeff Nichols e Las Acacias di Pablo Giorgelli, con una menzione speciale al controverso australiano Snowtown sulla pedofilia. Per la Quinzaine Label Europa Cinemas premia, sui 17 europei in concorso, Atmen di Karl Markovics («Esordio potente su un ragazzo che lascia la prigione per imparare a vivere»), mentre la Siae francese e gli esercenti consegnano il premio a Bouli Lanners con Les Géants, «Superba galleria di personaggi per un film che parla del male senza moralismi», riconoscimento accompagnato da un entusiasmo da stadio in sala. Delusione per la Rohrwacher, rimasta a mani vuote e bastonata dagli ambienti cattolici («Film mesto, ma abbiamo sopportato di peggio»), ancora in lizza fino a domenica per la Camera d'or per l'opera prima. Oggi gli ultimi scampoli del concorso con C'era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan, due ore e 37 minuti per raccontare un omicidio che turba l'apparente quiete di un villaggio, e La source des femmes di Radu Mihaileanu, storia semi-vera dello sciopero del sesso attuato dalle donne di un villaggio del Mahgreb. Chiude oggi i battenti anche Un Certain Regard, con Elena di Andrey Zvyagintsev, regista siberiano leone d'oro a Venezia con Il ritorno e già premiato a Cannes con The Banishment. Stasera cena ufficiale di chiusura del Festival allo spazio Agorà in riva al mare e domani, alle 19:15, la cerimonia del Palmares seguita alle 20:45 dalla conferenza stampa dei premiati.

   

Applausi a scena aperta per This must be the place con Sean Penn.

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino

venerdì 20 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino Risate in sala, un applauso a scena aperta ed entusiasmo generale a fine proiezione: il road’n roll This must be the place di Paolo Sorrentino, programmato in coda al concorso, piace e convince soprattutto il pubblico internazionale. Già cult l’interpretazione di Sean Penn, applaudito al primo fotogramma e ininterrottamente in scena per 118 minuti, in una prova d’attore che l’umore generale lancia in corsa per il premio alla migliore interpretazione: «Non mi sono ispirato a Ozzy Osbourne», precisa lui in conferenza stampa, anche se la mimesi è evidente persino nella voce. Meno trascinante l’incontro con il cast, musi duri e caratteri difficili, scontroso da copione Paolo Sorrentino, sfuggente come sempre Sean Penn, lo sceneggiatore Umberto Contarello è l’unico a ringraziare per i complimenti ricevuti. Il messaggio lanciato da questa edizione di Cannes è chiaro: un artista, per eccellere, non affatto bisogno di essere simpatico.

La leggenda dice che vi siate conosciuti a Cannes: è vero?
Paolo Sorrentino: Confermo. È vero.

Com’è stato recitare per Sorrentino?
Sean Penn: È un piacere lavorare con uno come lui: gli attori cercano sempre sfide nuove, e Paolo ti offre esattamente questo. Lo ritengo uno dei pochi maestri del nostro tempo, è un uomo ispirato e in grado di pensare film molto originali. Durante la lavorazione è stato come se lui suonasse il piano mentre io giravo le pagine dello spartito.

Da dove arriva l’idea di questa storia?
Sorrentino: Il punto di partenza è stato l’idea della ricerca di un criminale nazista che si nasconde chissà dove. A quello si è poi aggiunto il desiderio di raccontare il romanzo di formazione di un cinquantenne rimasto bambino. In un terzo momento ho pensato che il protagonista potesse essere una rockstar.

Perché un film sulla vendetta?
Penn: La vendetta è un tema che appartiene agli Stati Uniti, basta guardare la reazione scatenata dall’uccisione di Osama. Ma la vendetta nel film è solo una molla, la cosa più importante è il viaggio del mio personaggio, un innocente naive alla ricerca di sé.

È la prima volta che Sorrentino sceneggia a quattro mani?
Sorrentino: Si. Ma conoscevo da anni Umberto Contarello, ho cominciato con lui. Siamo accomunati dallo stesso amore per gli Stati Uniti e per il viaggio.
Umberto Contarello: Dopo che Paolo mi ha raccontato la sua idea, abbiamo cominciato a scriverla come fosse la cosa più naturale del mondo. Parlavamo con la stessa voce, e questa sintonia ci ha permesso di affrontare nel film argomenti diversi ma con un tono unitario.

Come avete costruito il personaggio di Penn?
Penn: Io e Paolo abbiamo parlato a lungo della depressione e di come quella malattia possa incidere anche fisicamente sull’individuo. Paolo aveva le idee molto chiare sul fisico del personaggio.

Il rock è morto?
Penn: So solo che il rock è stato importantissimo in passato. Era l'indice del malessere della società borghese.

Come avete lavorato sulla fotografia degli ambienti americani?
Sorrentino: Io e il direttore della fotografia Luca Bigazzi eravamo eccitatissimi, come bambini in un mondo tutto da esplorare. Negli Stati Uniti girare in esterno sembra più facile, sono il luogo cinematografico per eccellenza. Ma ho sviluppato anche una morbosa curiosità per gli interni, facendo moltissimi sopralluoghi.

Tornerebbe a girare in America?
Sorrentino: Certamente. Questo film è un nuovo inizio, un’esperienza unica e indimenticabile. Ma prima di riprovare in America, vorrei chiudere questo film. Purtroppo so fare solo una cosa alla volta.

Cosa pensate dell’Irlanda, una delle location del film?
Penn: Avevo già lavorato a Dublino e la trovo ancora una città straordinaria nonostante la recessione. Ho passato dei bei momenti con gli irlandesi, che sono la più importante risorsa del paese.

David Byrne alle musiche e in un cameo: è stato difficile convincerlo?
Sorrentino: Visto che era in sceneggiatura fin dall’inizio, eravamo preoccupati che non accettasse. Invece si è convinto. Gli ho chiesto di comporre canzoni come le scriverebbe un ragazzo di 18 anni e lui, che è un artista poliedrico, si è divertito moltissimo a farlo.

C’è qualche punto di contatto tra This must be the place e Il divo?
Sorrentino: L’unica cosa che hanno in comune è la stranezza dei protagonisti. Atipici ma possibili, mai caricature. Nel caso de Il divo il protagonista esisteva realmente, ma anche la rockstar di This must be the place potrebbe esistere, ci sono musicisti che gli somigliano molto. Penso che il cinema sia fatto per raccontare personaggi così.

Quanto deve il vostro film a pellicole come Paris Texas?
Sorrentino: Non saprei, Paris Texas non lo vedo da molti anni. Credo sia una delle tante influenze che restano impigliate in testa anche se distanti nella memoria.

Pensate di vincere la Palma d’oro? Il Divo c’era quasi riuscito...
Sorrentino: Non c’entra niente il numero di volte che si è ammessi al concorso, non è che uno al festival di Cannes fa carriera. Già presentare qui un film è un grandissimo risultato.
Penn: Ci sono in concorso molti film meravigliosi, io che sono stato in giuria so che tutto dipenderà dalla reazione soggettiva dei membri. Ma non è una coincidenza ritrovare Paolo in concorso al festival: ha un tocco magico e io spero di festeggiare con lui una vittoria.

E oggi tocca a Paolo Sorrentino con This must be the place.

Cannes e il Nord Europa, tra soap opera e sangue

venerdì 20 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes e il Nord Europa, tra soap opera e sangue Von Trier chiede perdono per le esternazioni filonaziste, ma non rinuncia al suo party in spiaggia. Il Presidente del Festival lo abbraccia sul tappeto rosso, poi prende atto delle scuse e 24 ore dopo lo espelle dal concorso. Anzi, dal concorso no, perché «la giuria è la giuria, giudica i film e non le persone», quindi il film di Lars resta in competizione ma Lars no, condannato all'esilio dalle passerelle provenzali a tempo indeterminato. Nessuno, però, gli impedisce di incontrare i giornalisti, cui affida volentieri la sua versione della storia: «Quello che ho detto è completamente stupido, ma sono stato frainteso. Intendevo dire che capisco lo stato d'animo provato da Hitler nel bunker, non che vorrei fare quel che Hitler ha fatto. Sarò pure un piccolo superbo, ma non sono Mel Gibson». E per 48 ore non si parla d'altro, giornalisti, intellettuali, direttori di festival e offesi da ogni parte del mondo a disquisire del Von Trier pensiero: qualsiasi cosa si pensi di lui, il regista danese ha realizzato a Cannes un sogno. Quello di ogni egocentrico. Fuori dalla soap opera danese il concorso ieri ha proseguito il suo cammino nel segno del genere, dopo giorni immolati alla filosofia, alla spiritualità, alla creazione (o distruzione) del mondo: ha aperto giovedì la competizione Pedro Almodovar con il quasi thriller La pelle che abito, poi Takashi Miike con l'action poetico in 3D Hara-Kiri: death of a samuraì, e infine Drive di Nicolas Winding Refn, danese come Von Trier, considerato il Tarantino del Nord Europa e applaudito a furor di popolo con un film pieno di ritmo, di sangue e di scorretto umorismo gore. Un successo la masterclass di Malcolm McDowell, l'Alex di Arancia Meccanica a Cannes per festeggiare i 40 anni del film: «Oggi guardo a quel film come a un vecchio amico molto caro – ha detto – ma rispetto a quella pagina della mia vita mi sento molto libero, del tutto in pace. Il personaggio di Alex non mi ha mai divorato: è stato una pagina essenziale della mia carriera, non l'unica». Sul fronte del glamour, escluso il bagno di sole in bikini di Elisabetta Canalis ospite dello yacht Cavalli e orfana d'accompagnatore (segno di crisi di coppia, mormorano i tabloid), la pagina rosa è stata tutta per il party benefico dell'Amfar: video messaggio di Elton John e tra i tanti ospiti anche Paolo Sorrentino, in concorso oggi con This must be the place, che in attesa di sciogliere la lingua sul suo film smaltisce l'entusiasmo per l'entrata in Champions dell'amato Napoli. In competizione nello stesso giorno anche il turco Nuri Bilge Ceylan, con Bir Zamanlar Anadolu'da: titolo ostico per un film carico d'aspettative, figlio di un regista-pupillo di Cannes in Croisette per replicare il premio alla regia, ricevuto un paio di anni fa con Three Monkeys.

Il più grande sopravvalutato del cinema. Di Pino Farinotti.

Cacciato von Trier: scusate, ma l'avevo detto

venerdì 20 maggio 2011 - Pino Farinotti

Cacciato von Trier: scusate, ma l'avevo detto Ho sempre avuto una spiccata antipatia per Lars von Trier, da anni dico che si tratta del più grande sopravvalutato del cinema: possiede una parte di talento, ma troppo parziale. Due anni fa, ai tempi di Antichrist, spiegavo il mio sentimento, mi auguravo che quel film fosse l'ultima tortura per tutti, Trier compreso. In un certo senso avevo previsto ciò che è successo a Cannes. Ecco due stralci dell'intervento di allora.

"... È trasparente il non amore del regista verso gli esseri umani, privilegiando, sì, le donne. Non conosco Lars e non ho gli elementi per dire che odi se stesso. Ma applicando i termini dell'equazione dei suoi film si può azzardare: odia se stesso e molto, ama far del male (al pubblico) per farsi fare del male. Ci si domanda cosa può fare ancora. Antichrist dichiara tutte le logiche per essere l'opera ultima, il testamento finale. Quali evoluzioni sono ancora possibili nella "poetica" dell'artista? Altri autori, alla fine, avevano detto tutto ed erano stanchi. Come Fellini, che era rimasto senza energia così come i suoi scrittori, o Bergman che si ripeteva senza l'ispirazione dei tempi migliori. L'ultimo Wenders si rifugia nelle piccole passioni private, come la musica: ha concesso moltissimo, adesso concede solo a se stesso, ma senza odiare o farsi odiare. L'inverosimile De Oliveira (101 anni) prosegue imperterrito, uguale a se stesso, nella sua stucchevole noia di qualità. Anche Woody Allen concede sempre di più al proprio recondito, ma è leggero e fa ridere, e non è poco. Anche Pasolini alla fine si era concesso troppo del proprio recondito. Lo ha trasmesso arbitrariamente, senza discrezione, con quei suoi ultimi film senza limiti e salvaguardia. E per lui non era un fatto di senilità, valeva la frase di Trier: "faccio i film solo per me stesso" con in più quella cifra pericolosa che poi è emersa con la sua fine. Peccato, ha compromesso la sua opera prima della ...tracimazione..."
..."L'assunto è che un artista ha diritto a tutto, a tutti gli estremi, a rappresentare tutte le proprie patologie, dalla morbosità all'arco completo dei vizi reconditi. Un assunto magnifico al quale corrisponde un diritto: quello dello spettatore di non andare a vedere i film di quell'artista. Ma questa volta c'è di più e non riguarda il pubblico ma i fedelissimi di Trier, che sono i critici, appunto. A Venezia, durante la proiezione riservata appunto alla critica, la platea assisteva silenziosa, c'era disagio tattile, fino a quando la volpe portatrice di complesso di colpa dice al terapeuta "il caos regna", e lì si è levata la prima risata, ed è stato l'inizio, il credito dell'autore non ha più tenuto, ha cominciato a sgretolarsi, e fra fischi di decibel sempre maggiori, il muro di Trier è crollato. Deluso, arrabbiato, offeso, Lars ha detto che quel riscontro non gli interessava, che lui aveva sempre fatto i film solo per se stesso. L'artista era nudo, anche il quel senso. Questo film "cattivo" a oltranza è anche una dichiarazione estrema di onestà. Tutto il film è occupato dall'attitudine, dalle patologie, dal privato, dalla vita senza ideologie. Non c'è spazio per altro, neppure per il sociale, che pure è sempre stata un'opzione prevalente per il regista. Del resto tutto questo viene preventivamente dichiarato in prima persona nel pressbook: "Vorrei invitarvi a un piccolo sguardo dietro il sipario, uno sguardo nel buio mondo della mia immaginazione, nella natura delle mie paure". Trier non ha neppure cinquant'anni, dunque non è senilità, ma ha commesso un errore di valutazione, grave per un artista: la presunzione di essere accreditato, di possedere l'attestato di maestro, di essere esempio ed eroe, e dunque di aver diritto alla franchigia e magari all'immunità. Quei maestri, quei "legislatori" ci sono, soprattutto ci sono stati, nel tempo, anche lontano, e hanno lasciato un segnale al quale noi utenti ci ispiriamo, al quale ricorriamo nei momenti utili. Questi sì, si sono guadagnati franchigia e immunità. Trier non è fra costoro. Crede di esserlo. "Faccio i film solo per me stesso". E così semplicemente, ingenuamente si potrebbe rispondergli "E allora guardateli tu, da solo". La mia speranza, e l'augurio (e anche coerentemente il suo) è che nelle sale dove proiettano i suoi film, ci vada poca gente, poi pochissima, poi ... nessuno. A così Lars avrà realizzato, ancora una volta "in estremo" le proprie filosofia e missione: una sua opera proiettata in una sala vuota. E voglio, a mia volta, andare oltre, come estremo. Nella sala non entra neppure lui. E avanzo ancora: sala vuota, macchina senza operatore che proietta in automatico, e la macchina che si... autoguasta. La sala, il buio, la pellicola interrotta. Il niente. Così come l'artista ha diritto a tutto, lasciamo a chi scrive il diritto alle proprie fantasie e speranze. Quando un autore si prende la responsabilità della tracimazione, la riconosce a la riconferma, allora sono fatti suoi ed è cinema suo. Il pubblico non c'entra più. Che Antichrist sia l'ultimo. ..."

Viziato
Trier è stato molto viziato sin dall'inizio, inviti alle Mostre e tanti premi. La critica lo ha santificato in nome del Dogma. Per anni il regista danese si è sentito un principe del cinema, un legislatore, un modello unico. Poi, come accade, è stato sorpassato da altri. Si alternavano prevalenze stilistiche, commerciali, di contenuto, eccetera. E' un'evoluzione, la cosa più normale. Allora succede che l'artista voglia resistere, voglia rimanere sul ricciolo alto dell'onda, e non è facile. Fare film sempre più belli e importanti non è semplice. C'è un'altra strada, quella di riaffermare il proprio marchio, carattere, e nome. È la scorciatoia dello choc. Il problema è che se arrivi a quella fase sei già compromesso. Trier era già compromesso. L'ho scritto sopra: "Ogni artista ha un recondito" ma poi occorre una misura, un freno interno. Se a Cannes dichiari di avere una debolezza per l'estetica nazista e che Hitler lo capisci e provi simpatia per lui, è chiaro che il giorno dopo il mondo parlerà di te. Sinceramente dichiarare simpatia per Hitler...non riesco a pensare a niente di peggio. Trier ha dunque pensato al record assoluto. E sospetto che alla fine essere estromesso da Cannes, dunque dal cinema, dunque in un certo senso dal mondo, lo gratifichi. Gli dia un alibi disperato. Le sue dichiarazioni del "dopo" del resto vanno in questo senso: "Sono fiero di essere persona non grata, è la prima volta che succede nella storia del cinema". La patologia di far male a se stesso e agli altri. Del resto, il suo film in concorso, Melancholia, la fine del mondo, di tutto e di tutti, è stato un altro testamento macabro, cattivo e sadico, Antichrist è stato sorpassato, e non era semplice.

Ho scritto fino all'ossessione che la censura è peggio di Ciprì e Maresco, dell'Enigmista e di Trier, è peggio di tutto. Se bandire Trier dai festival - dopo che il pubblico lo ha bandito- in qualche modo può essere censura, ebbene per il danese faccio un'eccezione. Ma temo che al peggio non ci sia fine.
Trier è il regista del disservizio. Un artista ha il dovere del servizio, deve dare indicazioni all'utente, deve fargli comprendere qualcosa che senza di lui non comprenderebbe. Può anche angosciarci, se poi l'angoscia è un "servizio" utile per la comprensione. Ma alla fine deve farci stare meglio. Che Lars sparisca fra i ghiacci.

   

Il regista spagnolo presenta a Cannes il suo La pelle che abito.

Almodovar e Banderas, la coppia più bella del mondo

giovedì 19 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Almodovar e Banderas, la coppia più bella del mondo «No nazi, claro que no». A Pedro Almodovar, a Cannes due anni dopo Gli abbracci spezzati, tocca il difficile compito di restituire serenità a un Festival in agitazione da 24 ore per le dichiarazioni su Hitler del collega Von Trier. Anche se in concorso ha portato un thriller, La pelle che abito, «una storia di sopravvivenza in una situazione estrema», la presenza in sala del regista spagnolo è calda e rassicurante, amabile, lontana anni luce dal protagonismo oscuro di molti dei suoi illustri colleghi. Applaudito e amato, è l’autore che mette d’accordo tutti: non scatena tifoserie da stadio, ma nemmeno reazioni violente. Eccentrico quanto basta, con i capelli raccolti in un ciuffo spettinato e una camicia verde pisello, Almodovar è arrivato a Cannes con la “sua” star Antonio Banderas, incantevole cinquantaduenne scoperto negli anni ’80 proprio dal regista spagnolo, che lo volle in pellicole come La legge del desiderio, Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Legami!. Era dal 1989 che i due non lavoravano più insieme: «Pedro fa parte della mia vita – dice Banderas - non rappresenta solo l’inizio della mia carriera». L’emozione di ritrovarsi dopo più di vent’anni è tutta nella voce che trema di Banderas, nelle sue parole che suonano autentiche, negli occhi lucidi del regista di nuovo insieme alla sua creatura. Per quanto stucchevole, il trionfo dei buoni sentimenti pare l’unica medicina in grado di salvare il festival dall’avvelenamento.


PEDRO ALMODOVAR

Come è nata l’idea di questa storia?
Dieci anni fa lessi il libro da cui ho tratto il film, uno di quei romanzi che di solito sfogli in aereo e che ti dimentichi quasi subito. E invece in quelle pagine c’era qualcosa che aveva attirato la mia attenzione: il tema della terribile vendetta di un medico. Non tutti gli elementi erano chiari nel libro, per questo nel film ho finito per allontanarmi parecchio dalle pagine scritte.

Perché nel film i suoi personaggi hanno origini brasiliane, e non spagnole?
Perché la loro moralità, selvaggia e priva di etica, non poteva appartenere alla cultura spagnola nella quale io stesso sono cresciuto, tutta basata sui concetti di castigo e peccato.

Si identifica in personaggi così a tinte forti?
No. L’unica cosa che posso avere in comune con il personaggio di Antonio è l’amore per la creazione. Lui in qualche modo è un creatore di vita: crea nuova pelle, nuovi corpi, nuovi organi che possono identificarci e separarci dagli altri. Certo, poi è un personaggio che dal principio si mostra senza scrupoli, un estremo, uno psicotico incapace di calarsi nei panni degli altri. Io non sono cosi. Però amo la creazione, come lui: un regista è quanto c’è di più simile a un dio, può realizzare le proprie fantasie, dare forma alla propria immaginazione. È il massimo del potere che un uomo possa avere. E mi piace.

Perché un thriller?
Nel mio percorso cinematografico ho attraversato generi diversi, e in questo momento il thriller mi pare la chiave migliore per abitare un genere senza per forza escludere gli altri. Per me è fondamentale, visto che sono completamente incapace di rispettare i canoni dei generi. Ma forse non dipende solo da me: non credo che musical, thriller e commedia oggi si possano fare con la stessa innocenza degli anni ‘50. Non so ancora come sarà il mio prossimo film, ma è possibile che sia ancora un thriller.

Si è preparato sul genere? A chi si è ispirato?
Ho studiato tutto quel che è il terrore al cinema. E l’ambito che più mi ha interessato è il thriller anni ’40, alla Fritz Lang; in un primo momento sono stato tentato di far qualcosa di quel tipo, magari un film in bianco e nero e muto, ma la sceneggiatura non si prestava. Ci ho pensato a lungo, però, ed è la prima volta che lo confesso. Chissà se nel futuro....

Altre ispirazioni al di fuori del genere thriller?
Sicuramente Occhi senza volto di Georges Franju, con Alida Valli e Pierre Brasseu. È stato fin dall’inizio nei miei pensieri, mi ha indirizzato verso un terrore senza sangue, escludendo la possibilità di finire nel gore o nello spettacolo brutale.

Nessun riferimento a Frankenstein, quindi?
Sì certo, anche Frankenstein. Ma solo quando ho finito il film mi sono reso conto di debiti e influenze: c’è anche la mitologia greca, il mito di Prometeo, il titano che rubò la luce agli dei per donarla agli uomini, che è anche all’origine di Frankenstein. Nel caso del mio film la luce di Prometeo è la transgenetica: è questa la tecnica che converte Antonio in un titano.

Come si è documentato sulla transgenetica?
Molto mi ha aiutato mio fratello, che per questo motivo compare nei titoli di coda. La transgenetica è qualcosa di cui si parlava molto mentre scrivevo: è una possibilità proibita per la sperimentazione umana ma sviluppata in altri campi, come quello alimentare. Non è realtà, ma nemmeno fantascienza visto che proprio mentre giravamo mi è capitato di leggere un articolo su un laboratorio che lavora alla creazione di pelle artificiale.

Scienza e arte possono comunicare?
Seguono cammini diversi. La scienza può totalmente trasformarci, e un giorno farà sì che quel che oggi intendiamo come umanità diventi un’altra cosa. La scienza ci fa avanzare su una strada di cui non possiamo intuire la fine, anche se io spero che sia una buona fine... La scienza ci aiuta, ma può portarci anche in un abisso di cui nessuno sa nulla. L’arte invece credo che continuerà sempre ad aiutarci, a darci piacere, a farci sopravvivere.


ANTONIO BANDERAS

Com'è stato tornare a lavorare con Almodovar?
Un riconoscimento unico, sono orgoglioso di far parte del suo universo. È come tornare in un paese che conosci, con tutti suoi difetti e le sue qualità, come tornare nella casa dove sei cresciuto. Ho ritrovato con lui anche tanti attori, come Marisa Paredes con la quale ho condiviso tante esperienze e superato barriere, magari senza esserne del tutto coscienti, in film che sono oggi diventati classici del cinema spagnolo. Attori come lei oggi sono diventati modelli per una generazione di interpreti, cresciuti con i loro film: è una grande soddisfazione sapere che anche grazie a loro il nostro cinema ha un futuro roseo davanti a sé.

È cambiato il modo di fare cinema di Almodovar?
Dopo 20 anni, ritrovo la sua stessa capacità di rimanere ostinatamente attaccato al percorso interiore dei suoi personaggi. L’atto creativo per lui non consiste nei trucchi di scena o in artifici pirotecnici, ma nel saper costruire complessi cammini psicologici. È una lezione di cinema fondamentale.

Come hai lavorato a un personaggio così crudele?
Ho fatto un lavoro di grande economia, soprattutto gestuale, interiorizzando tutto il mondo del protagonista. Mai un gesto eclatante davanti alla macchina da presa, come credo di aver fatto spesso in altri film. Qui mi interessava l’apatia del mio personaggio, la sua incapacità di condividere empaticamente il dolore altrui. Ho dovuto lavorare molto sulla sua mostruosa freddezza: stiamo parlando di uno che dice di aver praticato una vaginoplastica come se stesse prescrivendo un’aspirina. Credo che Pedro cercasse questo orrore freddo, la paura che non ti fa saltare sulla sedia, ma ti entra dentro e ti rimane addosso, ti fa riflettere.

Scienza o arte, cos’è più importante per l’uomo?
Credo siano valide entrambe. La scienza sostiene i nostri corpi, l’arte le nostre anime, il cuore. Sono complementari.

   

Il regista danese considerato "persona non gradita" per le sue dichiarazioni sugli ebrei.

Cannes, espulso Lars Von Trier

giovedì 19 maggio 2011 - Luca Volpe

Cannes, espulso Lars Von Trier E alla fine la punizione è arrivata. Seppur con quasi ventiquattr'ore di ritardo, e nonostante le scuse ufficiali dello stesso regista danese, la direzione del festival di Cannes ha deciso: Lars Von Trier è considerato "persona non gradita, con effetto immediato".
A scatenare il provvedimento sono state le frasi rilasciate dallo stesso Von Trier durante la conferenza di presentazione del suo Melancholia. Dichiarazioni come "Capisco Hitler, simpatizzo un po' con lui" o "Israele è un problema" sono sembrate evidentemente troppo eccessive anche per un Festival che ha fatto della libertà di espressione una delle sue inderogabili prerogative.
La decisione, nell'aria già ieri sera, arriva dopo la dura nota diramata nella giornata di ieri dagli organizzatori: «La direzione prende atto delle scuse di Lars Von Trier, ma sottolinea che non accetterà mai più che il festival divenga la sede per simili proclami».
A partire da oggi il controverso cineasta non potrà rilasciare dichiarazioni pubbliche né presenziare alla cerimonia di premiazione in programma domenica prossima al Grand Theatre Lumiere. Von Trier e il suo film rimarranno comunque in concorso per tutti i premi più importanti, compreso quello come miglior regista.

   

In attesa del 'film clandestino' di Panahi, protagonisti di ieri Lars Von Trier e Sarkozy.

Cannes, mercoledì di politica

giovedì 19 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, mercoledì di politica «Sono un po' nazista, e non mi dispiace»: in meno di dieci parole Lars Von Trier ha ipotecato ogni speranza di Palma per il suo Melancholia, si è attirato antipatie universali e bipartisan, ha confermato la fama di eccentrico a ogni costo e ha reso indifendibile ogni sua esternazione della giornata. Da un certo punto di vista, un capolavoro. In tarda serata arrivano le scuse, goffe e tardive, «Sono caduto nella trappola della provocazione», fa sapere. Ma al Festival, che ha tollerato le stranezze di Malick e accolto con un applauso di consolazione persino l'antisemita Gibson, proprio non va giù: «La direzione prende atto delle scuse di Lars Von Trier, ma sottolinea che non accetterà mai più che il festival divenga la sede per simili proclami». Come a dire: quando è troppo è troppo. Una giornata inquieta, il secondo mercoledì a Cannes, agitato dalla bad performance del regista danese e in fibrillazione per la possibile, sussurata, ectoplasmica apparizione del regista iraniano Jafar Panahi per l'anticipata stampa del suo This is not a film. I più ottimisti si aspettavano un intervento carbonaro, in collegamento via Skype, ma il regista, incarcerato dal regime e costretto al silenzio, non si è mostrato. Il suo film, traghettato clandestinamente al festival attraverso una misteriosa pennetta USB, sarà proiettato oggi: un testamento spirituale e una testimonianza di strenua resistenza che in molti attendono come il vero evento della giornata. L'animazione non si è spenta, ieri, nemmeno in serata. Protagonista assoluto delle polemiche alla luce del tramonto il presidente francese Nicolas Sarkozy, immortalato in chiave satirica ne Il caimano francese La conquête di Xavier Durringer: sala piena, applausi e risate per un film che la stampa francese ha scoperto meno graffiante del previsto, e che i giornalisti italiani hanno cavalcato sull'onda della nostalgia di casa: «Ci sono alcuni punti di contatto tra la situazione politica francese e quella italiana – ha detto in conferenza stampa Nicola Piovani, autore delle musiche del film – In comune abbiamo la democrazia televisiva, la creazione del consenso attraverso il piccolo schermo, l'importanza che i cittadini danno all'aspetto dei politici in tv. Ciò che ci rende diversi dai francesi è solo un particolare: da noi, il politico che si presenta davanti alla telecamera è il proprietario della telecamera». Grande aspettativa oggi per l'arrivo di Pedro Almodovar, che l'amica Penelope Cruz già dà per vincitore, con La piel que habito, in Croisette con Antonio Banderas. Contro di lui Drive, del talentuoso regista della saga di Pusher Nicolas Winding Refn, accompagnato da Carey Mulligan. Ultimo giorno di Croisette per il maestro Roger Corman, serata conclusiva per gli addicted della beneficienza festivaliera con il mega party dell'Amfar, per la prima volta orfano della madrina Sharon Stone: si impegneranno per non far sentire la sua mancanza Patrick Dempsey, Milla Jovovich, Beyonce Knowles, Brooke Shields, Gwen Stefani e Leonardo DiCaprio.

Il regista danese presenta in concorso a Cannes il suo film sulla fine del mondo.

Melancholia, è Von Trier Show

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Melancholia, è Von Trier Show «Forse questo film è una schifezza. O forse no. Comunque è abbastanza probabile che non valga la pena vederlo. E quindi? Adesso che facciamo? Parliamo de L'Uomo Ragno?». Lars Von Trier, eccentrico e provocatorio per contratto: impossibile prenderlo sul serio, persino nel serissimo contesto del Festival di Cannes. Il suo film Melancholia, immaginifica storia sulla fine del mondo presentata oggi in concorso e accolta in sala da qualche fischio e applausi, sarebbe bastato a fornire sufficiente materia di discussione. Ma la performance del maestro danese, celebre per la personalità complessa («autovenerativa», dice lui), oltre che per la sua fertile e controversa produzione artistica, raramente si conclude in sala: se l’anno scorso, in competizione con Antichrist, si ritenne personalmente offeso dai giornalisti «che hanno applaudito solo per gentilezza – disse – dopo aver sghignazzato tutto il tempo», quest’anno sul palcoscenico di Cannes ha scelto di polemizzare soprattutto con se stesso. Accanto a lui i suoi attori, Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Jesper Christensen, John Hurt, Stellan Skarsgård, vinti dalla personalità dell’istrionico regista e serenamente disposti ad assecondarlo: uno come Von Trier, del resto, non si può certo arginare.


LARS VON TRIER

Perché un film sulla fine del mondo?
Von Trier: Per me non è esattamente un film sulla fine del mondo ma una riflessione su uno stato mentale, quello della malinconia, che conosco benissimo. Non ho tanto da dire su questo film. Sono felice di essere qui e sono felice che Melancholia non arrivi sugli schermi del pianeta Terra prima di un mese.

Perché questo titolo, Melancholia?
Perché è una bella parola, anche se abusata. Il sentimento della malinconia pervade le arti, e nel mio film è molto presente. L’idea di Melancholia è venuta da là, dal titolo.

Altre fonti di ispirazione?
Mi sono ispirato ai dipinti classici, agli artisti tedeschi e preraffaelliti. E anche ad Antonioni, a Bergman e Tarkovski. Piango sempre, quando vedo i film di Tarkovski. Però a me adesso piacerebbe parlare del mio prossimo film, si può?

Come sarà il suo prossimo film?
Kirsten Dunst mi ha convinto a fare un porno: in Melancholia ho ripreso la sua vagina, ma non le basta. Ha detto di sentirsi pronta per il nudo e di voler fare di più. Ne vuole sempre di più. Vuole un vero film hardcore, farò del mio meglio per accontentarla.

Pensa di trovare altre attrici per il suo porno?
Figuriamoci, ma certo. Siamo già al lavoro sul soggetto: io voglio i dialoghi, ma alle mie attrici non gliene frega niente. Vogliono solo sesso. Vi prometto che il mio prossimo film durerà 4 ore. Sarà un film a capitoli, posso già rivelare il nome del primo: "East/West Church".

Tornando a Melancholia, può raccontare come ha lavorato sulla luce?
L’unico consiglio che mi ha dato il mio direttore della fotografia è stato quello di non fare l’errore tipico dei registi di mezza età, che ingaggiano donne sempre più giovani e sempre più nude. L’ho mandato a quel paese, io faccio quello che voglio. Mi sento un uomo libero, soprattutto da quando ho smesso di bere e mi sono dato alla lettura. Sono diventato più noioso ma mi sento bene, anche se filosoficamente sono contrario al non bere.

Si parlava della luce...
La luce divina è qualcosa di molto importante, ma la luce in generale è importante, perché è il cuore del cinema. Per questo quando guardo Tarkovski piango, perché per me è come avere a che fare con lo Spirito Santo. Sono un uomo molto sensibile alla sofferenza e al senso di colpa cattolico, per quanto ci sia in me anche un lato più leggero che di tanto in tanto, con film come Melancholia, riesco a far emergere.

Melancholia parla della fine del mondo: le sembra un tema leggero?
A me non pare così terribile pensare al fatto che il pianeta muoia. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Per me in un certo senso Melancholia è una commedia: se avessi voluto farne una tragedia, vi sareste spaventati.

Perché ha scelto di cominciare il film con la fine del mondo?
Si dice che i film si guardano per sapere come andranno a finire, ma secondo me non è così: sappiamo che James Bond rimarrà vivo alla fine, eppure le sue avventure sono sempre emozionanti. Ho voluto essere chiaro sin dall’inizio: quando vedi Melancholia sai come finisce, almeno non ti illudi.

È soddisfatto del risultato? Che effetto le fa rivedere il suo film a Cannes?
Forse tutta quella musica di Wagner era esagerata, ci siamo fatti prendere la mano e il film è diventato troppo romantico. Quando ho visto i primi fotogrammi, ho pensato che questo film fa veramente schifo. Spero di no.

La sua vita privata influenza la sua ricerca stilistica?
Non lo so. L’unica cosa che posso dire è che per tanto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero molto felice, ma da quando è arrivata Susanne Bier ho perso tutta l’allegria. Ho scoperto recentemente di avere origini tedesche, nella mia famiglia ci sono anche dei nazisti. Noi nazisti in effetti abbiamo una certa tendenza alla megalomania.


KIRSTEN DUNST e CHARLOTTE GAINSBOURG

Cosa vi ha spinte a lavorare con Von Trier?
Kirsten Dunst: Per me Lars è l’unico regista capace di scrivere grandi film per donne, ruoli magari complicati ma unici: la cosa più interessante del mio personaggio è che mentre il mondo sta per finire, lei diventa più forte. A volte i depressi nelle situazioni tragiche tirano fuori una forza inaspettata.
Charlotte Gainsbourg: Rispetto ad Antichrist è stata un’esperienza molto diversa. Non ho l’impressione che ci affidi ruoli particolarmente “da donna”: in Antichrist io interpretavo lui, e in Melancholia è toccato a Kirsten.

Umanamente come avete interagito con Von Trier?
Dunst: Il fatto che Lars si presenti in maniera un po’ bizzarra non mi ha impedito di trovare in lui anche un grande amico.
Gainsbourg: Il problema è che Lars non risponde mai a nessuna delle mie domande sulla sceneggiatura, quindi ho lavorato all’oscuro di tutto. Devo dire che mi è piaciuto.

Com’è stato il lavoro sul set?
Dunst: Lars crea sul set una grande intimità, che rende gli attori emotivamente disponibili. Il processo delle riprese è molto creativo, giriamo anche scene di cinque minuti. C’è totale libertà sulla scena.

Dopo Ki-Duk, Malick e Penn, ieri è stato il giorno di Mel Gibson.

Paura e deliro a Cannes, la rivincita dei timidi

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Paura e deliro a Cannes, la rivincita dei timidi In principio fu Kim Ki-Duk, apparso venerdì scorso a Cannes irriconoscibile, ingrassato, depresso e facile al pianto. Poi Terrence Malick, troppo timido per presentarsi in conferenza stampa, beccato mentre cercava di infilarsi clandestinamente nella proiezione di gala del suo stesso film. E Sean Penn, attore per Malick, che diserta l'incontro con i giornalisti, sfila in passerella e poi davanti a un centinaio di fotografi gira stizzito le spalle alla sala e se ne va: una rappresaglia, si dice, contro gli scandalosi tagli con cui i montatori del film avrebbero segato la sua parte. Cannes si pasce quest'anno di autori paranoici, instabili e leggermente sociopatici, possibilmente sfuggenti e invisibili, allergici al contatto con il pubblico: ultimo in ordine di tempo, ieri, Mel Gibson, ufficialmente impegnato a scontare la pena per aver aggredito brutalmente la sua compagna, ma «molto dispiaciuto di non essere qui» secondo la regista Jodie Foster che l'ha fortemente voluto, contro tutto e tutti, nel suo The Beaver. Peccato che Mel, mentre la Foster lo difendeva a spada tratta dall'interrogatorio dei giornalisti, fosse già a Cannes: apparso in passerella mano nella mano con la regista, è scivolato come una specie di nazgul fino alla sala, dove ha raccolto incassando le spalle a mo' di bastonata un caldissimo applauso dal pubblico. All'ombra del suo ego sono sfilati ben tre film in concorso, invisibili alle cronache con l'eccezione di Le Havre di Aki Kaurismäki, entusiasticamente accolto come unico concorrente in grado di scippare ai fratelli Dardenne unanime e pacificato consenso. Impossibile, nel giorno della rivalsa di Mel, farsi notare: non ci riesce The Big Fix, documentario flop sulla marea nera messicana che la teoria del complotto vorrebbe artatamente penalizzato da scomoda collocazione all'ora di pranzo, non conquista le prime pagine l'esordiente Alice Rohrwacher, sorella della più famosa Alba in concorso alla Quinzaine con l'apprezzato Corpo Celeste.
Massima allerta, oggi, per l'arrivo in Costa Azzurra di due pezzi da novanta: l'habituée Lars Von Trier, in concorso con Melancholia, e il rampante Xavier Durringer fuori dai giochi ma certamente al centro della bufera con La conquête, polemico racconto dell'ascesa al potere del premier francese Sarkozy. Incidentalmente a Cannes anche l'inossidabile Roger Corman, protagonista di una lezione di cinema all'American Pavillion, e una folkloristica selva di presenzialisti da salotto più o meno hollywoodiano importati per la charity quotidiana: tra gli altri Artisti Per la Pace e la Giustizia Milla Jovovich, Gwen Stefani, Leonardo Di Caprio, Paul Haggis, Moran Atias e persino Valeria Marini, che dopo aver ancorato il suo yacht sabato scorso per festeggiare il compleanno, non accenna a riaccendere i motori. L'ansia da palcoscenico, almeno lei, non la soffre affatto.

   

I fratelli belgi svelano i retroscena de Il ragazzo con la bicicletta.

Il Pinocchio triste dei Dardenne

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Il Pinocchio triste dei Dardenne Verrebbe da pensare che due così siano inseparabili, abituati a condividere riflessioni e lavoro, esperienze di vita, set e amicizie, sconfitte e trionfi. Lui, Jean-Pierre, è il fratello più grande. Ha i capelli bianchi, gli occhi di un profondo blu, le mani sempre in movimento. Ha l'aria rilassata e ride spesso, informale anche a Cannes, con una polo grigia senza fronzoli, la fede al dito, un piccolo orologio al braccio mollemente abbandonato sulla spalla del fratello. L'altro, più serio, è Luc. Il suo sguardo è sfuggente, parla meno volentieri, ascolta immobile e rimugina: sembra parecchio più giovane e tormentato di Jean-Pierre, insaccato in un completo grigio che ne incupisce il volto. Tra i due fratelli belgi, per la quinta volta in concorso a Cannes dopo due Palme d'oro (per Rosetta e L'enfant), ci sono solo tre anni di differenza e un'incredibile affinità intellettuale, che va molto oltre le apparenti disparità caratteriali. Insieme hanno scritto e diretto Il ragazzo con la bicicletta, il film che a concorso inoltrato resiste ancora in vetta alle preferenze dei critici, invulnerabile all'attacco della corazzata Malick: «Ogni volta che torniamo al festival è un'esperienza fantastica, solo Cannes ti riempie così tanto di adrenalina» dice Jean-Pierre. «Cannes ha fatto la nostra storia», sospira brevemente Luc.

Che effetto fa essere in concorso con il film più amato dai critici?
Jean-Pierre: Abbiamo le idee chiare finché facciamo il film. Dopo non abbiamo la minima idea di cosa accada: il film va in sala e noi aspettiamo e vediamo. I critici spesso apprezzano.
Luc: I critici, in genere, vedono cose nei nostri film che noi stessi non vediamo.

È un'impressione o questo è il vostro film più ottimista?
Jean-Pierre: Sì, è vero, ma non è stata una decisione presa a tavolino. Di solito è la storia che sceglie noi, non il contrario. In questo caso ci siamo ritrovati con una storia semplice e luminosa, ma non tutti gli elementi erano previsti fin dal principio: il personaggio di Samantha, per esempio, proveniva da un'altra sceneggiatura e poi in qualche modo è finito qua dentro.

È strano vedervi alle prese con una storia che non aggredisce temi sociali...
Luc: Le questioni economiche o sociali non riguardano direttamente la storia e anzi, sarebbero state di intralcio. Sia Samantha che il padre di Cyril dovevano trovarsi in una situazione economica tale da metterli nella condizione di potersi comportare come fanno nel film: se Samantha non avesse avuto abbastanza denaro per prendersi cura del bambino, o se avessimo approfondito il disagio economico del padre, la storia non sarebbe mai partita. Ci piace pensare Il ragazzo con la bicicletta come una fiaba, o meglio una tragedia ottimistica: la storia di un ragazzino che faticosamente riesce ad abbandonare le proprie illusioni, grazie all'amore di una specie di fata, cioè Samantha.
Jean-Pierre: Sì, è proprio come una favola: c'è un bosco, che è il luogo della tentazione, e c'è un cattivo. Lo stesso Cyril è un po' un Pinocchio, che deve attraversare una serie di prove per perdere tutte le sue illusioni e diventare saggio.

Come avete scelto il bambino che interpreta Cyril?
Jean-Pierre: Lo abbiamo cercato ovunque, con annunci sulla radio e sui giornali. Su 50 ragazzi che abbiamo provinato, lui ci è piaciuto subito. Era il quinto. Abbiamo capito che era giusto per il ruolo appena ha provato la prima scena, quella in cui è al telefono e cerca di contattare suo padre: c'era qualcosa di speciale nei suoi occhi, nel modo in cui stringe il telefono e contrae i muscoli del corpo. Assolutamente perfetto.

È difficile filmare la giovinezza?
Jean-Pierre: È più facile filmare il male, decisamente. Se hai a che fare con la storia di un bambino, il rischio di cadere nei cliché è dietro l'angolo.
Luc: Non ci capita spesso di avere a che fare con storie così piene di buoni sentimenti. È stato impegnativo.

Per voi che lavorate in famiglia, la famiglia è un tema importante?
Luc: C'è senza dubbio un nesso tra il fatto che siamo fratelli e che ci interessano così tanto le storie di famiglia. Ma Il ragazzo con la bicicletta è soprattutto un film sull'amore, sulla vittoria dell'amore. E anche sull'illusione che Cyril ostinatamente ha di poter tornare a vivere con suo padre.

Da dove è arrivata l'ispirazione per questa storia?
Jean-Pierre: Nel 2002 eravamo in Giappone e un'amica, che fa il giudice, ci raccontò la storia di un bambino abbandonato all'orfanotrofio dal padre, che gli promise che sarebbe tornato a riprenderlo. Ovviamente non lo fece. E il bambino continuò ad aspettarlo per anni. Siamo subito rimasti colpiti da quel racconto e negli anni ne abbiamo parlato tante volte, senza riuscire a tirar fuori una storia. Ci siamo sbloccati quando abbiamo trovato la location: abbiamo capito che il film doveva essere ambientato in tre posti, cioè un boschetto, una città e una stazione di servizio. E improvvisamente ci è venuta in mente la bicicletta, che nella storia è il tramite di collegamento fra i personaggi.

A proposito di bicicletta: ma se Cyril ha così tanta paura che la rubino, perchè non la chiude mai con la catena?
Jean-Pierre: Bella domanda. Direi che non lo fa non tanto per ragioni narrative, quanto perché nella sua testa non passa nemmeno l'idea che una bicicletta possa avere un valore economico. Cyril non conosce il significato del denaro, infatti si meraviglia che suo padre abbia potuto vendere la sua bici.
Luc: E poi insomma, non sono tanti i momenti in cui la lascia senza sorveglianza. Sarebbe stato tutto più complicato se ogni volta avessimo dovuto filmarlo mentre lega la bicicletta.

Le vostre storie sono sempre ambientate al presente. Perché?
Luc: Forse perché l'ispirazione ci arriva dalle persone che conosciamo, o da quel che leggiamo sui giornali. Il realismo per noi è l'unico modo per parlare del mondo. Fare film ci aiuta a immaginare come lo vorremmo: senza rivalità, senza paura dell'altro...

In questo film lavorate con Cécile de France: è una delle rare volte che avete scelto un'attrice famosa...
Luc: Non era stato programmato. Non scriviamo mai con un attore in testa, ma quando abbiamo finito la sceneggiatura ci è venuta subito in mente lei. Non per questioni psicologiche o emotive, semplicemente per la sua faccia. Le abbiamo dato la sceneggiatura, l'ha letta, ci ha chiesto un paio di cose sulle motivazioni del suo personaggio e poi ha accettato. Fine della storia.

   

Mr. Beaver, diretto da Jodie Foster, stupisce, commuove ed emoziona.

Mel Gibson sorprende la stampa

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Mel Gibson sorprende la stampa Finito, bollito, perduto. Impazzito, consumato, esaurito. Sull’orlo di una crisi di nervi, e oltre. Nessuno avrebbe più scommesso su Mel Gibson, tantomeno a Cannes. Nessuno avrebbe potuto immaginare come un attore franato miseramente nelle proprie (brutte) vicende personali potesse ritrovare un briciolo di considerazione e di speranza proprio nel luogo dove la sua carriera sembrava destinata a trovare l’eterno riposo. E invece no. Presentato oggi al festival fuori concorso, girato e interpretato anche dall’amica Jodie Foster, il Mel Gibson di The Beaver ha stupito la stampa, commosso ed emozionato, come non accadeva più da anni. Assente in conferenza perché condannato per violenze domestiche a una rigida psicoterapia e a 36 mesi di libertà condizionale, «avrebbe tanto voluto essere qui», ha lasciato detto all’amica regista. Per poi mandare un messaggio a sorpresa, durante la conferenza stampa, che ha stupito tutti i presenti, cast incluso: «Il management dell’attore – ha riferito il mediatore dell’incontro – ci ha comunicato che Mel riuscirà ad essere presente stasera alla proiezione ufficiale». Da mesi Gibson non si mostra in pubblico, e l’insuccesso del film in America l’aveva fatto precipitare ulteriormente in depressione: la scelta di mostrarsi, indipendentemente dal lungo applauso che ha tributato il pubblico a The Beaver, è già una bella notizia.

Perché ha scelto Mel Gibson come protagonista?
Foster: È sempre stato il primo della lista perché ero sicura che fosse giusto per il ruolo. È un attore in grado di gestire tanto le parti umoristiche quanto gli aspetti drammatici del personaggio, e come uomo sa bene cosa significa avere un certo disagio interiore.

Come ha lavorato con lui?
Foster: Onestamente non ho meriti da prendermi, abbiamo anche parlato sul set, ma la performance di Mel è interamente sua. Lui sa bene cosa significhi trasformarsi interiormente, si è esposto personalmente nel ruolo. È riuscito a radicarsi profondamente nella realtà e nel dramma raccontato senza essere tentato da gag di facile presa. Non posso che essergli grata.

L’idea della voce del castoro è sua?
Foster: Nello script era indicato che dovesse avere un accento inglese, noi ne abbiamo scelto uno popolare, da classe operaia.

Siete molto amici?
Foster: Non devo perdonargli nulla, né sono responsabile per lui, ognuno lo è per sé. Con Mel siamo amici da tanti anni, e forse è uno degli attori più amabili di Hollywood, insieme a Chow Yun Fat. Siamo amici leali, passiamo ore al telefono parlando della vita. È una persona complessa, ma mi piace la sua complessità. L'ha portata anche nel film, e io non posso che essergliene grata.

Questa performance riabiliterà Mel Gibson agli occhi del pubblico?
Foster: Non so, non ne ho idea. So solo che fare un film ti ossessiona per mesi e anni, pensi solo a quello e ciò ha effetto su quel che fai e sui rapporti che hai con la gente. Mel è molto orgoglioso del film e so che vuole che il pubblico lo veda. È un uomo molto riservato e quello che mostra sullo schermo è quanto di più personale ha.

Come vive la sua presenza a Cannes?
Foster: Sono emozionata, è il primo film che presento al festival e anche il mio film più personale e difficile da realizzare, soprattutto per la raccolta dei finanziamenti.

È stato difficile dirigere e recitare contemporaneamente?
Foster: Ho sempre creduto che dirigere un film e recitarvi allo stesso tempo fosse una pessima idea. La cosa peggiore è che non hai sorprese, perché hai pianificato tutto, ma in realtà ho scoperto che è abbastanza facile proprio perché conosci bene sia la sceneggiatura sia gli attori, i quali per altro possono sempre fare qualcosa che non ti aspetti.

Come si spiega l’insuccesso del film nelle sale americane?
Foster: Il film non è stato concepito per essere amato da tutti: il concept alla base era molto originale e forte, sia sul versante drammatico sia su quello comico. È un dramma familiare, un genere con il quale non sempre il pubblico americano si trova a proprio agio. Forse è un tipo di film che potrà essere apprezzato in Europa, specialmente in Germania e in Francia... D’altronde se avessi pensato a cosa sarebbe piaciuto vedere a questo o a quel pubblico, avrei fatto un film terribile.

Pensa che la presenza di Mel abbia nuociuto al risultato sul box office?
Foster: Il bello di essere un regista è che devi fare film, quello è il tuo compito e sei felice quando riesci a realizzare il tuo progetto, la storia che ami. Se mentre lavoro pensassi a fare le cose in vista di come funzioneranno al box office, sarei una persona molto triste. Penso solo alla soddisfazione e la gioia che mi dà portare a termine i film che mi piacciono, che sono quelli che ti parlano e fanno parlare.

Pensa che il tema della malattia mentale abbia allontanato il pubblico?
Foster: La depressione è un tema difficile e importante, spesso rimosso. Ma è qualcosa di molto serio e ha bisogno di essere curata con una terapia medica e molto tempo. Non può essere curata con lo yoga, le pillole o soluzioni facili. Volevo che si capisse bene cosa il personaggio stava attraversando.

Perché la affascinava esplorare il disturbo mentale?
Foster: Gli attori amano la psicologia. Le radici dei conflitti psicologici sono sempre nella famiglia e per questo io racconto un nucleo familiare entrando nei dettagli di ciascuno dei componenti. Qui si parla di malattia e di crisi spirituale, è un film delicato. Penso che fare film sia un modo per digerire il disagio che abbiamo dentro: probabilmente mi sono dedicata a The Beaver come in una sorta di processo di auto-cura.

Lei ha risolto i suoi problemi personali con questo film?
Foster: Tutti abbiamo bisogno di qualcosa che ci salvi, io faccio film ed è un gran sistema. Non sono brava a piangermi addosso, per me è difficile ammettere di stare male e il mio modo di organizzare i miei sentimenti è fare film cercando di vedere la mia tragedia da diversi punti di vista, con un approccio che sia a metà tra l'emozionale e l'intellettuale.

Esiste davvero la puppet therapy?
Foster: In genere viene usata per i bambini, si fa con i giocattoli. Ma non so se si applichi davvero anche agli adulti.

Cosa cerca nei registi da attrice, e cosa negli attori da regista?
Foster: Mi piace un regista che abbia le idee chiare, che sappia che percorso fare, e come spiegartelo, come un bravo genitore. Deve essere una combinazione di visione disciplinata e voce capace di indirizzarti, ma anche essere gentile col tuo ego e farti sperimentare le tue idee. Ogni regista ha uno stile diverso, io per esempio quando lavoro impiego le prime due settimane a fare prove per capire cosa serve agli attori, questa è la mia filosofia. Come attrice ho imparato con gli anni come comportarmi, che non posso pensare di avere il controllo dei tecnici e della crew e di quello che succede sul set. La mia responsabilità si limita al mio ruolo, per il resto ho imparato a ignorare le cose che non mi piacciono.

Quale messaggio comunica questo film?
Foster: Spero non ci sia un messaggio, cerco di non metterne in genere. Il film è su persone che cercano di comunicare tra loro e e non sanno come fare. Persone solitarie che rifiutano gli altri per depressione. L’idea è che non devi essere solo nella vita, e che la solitudine spesso è una scelta consapevole che ti disconnette dal mondo.

Il successo accentua o attenua a solitudine?
Foster: Spesso sono sola e credo che questo mi aiuti nel processo creativo. Da sola puoi alzarti alle due di notte per prendere qualcosa dal frigo o per andare a fare una passeggiata. Noi artisti siamo condannati ad amare, e insieme allontanare, la solitudine.

I suoi prossimi progetti?
Foster: Non siamo mai arrivati ad avere una sceneggiatura per il progetto su Leni Rifensthal, è un film molto difficile. Ci ho lavorato per anni e forse altre persone lo realizzeranno, un giorno.

The Tree of Life, l'evento più potente dall'inizio del Festival.

Cannes e miti: l'ascesa di Malick, la caduta di Gibson

martedì 17 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes e miti: l'ascesa di Malick, la caduta di Gibson Bâtard, bouffon, fils de chienne», «You fuckin’ idiot», e ancora «Misokkasu», «Imbecil de mierda», e l’italianissimo «cornuto». Cronaca di una mattina al Palais di Cannes, proiezione di The Tree of Life di Terrence Malick, una fila di inferociti accreditati si spintonano per accaparrarsi gli ultimi posti in sala. Le porte si chiudono alle 8:10 e la babele di lingue diventa un colorito coro di insulti. Sadici sobillatori spargono voci tendenziose: hanno fatto entrare settimanali e siti internet lasciando fuori i quotidiani. Hanno garantito l’accesso in sala agli esercenti. Hanno distribuito troppi inviti. Oppure semplicemente l’hanno fatto apposta, per provocare. La ressa, l’attesa, il caldo che monta fa perdere la testa a molti. Giornalisti di sinistra invocano diritti di casta, «gli accrediti blu dovevano lasciarli fuori», c’è chi si augura il ritorno all’accredito pagato, «chi vuole se lo compra e basta», chi passa alle minacce, chi fantastica di scrivere lettere di fuoco perché lei non sa chi sono io. Qualcuno prova a scavalcare le transenne. Qualcuno invece diventa violento e si pianta davanti ai buttafuori, mentre una signora allunga il braccio sulle spalle di un paio di persone sventolando un cellulare: «Sono la tv svizzera – dice con l’aria del casco blu – riprendo tutto, riprendo tutto». C’è chi va fuori di testa: «Pastille, pastille, pastille, pastille» ripete ossessivamente una giornalista sperando che il suo accredito vip la faccia entrare. Ma la presa della Bastiglia non riesce, i minuti passano, anche il sanculotto davanti ai buttafuori s’arrende. Le voci diventano ringhi. I sospetti si fanno certezze. La proiezione di The Tree of Life è l’evento emotivamente più potente dall’inizio del Festival di Cannes.
In un luminoso lunedì dominato dalla controversa cosmogonia di Malick, graziato dalla sfilata sul tappeto rosso della divina coppia Jolie-Pitt e beatificato dall’apparizione di Naomi Campbell in versione benefica prêt à Japan, c’è poco spazio per il resto. Solo la nostra Jasmine Trinca si prende un pezzo d’attenzione nazionalpopolare a margine della fiacca conferenza stampa di Apollonide, inveendo contro il maschilismo del cinema italiano: «In Italia mi propongono solo ruoli di moglie o di figlia al servizio di qualcuno o di qualcosa – dice snocciolando il suo curriculum da cinepupa cerebrata di Muccino, Rossi Stuart, Scamarcio e Argentero - Non si va oltre questo. C’è uno star system troppo al maschile. Qui a Cannes sono invece in concorso nel ruolo di una prostituta».
Riflettori puntati oggi su Jodie Foster, regista, protagonista e produttrice di uno dei peggiori flop al botteghino di Mel Gibson, Mr. Beaver, 104.000 dollari di incasso al primo giorno in sala, tristemente in cerca di promozione a Cannes e bersaglio sensibile di imbarazzanti interrogatori cui l’attore principale (comprensibilmente) ha scelto di sottrarsi. Giorno di festa per i francesi, con l’omaggio alla carriera a Jean-Paul Belmondo e la bella Laetitia Casta a spasso per la Croisette con The Island in Quinzaine, concorso sovraccarico di tre film: il dramma sull’immigrazione Le Havre di Aki Kaurismäki, l’illusionista Pater di Alain Cavalier e Hanezu No Tsuki di Naomi Kawase.

   

Risse, fischi e applausi, le reazioni a The Tree of Life.

Cannes perde la testa per Malick

lunedì 16 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes perde la testa per Malick Rissa all'ingresso in sala, una fila iniziata nelle prime ore del mattino, le porte del Palais che si chiudono in anticipo sollevando il malumore generale. Cannes perde la testa per The Tree of Life di Terrence Malick, il film più atteso del concorso, ambiguamente accolto da applausi e fischi ma da tutti ardentemente desiderato. Al cinema dal 18 maggio, The Tree of Life ha esaltato e irritato il pubblico, spaccandolo a metà: chi ha amato i primi 90 minuti di muta cosmogonia, chi non li ha tollerati, chi semplicemente non li ha capiti. Nessuno, in ogni caso, è qui per dare spiegazioni sul film. Terrence Malick non è a Cannes o non si mostra, «è troppo timido e lo sapete», dice in conferenza stampa la produttrice Sarah Green, che spiega: «Ognuno deve vivere questo film in maniera personale. Qualunque spiegazione sarebbe di troppo, corromperebbe il processo». Intorno al convitato di pietra si radunano sei persone, la produttrice Green con i colleghi Dede Gardner, Grant Hill, Bill Pohlad e gli attori Jessica Chastain e Brad Pitt. Assente giustificato Sean Penn, si dice per impegni di lavoro (ma si pensa per civetteria, riservandosi di apparire da protagonista assoluto solo a fine festival, nel film di Paolo Sorrentino This must be the place). Pitt, che di The Tree of Life è anche produttore, regge al fuoco di fila delle domande: il suo entusiasmo per il film pare autentico, nonostante dia l'impressione di non avere le idee chiarissime sul suo contenuto metafisico.

Malick non c'è: vi ha dato indicazioni su cosa dovete dire?
Pitt: No. Ma è normale che non ci sia: lui lavora per costruire case, non per venderle. Vendere è il compito degli attori.

Com'è stato il lavoro sul set?
Pitt: La parte più interessante è stata il processo creativo, che non è mai veramente terminato. Terrence lavorava giorno per giorno, scriveva al momento, ci dava nuove pagine di copione ogni mattina e non voleva che le imparassimo bene. Abbiamo trascorso molto tempo insieme a lui nella casa che è al centro del film, prima di girare. È stata un'esperienza straordinaria e potrei andare avanti a parlarne per giorni.

Ma com'è dal vivo il misterioso Malick?
Pitt: Come tutti gli esseri umani sorride, mangia, va alla toilette. È incredibilmente dolce e ha un carattere piacevole. Ama e rispetta tutti i suoi personaggi allo stesso modo, e questo fa di lui un grandissimo regista.

L'esperienza con Malick cosa le ha lasciato?
Pitt: Mi ha cambiato, mi ha fatto venir voglia di andare in un'altra direzione, dare spazio a nuovi talenti, sperimentare: dire sì ai film commerciali, ma anche a quelli piccoli d'autore.

Quindi se le offrissero un blockbuster alla Mission Impossible direbbe di no?
Pitt: Non esageriamo, non vorrei mai perdermi la possibilità di fare Mission Impossible... Diciamo che adesso voglio provare cose nuove, progetti che mi costringano a pormi delle domande importanti.

Che ruolo ha la religione cristiana in The Tree of Life?
Pitt: È un film più spirituale che cristiano: abbiamo fatto molti dibattiti teologici durante le riprese, ma l'opera non riflette una religione o una filosofia in particolare. Credo che le comprenda tutte perché rimanda a una spiritualità universale che possa interessare gli spettatori di tutte le culture.

Lei è cristiano?
Pitt: Sono cresciuto cristiano, convinto che Dio si sarebbe preso cura di me, poi ho scelto di camminare con le mie gambe. Ma quelle stesse domande che mi ponevo attraverso la religione, sulla sofferenza e sulla morte, le ho ritrovate nel film di Malick. E questo è uno dei motivi per cui ho accettato di farlo.

Cosa ha provato rivedendo il film a Cannes?
Pitt: Mi ha sorpreso ancora una volta il genio di Malick, il suo straordinario modo di incrociare la grandezza dell'Universo, il macrocosmo della la Natura, con il microcosmo della famiglia di cui seguiamo la storia.

Cosa l'ha convinta a partecipare al film? Solo la regia di Malick?
Pitt: Da produttore riconosco al volo un buon progetto quando lo vedo. E poi il film mi dava la possibilità di recitare questo padre oppressivo, con quel suo strano rapporto con i figli.... spero che i miei bambini vedano The Tree of Life al più presto, perché credo di essermela cavata piuttosto bene come attore.

È un film in qualche modo autobiografico? Si rivede in qualche personaggio?
Pitt: È un film universale, che parla a grandi e bambini. C'è senz'altro qualche suggestione che mi appartiene, come l'amore per la natura, il ricordo della grazia e della purezza della madre, il sogno americano incarnato dalla figura del padre. Ma non penso che un film così universale possa avere a che fare con l'esperienza di un singolo individuo.

Suo padre era oppressivo come il suo personaggio nel film? E lei com'è con i suoi figli?
Pitt: Mio padre non era assolutamente così. Quanto a me io li picchio regolarmente, i miei figli. (ride)

Dove avete girato?
Pohlad: In Texas, nel Tennessee e nello Utah, alcune sequenze nel Great South Lake.

Il sistema-Malick, così creativo, crea problemi alla produzione?
Green: No. Anche perché è un grande professionista: Malick lavora giorno e notte, più o meno velocemente, ed è in grado di capire all'istante se una scena è bella o meno.
Pohlad: Le riprese sono organizzate, non del tutto improvvisate. Parliamo sempre con lui di quel che sta per girare.
Hill: Senza contare che il film per lui continua anche in post-produzione. Vogliamo che mantenga nel montaggio la stessa libertà di espressione che ha sul set.
Chastain: Girare con lui è come lasciarsi andare, perdere completamente il controllo. La sua più grande qualità è quella di creare un set in cui accadano spontaneamente eventi, momenti speciali, non previsti dalla sceneggiatura: la scena della farfalla, che vedete nel film, non era nello script. È semplicemente accaduta...
Pitt: ... e quando succedono cose del genere, capisci che sei in buone mani. Con Malick non hai mai paura.

L'atmosfera del weekend e l'attesa per The Tree of Life di Malick.

Scandali e martiri, Cannes al giro di boa

lunedì 16 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Scandali e martiri, Cannes al giro di boa Feste, eccessi e scandali, il film che è già capolavoro, il film che non doveva esserci, il film che domani ci si mette in fila all’alba o non si entra. Il Festival di Cannes supera il giro di boa del primo weekend e dopo aver affondato impietosamente i Pirati dei Caraibi si scioglie in un lunghissimo applauso per The Artist di Michel Hazanavicius, muto bianco e nero (quindi molto festivaliero) sulla decadenza di una star di Hollywood al principio dell’era del sonoro. Meno fortunato L’apollonide - Souvenirs de la maison close di Bertrand Bonello, con la nostra Jasmine Trinca arruolata tra le prostitute di un bordello parigino: accoglienza fredda e nessuno scandalo, nel giorno dominato dal film shock della Quinzaine Code Blue di Ursula Antoniak, sconsigliato “alle persone facilmente impressionabili” e perciò gran successo di pubblico nella pigra domenica festivaliera. E mentre si spengono gli echi dei cannoni del pirotecnico festino dei Pirati, e dei rancori generati dal party di Nanni Moretti (invitati selezionati, esclusi eccellenti, malumore diffuso tra chi non si è notato che non c’era), la notte cannense a sorpresa si fa casta, spirituale e di preghiera. A pochi passi dal Palais inaugura domenica il Festival del Silenzio, “Dalla palma del martirio alla palma del Festival”, iniziativa della scuola Jeunesse Lumiére «per portare la Chiesa tra la gente – dice una delle giovanissime volontarie – in un periodo in cui la gente non va in chiesa». I volontari forniscono anche una spiegazione in chiave religiosa dell’origine del premio più ambito del Festival, la Palma d’oro, che la leggenda profana vorrebbe in omaggio alla Phoenix Canariensis, la classica palma che i ricchi inglesi piantarono nei lussureggianti giardini delle loro ville a fine Ottocento: «La palma è il simbolo della vittoria contro il male e della fermezza della fede - dicono - ispirato ai martiri dell’Apocalisse di San Giovanni». Nessuno dei volontari, prudentemente, si pronuncia sulla possibilità che la Palma vada all’Habemus Papam di Nanni Moretti: «Noi non l’abbiamo visto. È buono?».
Alle prime luci dell’alba, all’inizio di una settimana che sparerà le cartucce più blasonate del concorso (Von Trier, Almodóvar, Kaurismäki, Mihaileanu, Sorrentino), c’è già fila davanti al Palais. In concorso oggi passerà The Tree of Life di Terrence Malick, da tutti atteso come la bomba nel cuore della selezione: lui, Malick, invisibile al pubblico da cinque anni, inattivo da The New World del 2004, sulla Croisette con un misteriosissimo dramma familiare accompagnato da Brad Pitt e Sean Penn, sarà la vera star della giornata. Suo l’unico film in concorso, a contendere l’attenzione a Hors Satan di Bruno Dumont, due premi a Cannes nel 1999 con L’Humanité e oggi nella sezione "Un certain regard", e a Tom Hanks, testimonial di passaggio in Costa Azzurra per sponsorizzare all’Hotel Carlton, più o meno svogliatamente, il primo Festival di cinema di Singapore.

   

Cannes omaggia il grande regista. Di Pino Farinotti.

Palma d'oro alla carriera a Bertolucci

lunedì 16 maggio 2011 - Pino Farinotti

Palma d'oro alla carriera a Bertolucci Con l'attribuzione della Palma d'oro del Festival di Cannes alla carriera, Bernardo Bertolucci ha chiuso il cerchio. Nell''88 aveva vinto l'Oscar per la regia dell'Ultimo imperatore (oltre agli altri otto toccati al film), e nel 2007 il Leone veneziano alla carriera. Così il regista parmigiano ha toccato i tre grandi premi del cinema del mondo, quelli che contano davvero. Non c'è dubbio che Bertolucci si sia accreditato per meritare questi riconoscimenti.

Bernardo nasce bene, anzi, molto bene, suo padre è Attilio, il poeta. Dunque "cultura" a portata di mano. Come spesso accade agli artisti, non completa gli studi: Letteratura moderna alla Sapienza di Roma. Se in casa c'era un poeta, come vicino di casa, a Roma, Bernardo si ritrova uno scrittore, e che scrittore, Pier Paolo Pasolini. Un incontro che non può essere che interessante. Il neoregista gli affida una parte della sceneggiatura di Accattone. E fioccano le amicizie importanti, fra queste Moravia e la Morante. Dunque ci sono tutte le premesse per quello che sarà il percorso artistico che conosciamo.

Prodigio
Bertolucci è stato un autentico giovanissimo prodigio. Poco più che ventenne ha firmato documentari e "corti", mai banali. Soprattutto "diversi". Ecco, un aggettivo certo pertinente che riguardi Bartolucci è "diverso", un altro è "irrequieto". La sua opera non può che essere l'espressione diretta di questa sua attitudine. Il modello ricorrente nelle storie di Bertolucci è l'uomo di fronte a un cambiamento, sempre decisivo, spesso drammatico. E la soluzione non c'è. Si cerca, ci si dibatte, ma non si trova mai la via diversa. E anche la semplice ricerca costa molto cara. Il percorso artistico è parallelo a quello personale e umano. Bertolucci è stato un ragazzo di sinistra, poi un uomo di sinistra nelle varie stagioni, fino ad ora, a settant'anni. Come spesso accade a chi nasce buon borghese, abituato a quel tipo di educazione e di passato, Bertolucci ha vissuto il contrasto con le idee progressiste, militanti, anche rivoluzionarie che si è scelto. Tutto questo lo rappresenta, con efficacia, in Prima della rivoluzione, il film che lo fa notare in ambito nazionale. Si racconta la vicenda di un giovane che vorrebbe fare la rivoluzione ma deve vedersela con la comoda pigrizia della propria classe sociale. Appunto.

Momenti
I titoli che identificano i momenti fondamentali del regista appartengono a epoche diverse. Degli anni Settanta, è ricordabile Il conformista, storia di un antifascista che vive a Parigi, perseguitato dal Regime. Il fascismo è un tema che sta a cuore a Bertolucci, in quel quadro rientra la produzione di Novecento atto I e II. Un vero colosso che abbraccia quasi mezzo secolo di storia italiana. Tanta ideologia con un compromesso finale: il padrone De Niro e il contadino Depardieu, che dopo essersi scontrati, anche a botte, per tutta la vita, si ritrovano più amici che nemici. Una certa intelligenza, certo affezionata a Bertolucci, disapprovò.

Salto
Ma il grande salto, quello che gli permette di diventare autore internazionale, il regista lo deve a Ultimo tango a Parigi. Quel titolo è in tutte le memorie del cinema, anche in quella popolare, anche per le vicende che subì, censura, processi, macerazione della pellicola. Per fortuna, alla fine, la pellicola è stata salvata ed è stata possibile l'edizione in Dvd. "Ultimo tango" a detta di molti, a volte anche a detta dell'autore è soprattutto un film di Brando, oltre che "con" Brando. Il personaggio del quarantenne dolente, in crisi, costretto a rivedere tutto, e che cerca il cambiamento nel sesso con una ragazzina, creò un modello che fece storia, oltre che in cinema, anche nel costume.

Record
Nel 1987 con L'ultimo imperatore, Bertolucci andò addirittura a sfiorare il record di Oscar di Via col vento. Lo mancò per un numero: nove contro dieci. Era, ancora una volta, la storia di un cambiamento. Estremo questa volta: Pu-yi, semidio delle Cina, diventa un comune, triste cittadino, un numero fra un miliardo, con l'avvento di Mao e della sua rivoluzione culturale. Un'altra ricerca estrema è quella di Piccolo Buddha, l'identificazione del nuovo Dalai Lama. Ma il meglio, Bertolucci sembra averlo già dato. Con The Dreamers ripercorre la sua prima strada, le protesta giovanile. È il 2002. Il regista sbarcò davanti al palazzo del cinema alzando il pugno. Il segnale di nostalgia di un sessantenne che voleva ancora dare indicazioni. A Venezia Bertolucci ha ritirato il suo premio sulla sedia a rotelle, dove lo costringe la malattia. "Lo dedico all'Italia che si indigna" ha dichiarato. Le parole sono sacrosante, "indignarsi" è il primo sentimento che deve appartenere a un artista. Indignarsi, e poi fare proposte.
Bertolucci le ha fatte.

   

Una messa non vale Cannes.

Non sei ateo, niente Palma

domenica 15 maggio 2011 - Pino Farinotti

Non sei ateo, niente Palma È importante una premessa, dove devo ripetermi su Moretti. Ribadisco, ancora il solito concetto, che Moretti è una delle rarissime prove dell'esistenza in vita del cinema italiano. Di Habemus papam, a suo tempo ho molto scritto, ecco uno stralcio della lettera aperta che indirizzai al regista:
"trattasi di film esportabile, e avrà quel destino, e sono sicuro che le farà vincere premi importanti, come le è successo con La stanza del figlio, a parer mio uno fra (diciamo 2 o 3) i più bei film italiani dell'era recente. "Habemus" è una macchina che non perde un colpo o ne perde pochissimi: il sorriso, il grottesco, gli attori, le metafore e quella sua storica strafottenza che può piacere o meno ma è senz'altro intelligente, ed è ciò che conta. Ci sono momenti da stralciare per lezioni di cinema, ogni battuta ha il peso e il suono giusti. Nel "contesto Moretti" naturalmente..."

A Cannes nel quadro della presentazione del suo film, Nanni Moretti si è dichiarato ateo, poi ha pianto dopo essersi preso dieci minuti di applausi. Le parole esatte sono state "Grazie a Dio sono ateo". È lo stralcio di una citazione di Luis Buñuel, dichiarata da Moretti naturalmente, che integrale, recita così: "Io sono profondamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso significa non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini".
È un pronunciamento quasi sacro per molti (non tutti, certo) artisti nelle ultime epoche, certamente lo è adesso per (quasi tutti) i cineasti di questa epoca. Il segno della croce è qualcosa che ormai lo fanno i calciatori in campo, ma non vale, non è cultura, trattasi solo... di calciatori. La cultura generale, soprattutto quella del cinema fa parte dell'apparato della sinistra. È una coccarda della sinistra. Naturalmente poi ci sono le differenze, di qualità e di quantità. E comunque, da sempre all'"artista" appartiene la cultura progressista, la denuncia, l'indignazione per dirla alla Bertolucci, e anche la reazione e la ribellione. Sono sentimenti e codici legittimi e consolidati. Aggiornati all'oggi formano un cartello le cui schede sono conosciute. Il progressista – parliamo di noi - ha una visione del mondo diversa rispetto... all'antagonista, diciamo così. La visione, la diversità, le schede, si riflettono sui soliti temi: gli stranieri, lo spinello, i gay, Vendola e Berlusconi, la magistratura, i media, eccetera. Sappiamo. Prendiamo dunque un modello di progressista e di artista, pertinente, canonico: il cineasta appunto. E riferiamoci all'oggi, nomi di questi giorni, pronunciati, premiati: Bertolucci, che ha ottenuto la Palma alla carriera, Bellocchio che avrà il Leone alla carriera, e Moretti a Cannes, appunto. Canonici autori di sinistra. E autori atei. Ecco, "ateo" è una scheda indispensabile del cartello. Diciamo che fino a non molto tempo fa essere ateo era facoltativo, adesso invece è obbligatorio. Alla tua personalità di autore manca qualcosa se non sei ateo. Manca qualcosa di importante che non ti viene perdonato. Soprattutto, appena ne hai l'occasione, devi dichiararlo. È un dovere, preciso, di quella cultura in questo momento. Non ci devono essere equivoci o dubbi. Rispondendo, annoiato, alle domande dei giornalisti sul tema, dopo aver fatto la sua dichiarazione canonica, detta sopra, Moretti ha aggiunto: "Ho avuto un'educazione cattolica ma senza esagerazioni, però nei film non si sente quella voglia di andare contro chi è rimasto profondamente cattolico".

Corti
Qualche tempo fa ero presente alla premiazione di un concorso di "corti". Il giovane regista vincitore (non faccio nomi), stava per ritirare una targa. Qualcuno, forse chi aveva messo soldi nel corto, gli ha detto: "ricordati di dire qualcosa contro il governo, e che sei ateo". "Ma io non sono ateo", ha detto il regista, "dillo lo stesso" ha concluso il "produttore". È interessante.
E qui devo proprio denunciare un'anomalia: sono un autore e non sono ateo. Anch'io ho avuto un'educazione cattolica senza esagerazioni. Si può essere progressisti, aver fatto il sessantotto e poi tutto il resto, e non essere atei. È una citazione personale, e non starebbe bene, ma è utile. Uno dei miei romanzi più recenti, L'eroe, comincia così:

"Non so se quando verrà il momento la mia anima si alzerà trasparente, con gli occhi e con le gambe, per volare verso il suo destino. A volte mi sembra impossibile, e ridicolo. Non so se tutto ciò che abbiamo inventato, l'incanto e l'impegno, e l'altra vita, motivata con tanta diligenza e passione, possa essersi autoprodotto per finire invece rinsecchito e inerte nella terra, senza promesse. Anche questo mi sembra impossibile, a volte".

È una posizione di dubbio. Credo che appartenga a molti, a moltissimi, forse alla maggior parte, anche degli artisti, anche dei progressisti. Soprattutto appartiene a chi ha avuto un'educazione cattolica. Quella "cosa" imbarazzante che ti viene instillata nella prima età, si sa, si conficca nella tua coscienza a tale profondità che poi è molto difficile, quasi impossibile, toglierla di mezzo, anche se lo decidi. Un piccolo, deprecabile, residuo antropologico rimane lì. Però se sei cineasta, se sei Moretti, non puoi dirlo. Non è difficile immaginare un regista in Francia, culla dell'illuminismo, che dichiarasse "sono credente". Dei dieci minuti di applausi nove rimarrebbero nell'aria. E allora tanto vale la dichiarazione dovuta, tanto vale l'omologazione, anche a costo di un piccolo imbarazzo (che diranno mamma e papà, dovunque siano). Mai e poi mai la Palma d'oro sarà concessa a un credente. E una messa non vale Cannes.

Guardingo
Moretti dice dunque "sono ateo". Non gli credo. E come scrittore (dubbioso), mi piace immaginare Nanni che la mattina presto, guardingo, con poca gente in giro, entra in una chiesa lontana dalla Croisette, si fa il segno della croce e si porta davanti a un crocefisso. Dopo un bel Padre Nostro recitato con tutti i sentimenti, concentrato, pregherà:

"Signore, sii indulgente, devo dirlo che sono ateo, ma tu sai che non è vero. L'apostasia (Moretti è colto) è certo un peccato ma veniale, perchè nel mio caso è solo una bugia. Se fossi davvero ateo, allora sì sarebbe mortale. Così perdonami se l'ho detto e se magari continuerò a dirlo. Lo so, una Palma l'ho già vinta, a un'altra, mi insegni, potrei anche rinunciare. Ma quel film mi è costato tanto impegno. A proposito, perdonami anche per Habemus papam, ma questa è una faccenda più complicata. Te ne parlo un'altra volta. Ma verrà, vedrai il momento di una... riconversione, se posso chiamarla così, quando non avrò più ambizioni o il talento sarà esaurito, e i politici non mi tireranno più la giacca. Ma anche allora saprai che sarà sempre stata una simulazione, sarà stato cinema. Io ho sempre creduto in te. Proteggi me e i miei cari."

   

Johnny Depp e Penelope Cruz presentano a Cannes il quarto capitolo della saga.

Cannes affonda i pirati

domenica 15 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes affonda i pirati «L'ultima nave è salpata da un pezzo»: con un ferale articolo, diffuso nel Palais poche ore prima dell'arrivo di Johnny Depp e Penelope Cruz a Cannes, la rivista Screen ha platealmente stroncato il quarto capitolo dei Pirati dei Caraibi, pellicola fuori concorso al cinema dal 18 maggio e primo sequel del franchise interamente in 3D. Un'opinione confermata dalla tiepida risposta ricevuta dal film in sala e persino dai suoi interpreti, attesi come star sul tappeto rosso della Croisette ma accolti con freddezza dalla stampa: scarsa la chimica tra i protagonisti Depp e Cruz, distanti sullo schermo come nella vita, ben poco carismatici (anche) dal vivo i nuovi acquisti della saga, Sam Claflin e la francese Astrid Berges-Frisbey, nell'ingrato ruolo di rimpiazzo dei transfughi Orlando Bloom e Keira Knightley. A guidare la pattuglia il produttore Jerry Bruckheimer e il regista Rob Marshall, subentrato al veterano Gore Verbinski, assenti ingiustificati gli sceneggiatori Terry Rossio e Ted Elliott, che avrebbero lavorato allo script del film insieme allo stesso Johnny Depp: «Questo film è il film di Depp», sottolinea Bruckheimer aprendo l'incontro con i giornalisti. Una frase che più che un complimento, suona come un sinistro avvertimento.

Capitan Jack Sparrow: Johnny Depp

Dopo 8 anni nei panni di Jack Sparrow, come si è preparato al ruolo?
Sparrow è un personaggio talmente complesso che si può sviluppare praticamente all'infinito. Mi sono preparato come faccio sempre, cioè guardando moltissimi cartoni animati. Mi piace pensare il Capitano come una specie di Bugs Bunny.
Da dove arriva la maggiore ispirazione per il suo personaggio?
C'è in lui qualcosa di Marlon Brando, un attore che è la mia ispirazione in tutto, in ogni cosa che faccio. E poi direi che Sparrow è un buffo mix tra una rockstar alla Keith Richards e una puzzola romantica.
A proposito. Keith Richards ha un cameo nel film: com'è stato recitare con lui?
Bellissimo. Per lui è stata un'occasione per esplorare il mondo del cinema, per noi un'esperienza di vita. Mi piacerebbe scriverci un libro.
In che modo è intervenuto sulla sceneggiatura?
Mi ritengo molto fortunato, perché mi è stato chiesto di partecipare al processo creativo e io l'ho fatto. Ma in una storia ci sono tanti ingredienti, non saprei dire quali idee siano mie e quali degli sceneggiatori.
L'ha mai tentata l'idea di produrre un capitolo de I Pirati?
No, non ce la farei mai, è un impegno che mi annienterebbe. L'unico in grado di fare una cosa del genere è Jerry Bruckheimer, un vero mago.
Ha improvvisato sul set?
L'ho fatto con Geoffrey Rush... ma più in generale un personaggio come Sparrow si presta all'improvvisazione, non lo puoi controllare in nessun modo.
Fa vedere i suoi film in famiglia?
La mia famiglia vede sempre i miei film: ne hanno visti più loro di me. Ho testato segretamente i personaggi su mia figlia, ci giocavo insieme con le Barbie e facevo le vocine finché non mi diceva basta. Mi ha aiutato a capire cosa funzionava di più.
Come ha lavorato con la sua partner, Penelope Cruz?
Spendidamente. Penelope è un regalo della natura, un'attrice talentuosa, sveglia e capace, una gran donna, un'amica fidata.
Quali sono per lei le qualità di un buon pirata?
Essere pronto a farsi sparare addosso. Avere una buona ciurma. Essere ignorante e ostinato.
Gli Oscar possono cambiare una carriera?
Non sono la persona più adatta a rispondere, io che gli Oscar sono più abituato a perderli che a vincerli. È bello quando il tuo lavoro viene riconosciuto, ma non è per questo, cioè per i premi, che si lavora. La professione dell'attore la si sceglie per creare, per esplorare nuovi mari e divertirsi con i compagni di set.
Meglio un piccolo film indipendente o un blockbuster sui pirati?
In vita mia ho fatto piccoli e grandi film. Sono felice per il successo de I Pirati, ma sono anche contento di aver costruito una carriera su molti flop. Uno dei miglior film, Liberty, praticamente non l'ha visto nessuno.
Ha paura dei critici?
Sì. Molta.
La emoziona essere al Festival di Cannes?
Sono onorato e felice. E credo che i Pirati piacerà anche al pubblico di Cannes, perché è un film fatto proprio per l'audience, per la gente. È divertente, nuovo.
Ci sarà un quinto capitolo de I Pirati dei Caraibi?
Se non ci si stanca dei personaggi, e il processo creativo mantiene la sua forza senza sottostare alle ragioni del movie business, le possibilità ci sono. Io sono disposto a tornare.

Angelica la piratessa: Penelope Cruz

Si è trovata a suo agio in un film colossale come I Pirati dei Caraibi?
Certamente. Mi sono sentita perfettamente inserita, a mio agio anche nei panni di una donna bugiarda e manipolatrice come Angelica. Sono onorata di aver diviso tempo e scene con un attore come Johnny Depp, con cui avevo lavorato già 12 anni fa. Il suo livello di creatività è cresciuto. È una creatura unica.
Girare un action movie in gravidanza è stato impegnativo?
Ho fatto due mesi di training con il team del film e poi ho lavorato in sicurezza, non ho fatto niente di pericoloso, mi hanno sempre protetta. In alcune inquadrature mi ha sostituita mia sorella Monica.
Da spagnola, trova difficile recitare in inglese?
Mi piace recitare in lingue diverse e ho avuto un bravo coach che mi ha aiutata sul set. Credo di essere migliorata, la prima volta che ho recitato con Depp mi perdevo la metà di quello che diceva...
L'Oscar per Vicky Cristina Barcelona, nel 2009, le ha cambiato la vita?
Non ha cambiato i motivi per cui scelgo o scarto un film. L'Oscar lo conservo in casa e ogni volta che lo guardo penso a tutte le persone che mi hanno aiutata a realizzare il sogno di diventare attrice.
Jack Sparrow cerca la fonte della giovinezza. E lei, l'ha trovata?
Ogni giorno penso al mio futuro e no, io non cerco la fonte. L'invecchiamento lo voglio celebrare, sono curiosa di esplorare nuove età, non ho paura di cambiare, non ho questo tipo di ossessione.
Che effetto le fa trovarsi a Cannes?
Sono molto contenta di essere qui. Ho letto la sceneggiatura del film in concorso di Almodovar e credo sia una delle migliori cose che abbia mai fatto: spero tanto che vinca almeno un premio...

Al timone: Rob Marshall, Jerry Bruckheimer e la ciurma

Qual è la maggiore sfida affrontata dal film?
Bruckheimer: Trovare la storia giusta. Ci sono voluti anni, ma con un capitano come Marshall al timone e con Depp alla sceneggiatura, il progetto è riuscito al meglio.

Un film come I Pirati richiede un impegno particolare al regista?
Marshall: Io venivo dall'esperienza di Nine, dove ho avuto un grande cast tra cui la stessa Cruz, quindi ero in parte allenato. Ho avuto la fortuna di lavorare qui con grandi attori che sono anche persone fantastiche: Johnny Depp, per esempio, è un vero genio della commedia.

E gli attori? Come si sono calati nei loro personaggi?
Geoffrey Rush: Io, per Barbossa, confesso di essermi ispirato a Barbara Streisand. Non ho problemi a passare da film come Il discorso del re, con un budget da 12 milioni, a film dal budget incalcolabile come I Pirati dei Caraibi: anche se hai 800 persone a pranzo, e 18 camion nel parcheggio, il tuo lavoro resta sempre lo stesso.
Ian McShane: per Barbanera mi sono preparato ascoltando Bob Dylan... il mio è un personaggio iconico, ma più che cattivo lo chiamerei complicato. Barbanera è un pirata standard: ti guarda negli occhi mentre impugna la spada, solo che la sua è lunga il triplo di quelle degli altri.
Astrid Berges-Frisbey: Sono molto emozionata di aver trovato il mio posto in questo kolossal. Non parlavo inglese, ma per fortuna sono stata aiutata da tutta la troupe sia con la lingua, sia con il mio personaggio: è difficile calarsi nei panni di una sirena...
Sam Claflin: Questo è il mio primo film in assoluto e ho un personaggio difficile, uno che non perde mai la fede in Dio nonostante le mille tentazioni. Posso dire che come lui anche io faccio fatica a resistere alle belle ragazze...

Uno sguardo sulle feste blindate del festival.

Cannes, habemus party

sabato 14 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, habemus party Mi si nota di più se alla festa di Nanni ci vado o se non ci vado? Nel giorno di Habemus Papam, primo italiano in concorso contro Hearat Shulayim di Joseph Cedar, e del gran ritorno del coreano Kim Ki-duk riapparso dopo tre anni completamente irriconoscibile, la Croisette si anima di baccanali più o meno inclusivi. La madre di tutti i party, per gli italiani a Cannes, è l’esclusiva festa di Nanni Moretti, più blindata di quella data dagli immarcescibili Duran Duran in località segreta nel centro città: festeggiato sulla spiaggia dell’Hotel Carlton, il cineasta romano applaudito in sala ha seminato il terrore tra cronisti e conoscenti. Nessun giornalista ammesso, pochi biglietti distribuiti in cambio dell’assoluta segretezza sulla location, molti esclusi eccellenti eccellentemente offesi, pochi invitati preoccupati di impedire la fuga di notizie. Movimento sui molti yacht ormeggiati al porto, 69 milionari il ristretto parterre della barca dell’European Film Fund («è gente che viene, si conosce e spende», spiega l’organizzatrice), lo sponsor è una banca russa e il logo il muso di un carlino, l’animale più in voga nell’ambiente cannense, feticcio dello stilista Valentino e omaggiato con una statua in vetro e ceramica sulla Croisette. Vanno a letto presto gli organizzatori del party di Aazan, l’action indiano in piazza al mercato e presentato al tramonto sulla spiaggia dell’Hotel Majestic, con sfilata di moda e passerella dell’ex coniglietta di playboy Candice Boucher, ancora prima chiude i battenti il party di Sex&Zen 3D: Extreme Ecstasy di Christopher Sun Lap Key, che di estremo ha solo l’orario, le nove, in cui il ristorante Sparkling serra la porta agli ospiti. Sulla spiaggia festeggiano i belgi, festa privata per le produzioni locali, e gli americani: queer party all’American Pavillion, ingresso gratuito e drink ticket a 12 euro per una festa che si espande, e guadagna, fino a lambire l’inanimato gazebo italiano.
E per il gran giorno del pirata Johnny Depp, atteso oggi con l’anteprima de i Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare, il popolo di Cannes è già in fermento: dalle ragazze in costume d’epoca a bordo mare («The Johnny Pirate’s Groupies»), agli enormi stivali piantati in mezzo all’acqua davanti all’Hotel Carlton, sarà difficile per i film in concorso, Michael di Markus Schleinzer e Le Gamin Au Vélo de Jean-Pierre et Luc Dardenne, farsi morettianamente notare.

   

Il regista americano presenta a Cannes il suo Restless.

Gus Van Sant, felicemente fuori concorso

venerdì 13 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Gus Van Sant, felicemente fuori concorso Accoglienza in tono minore per Gus Van Sant, che in una sala conferenze piena per metà ha presentato a Cannes il suo Restless, uno dei film più apprezzati nei primi giorni di kermesse nonostante la collocazione (ingiusta, secondo molti) fuori dal concorso. In ritardo di 24 ore sulla tabella di marcia, ufficialmente frenato da un ritardo aereo (ma ufficiosamente trattenuto in America per il debutto della sua miniserie Boss), Van Sant non è arrivato in tempo per godere del calore tributato da pubblico e stampa al suo film, accontentandosi di un lungo applauso che lo ha salutato all’arrivo. Con lui anche una luminosa Bryce Dallas Howard, coproduttrice del progetto, la burtoniana Mia Wasikowska e il giovane Henry Hopper, silenzioso ed emozionatissimo figlio d’arte al suo secondo, e più importante, film.
Perché anche se non lo dice nessuno, Restless ha una dedica pesante nei titoli di coda: quella all’«ammirato regista e artista» Dennis Hopper, morto appena un anno fa.

Restless non è in concorso. Le dispiace?
Van Sant: No, per me è comunque una grande felicità far parte di questo Festival: quando ho iniziato la mia carriera non avrei mai potuto immaginare che un giorno sarei finito in una sezione prestigiosa come "Un certain regard". Sinceramente credo che il solo stare a Cannes sia un privilegio: quando venni con To die for, nel ’95, avevo solo una proiezione di gala ma fu ugualmente fantastico. La competizione è divertente, se sembra più importante delle altre sezioni è solo per via della pressione della stampa. Sono i giornalisti a dargli tutta quell’importanza, trasformando la selezione ufficiale in una specie di sport competitivo. Direi che sono felice di essere fuori dal concorso, partecipare mi avrebbe messo una certa ansia.

Il suo film ha qualcosa del cinema francese. È un omaggio a Godard?
Van Sant: Sì, ma involontario. Me ne sono accorto una volta finito il film: effettivamente, in questa storia d’amore, c’è molto cinema francese.

Come ha lavorato sul set con i suoi attori?
Van Sant: Ho usato la tecnica che ho imparato lavorando a lungo con i non professionisti: spiego tutto quel che succede davanti e dietro alla scena, parlo con le persone, le coinvolgo, cerco di non far sembrare il set come lo studio di un dentista. E ho un segreto, lo stesso che usa Eastwood: per costruire l’atmosfera migliore il trucco è rimanere sempre calmi, rilassati, soprattutto non pretendere che ogni persona stia là ad aspettare che il regista schiocchi le dita. Per me è un bel lavoro di recitazione, visto che sotto stress sono una persona assolutamente non rilassata.

Quale dei suoi film sente più vicino a Restless?
Van Sant: In generale i miei personaggi sono sempre problematici, e in questo c’è un’affinità con tutti i miei film. Forse Restless, nelle sue atmosfere rarefatte, ha qualcosa che ricorda Will Hunting. Quello fu per me un film difficile, il primo con cui affrontai il mainstream e il primo con una sceneggiatura superpositiva. Di solito i miei lavori sono decisamente più pessimisti, ma mi piace mettermi alla prova.

Rispetto alla sua filmografia precedente, Restless pare una pellicola classica.
Van Sant: la camera lavora diversamente dal solito, non segue i personaggi e non è a mano. Ma la cosa più classica di Restless sono i dialoghi, che nel cinema americano servono solo a far avanzare la storia e qui, invece, provano ad approfondire i personaggi.

Perché ha rinunciato al finale aperto?
Van Sant: I miei film precedenti trattavano di casi di cronaca, questioni giudiziarie, o come nel caso di Last Days gli ultimi giorni di vita di una star planetaria. Storie su cui era stato scritto tanto, indagini su cui il cinema non poteva entrare a fondo come aveva fatto il giornalismo. Il cinema poteva al massimo porre delle domande allo spettatore, sollevare interrogativi di fronte a quesiti assoluti e insoluti. Il caso di Restless è diverso: è una storia d’amore, non un’indagine. Il finale non è aperto, lo decidono i protagonisti.

Bryce, perché ha deciso di produrre questo film?
Dallas Howard: lo sceneggiatore di Restless era uno dei miei migliori amici all’università. Quando mi ha fatto leggere lo script, la sua storia ha cominciato a ossessionarmi. Ci ho pensato per due anni e appena ho avuto i mezzi per farne un film, non ho esitato un istante: non è stato frutto di una strategia, ma di vera passione. Mio padre diceva: fai pure qualcosa che non sia cinema, basta che tu lo faccia bene. Ho fatto leggere a papà lo script, l’ho coinvolto nella produzione e sono molto soddisfatta del risultato. Gus era il nome in cima alla lista, speravo tanto di averlo come regista... e ce l’ho fatta.

E come si è trovata a gestire una produzione?
Dallas Howard: Ho ancora molto da imparare, ma quel che ho capito di questo mestiere è quanto sia di vitale importanza sapersi prendere le proprie responsabilità e portarle fino in fondo.

Come si lavora sul set con Van Sant?
Wasikowska: Benissimo, perché ho avuto la sensazione di essere coinvolta fin dall’inizio nel progetto. Gus è molto coinvolgente e collaborativo e i suoi set sono davvero calmi, ti fanno sentire libera ma anche protetta.

Come ha affrontato un personaggio così vicino alla morte?
Wasikowska: Quando ho letto lo script l’ho amato subito. Era il ruolo di una donna con tante sfaccettature, forte e fragile insieme: una ragazza che, anche se sta morendo, è in grado di apprezzare le piccole gioie della vita. Più che deprimente, è uno dei ruoli più belli che si possano incontrare in una carriera.

   

Habemus Papam accolto dalla stampa internazionale come una ventata di freschezza.

Cannes, applausi per Moretti

venerdì 13 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, applausi per Moretti «Habemus film», dice la stampa internazionale appena fuori dalla Sala Lumiére. Risate a scena aperta, applauso a fine proiezione, tante domande in conferenza stampa: Cannes promuove Nanni Moretti, in concorso con Habemus Papam e in trionfale trasferta in Croisette con la sua Margherita Buy a braccetto con la star francese Michel Piccoli. Accolto come una ventata di freschezza in un concorso che ha bandito il sorriso in sala da 48 ore, il film di Moretti ha acceso la curiosità dei cronisti, stuzzicati dalla sua rappresentazione naïve del Vaticano e dalle possibili reazioni della Chiesa. Sufficientemente disteso dalla calda accoglienza, il regista s’è lasciato coccolare, e interrogare, dalla stampa amica: nonostante Piccoli sia un mostro sacro nello showbiz francese, la vera star qui è lui. Perché a Cannes gli autografi si chiedono agli autori, non agli attori.

Piccoli, ha accettato subito il ruolo che le ha offerto Moretti?
Piccoli: io ho detto sì fin da subito, è lui che mi ha detto no. Ha voluto che facessi un provino e io mi sono presentato a Parigi con il vestito da Papa sotto al braccio. Moretti mi ha messo alla prova, poi mi ha ringraziato e non si è fatto più sentire per giorni. Quando finalmente mi ha chiamato per assegnarmi la parte, avevo quasi perso le speranze. In tutta onestà, posso dire che dopo aver girato con lui un film così bello, posso anche considerare chiusa la mia carriera.

Moretti come ha diretto un attore come Piccoli?
Moretti: Non è stato difficile, perché Michel è entrato immediatamente in una calda sintonia con gli altri membri del cast, tutti provenienti da scuole di recitazione diverse dalla sua. Sapevo quanto fosse bravo, ma non mi aspettavo che lo fosse così tanto: i suoi silenzi, i suoi sorrisi, i suoi gesti hanno arricchito non solo il personaggio, ma tutto il film in generale.

Avrebbe voluto interpretarlo lei, il Papa?
Moretti: No, fin da subito ho desiderato la parte dello psicanalista. E una volta che mi sono aggiudicato il personaggio, è stato facile organizzargli il tempo libero.

Che differenze ci sono tra il sacerdote de La messa è finita e il Papa di questo film?
Moretti: Essendo due film girati da un ateo, hanno in comune la mancanza di fede. Per il resto sono film diversi, con personaggi molto lontani l’uno dall’altro.

Perché le è tornata voglia di raccontare la Chiesa?
Moretti: In realtà la cosa che mi interessava di più non era raccontare la Chiesa, ma l’incontro fra mondi diversi. Un papa che si aggira per le strade e i bar di Roma, i cardinali che si trovano a convivere con uno psicanalista...

Perché ha raccontato il Vaticano in chiave antirealistica?
Moretti: Nonostante esistano molti film sull’argomento, nessuno sa cosa accada esattamente nel conclave, che tipo di strategie spostino i voti da un continente all’altro, né come sia la vita vera di un Papa. Nel film ho voluto raccontare il mio Papa, il mio Vaticano, il mio conclave, i miei cardinali, scartando la visione realistica che tutti ci saremmo potuti aspettare.

È stato mai cattolico?
Moretti: Ho avuto un’educazione cattolica ma non sono più credente da quando ho 25 anni. Però non sottoscrivo la famosa frase di Bunuel, «Grazie a Dio sono ateo», perché a me dispiace non essere credente. Del resto è proprio questa condizione che mi ha permesso di non trattare l’argomento della Chiesa con quella rabbia che di solito ha chi dice di non avere fede, e invece in fondo è ancora cattolico.

Perché nel film non accenna agli scandali che hanno travolto recentemente la Chiesa?
Moretti: Siamo stati tentati. Mentre scrivevamo il film la Chiesa era tutti i giorni sui giornali per via delle accuse ai preti pedofili, ma abbiamo cercato di non farci condizionare. La nostra storia non riguardava direttamente quelle questioni.

Che ne pensa, oggi, di quel periodo di scandali?
Moretti: Penso che, forse in ritardo, la Chiesa si sia finalmente sentita in dovere di chiedere scusa.

Il Vaticano ha ancora influenza sulla politica italiana?
Moretti: L’ha sempre avuta. Ma negli ultimi anni c’è da parte di tutti i partiti politici una certa agitazione nel recepire le parole degli uomini di chiesa.

Il Vaticano ha intralciato il suo film?
Moretti: Non è stato né di ostacolo né di sostegno.

La Chiesa ha criticato il film?
Moretti: Gli estremisti esistono in ogni religione. Le critiche sono state poche e sono venute da personaggi isolati e non rappresentativi del mondo cattolico. Non ne ho approfittato per fare la vittima, cosa che non mi piace fare.

Perché avete cominciato il film con i funerali di Papa Wojtyla?
Moretti: La prima idea era quella di cominciare con un funerale vago, senza specificare di chi fosse. Poi ho visto il materiale video del funerale di Wojtyla e l’ho trovato straordinario. L’unica preoccupazione era che, riconoscendo le immagini, il pubblico potesse confondersi e aspettarsi di assistere all’elezione di Ratzinger. Per nostra fortuna, però, il mio Papa Melville e Ratzinger hanno personalità talmente diverse che, nonostante l’ombra di un Papa precedente e molto amato sia palpabile nella storia, non c’è veramente alcun rischio di sovrapporre i due personaggi.

   

E oggi è la volta di Nanni Moretti con il suo Habemus Papam.

Cannes, motori caldi ma ruote ferme

venerdì 13 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, motori caldi ma ruote ferme Palazzo del cinema sì, perché «al Lido di Venezia c'è un appalto aggiudicato e aziende che stanno lavorando», palazzo del cinema no perché «io da ministro e cittadino non ho intenzione di insistere per la costruzione». E ancora Venezia sì, perché «è il festival italiano per eccellenza», Roma neanche a parlarne: «Quello è un pallino di Alemanno e Venezia, sia chiaro, non ha bisogno di festival in competizione». L'Italia a Cannes si annoia, nell'eterna attesa di pellicole che verranno, e nell'anno in cui il mercato festeggia la comunione d'intenti delle cinematografie arabe e l'unione rinnovata dei paesi dei Balcani, tra una caprese e un bicchierino di prosecco non trova di meglio da fare che dividersi. Il Ministro Galan, la nostra star sul tappeto rosso, con una mano spacca lo stivale, e con l'altra saluta candido i film che arriveranno: «Io per il 22 non ho preso impegni, ci credo» dice insistendo caparbiamente negli auguri a Moretti e Sorrentino. Ma ad arrancare, nel secondo giorno di kermesse, non è solo l'Italia: il festival scalda i motori, ma resta fermo alla partenza. Per colpa di un ritardo all'aeroporto Gus Van Sant e la truppa del suo Restless danno forfait e posticipano l'arrivo di un giorno. Sconforto nel pubblico, in fermento per un film (fuori concorso) che ha commosso, emozionato e fatto parlare ben più delle pellicole in competizione: il dolente e sonnacchioso We need to talk about Kevin e Polisse di Maïwenn, che inanellando immagini di feti abortiti, violenze sessuali, incesti, atti osceni in Facebook pubblico e persino senili perversioni ai danni di minorenni, si guadagna al volo la palma del cattivo gusto spiegando il desiderio dell'ospite Riccardo Scamarcio di tenersi al riparo da pericolose interviste. L'interesse, e il movimento, è tutto a bordo Festival: nel prestigioso Hotel Carlton dove Angelina Jolie si palesa un istante, abbracciando prima un panda di peluche e poi il collega Jack Black, nella blindatissima promozione di Kung Fu Panda 2; ai piani alti del Majestic, dove il premio Oscar Kevin McDonald racconta il suo biopic su Bob Marley, in concorso a Toronto ma in cerca di pubblicità a Cannes, «che mostrerà – dice – l'uomo dietro al mito, un Marley più lucido di quanto si creda, timido con le donne e morto meno ricco di Lady Gaga». E ancora l'interesse vola sulle terrazze e nei ristoranti della Croisette, dove si parla di Dear Friend Hitler, già in concorso a Berlino ma a Cannes per visibilità, e Super8 di J.J. Abrams, che in concorso non andrà da nessuna parte ma che a Cannes s'è mostrato nei suoi primi, intensi e spettacolari 25 minuti di horror thrilling.
Atteso oggi in concorso Nanni Moretti, primo italiano a rompere il ghiaccio con Habemus Papam, scortato da Michel Piccoli e Margherita Buy e in diretta competizione contro Hearat Shulayim di Joseph Cedar, anche se la scena non sarà tutta per i contendenti. Gli faranno ombra l'attesa passerella di Gus Van Sant, e la proiezione del film shock sulla morte di Lady Diana Unlawful Killing, presentato fuori concorso dal regista Keith Allen da giorni assediato dalla stampa inglese. In serata primi passi delle notti cannensi con il party in onore del film 3D Sex & zen: Extreme Extasy, pellicola in cerca di compratori che in oriente ha guadagnato più di Avatar, e che in Costa Azzurra avrà il compito di risvegliare i dormienti spiriti dei festaioli. Per i cinefili doc, che non vogliono né sex né zen, niente paura. Cannes pensa sempre a tutti: in programma per i duri e puri Wu Xia di Peter Ho-Sun Chan, sontuoso affresco storico sulla Cina feudale della dinastia Qing, oggi in proiezione a partire da mezzanotte.

Nel giorno dedicato a Bertolucci tutti i flash sono per la cantante americana.

Cannes, il glamour è Gaga

giovedì 12 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, il glamour è Gaga Doveva essere il gran giorno di Woody Allen, maestro atteso con l’affetto che Cannes tributa ai veterani, e di Bernardo Bertolucci, onorato finalmente di una Palma alla carriera dopo quattro tentativi andati a vuoto, «e l’unica volta che avrebbero voluto premiarmi, con Novecento, il mio film era fuori concorso». Doveva essere il gran giorno dell’inaugurazione, battezzata dalla zazzera bianca di Robert De Niro e dal codazzo di blasonati in giuria (Uma Thurman e Jude Law i più fotografati), e ancora il giorno dei primi vagiti del concorso, con Sleeping Beauty di Julia Leigh clamorosamente fischiato a fine proiezione.
Ma Cannes, anche in questo, è un festival speciale. Dove le pretese della cultura alta vanno a braccetto con l’evento gossipparo, il premio Oscar sfila sulla passerella aperta a chiunque abbia un papillon da indossare, la star si veste di stracci per strafare e i barboni chiedono l’elemosina con il bancomat «just for alcool and drugs», per giocare. E così a smuovere le folle, ad eccitare gli animi, a costringere la gente a file di oltre quattro ore non è stato Allen il divo mite, né Bertolucci su di giri anche in carrozzella («Che ci posso fare, ho vissuto la mia vita da un punto di vista spettacolare e forse per questo sono stato punito»), né la maschera muta di De Niro o la Thurman apparsa giusto il tempo di esibirsi in una rapida imitazione dell’amico esule Tarantino. Se intorno alle sette di sera la Croisette ha perso la testa, animandosi di grida e flash e bassi pompati in riva al mare, è stato per una diva che col cinema ha poco a che fare. Piombata sul palco davanti all’Hotel Martinez giusto il tempo di una canzone, Lady Gaga è stata la meteora più luminosa della giornata. Centinaia di persone schiacciate davanti alle transenne in fila da ore, e altrettante dietro su esclusivo invito, a scattare una foto ai suoi collant leopardati, al vestito rosso sormontato da parrucca bionda apparso e scomparso in un istante milionario. Né per beneficienza («Chi, Lady Gaga? Non scherziamo», si offende una fan messicana), né per dovere: solo per il gusto di apparire, Lady Gaga ha portato a Cannes il superficiale, inconfessabilmente atteso glamour, leggermente appannato da un’inaugurazione impeccabile, elegante, ma così senilmente autoriale.
Trascorsa una notte placida, la prima e ultima senza feste, si attende oggi Tilda Swinton con We need to talk about Kevin di Lynne Ramsay, secondo film al femminile di un concorso spiccatamente aperto al rosa, e Gus Van Sant con il suo Restless, che per "Un certain regard" porterà in passerella la prima stella under 30, l’ex Alice burtoniana Mia Wasikowska. Arranca l’Italia, costretta ancora per un giorno a tenersi gli assi in mano. Nel frattempo presta Riccardo Scamarcio a Polisse di Maïwenn, oggi in concorso, riservando la mattinata alla sua star più istituzionale: il fresco Ministro dei beni culturali Giancarlo Galan, che a un anno esatto dal gran rifiuto del predecessore Sandro Bondi sarà a Cannes per un temerario «in bocca al lupo» a (tutta, dice lui) la squadra italiana.

Il regista americano inaugura il Festival con Midnight in Paris.

Cannes si inchina a Woody Allen

mercoledì 11 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes si inchina a Woody Allen Il pubblico del Festival può tirare il fiato: Woody ce l’ha fatta. Atteso in Croisette come una sorta di monumento vivente, il maestro Woody Allen ha presentato oggi con discreto successo il suo Midnight in Paris, film d’apertura del Festival di Cannes. Per la pellicola nessun entusiasmo, piuttosto un generico e condiviso apprezzamento, come una specie di sospiro di sollievo collettivo di fronte al 42º film di un regista amatissimo ma (comprensibilmente) stanco. L’opinione che serpeggia nei corridoi del Palais, inconfessabile, è che in fondo nessuno si aspetti più un capolavoro dall’uomo che in gioventù produsse la miglior commedia americana: Midnight in Paris ha inaugurato il Festival, ha strappato qualche risata, insomma è andato in porto senza colpo ferire. E pazienza se si farà presto dimenticare: la semplice presenza di Allen a Cannes è un evento, al maestro non serve certo un film per farsi applaudire. Qui gioca in casa, fa il tutto esaurito, riempie la sala e fa gridare il pubblico che si accalca intorno alla passerella. Con lui c’è parte del cast, il timido Owen Wilson, Adrien Brody con un cappello da star, la bella e bionda Rachel McAdams in bianco: ma le luci sono tutte per l’autore, quel piccolo uomo dai grandi occhiali, che dopo mezzo secolo di grande cinema può farsi perdonare qualsiasi cosa.

Qual è per lei la morale del film?
Allen: inutile illudersi che un tempo si vivesse meglio, solo perché oggi ci sembra meno facile sopravvivere. È una trappola, è un pensiero sbagliato: il problema è che del passato si ricordano solo le cose migliori. Il dentista, negli anni ‘20, era molto peggio. E non c’era l’aria condizionata...

Perché ha scelto di raccontare una storia a cavallo tra gli anni ’20 e oggi?
Allen: Sono partito dal titolo e mi sono lasciato suggestionare. Mi sono chiesto: cosa può succedere ogni notte a mezzanotte in una città come Parigi? Poi ho pensato all’immagine di una macchina che si ferma, carica a bordo il protagonista e lo porta altrove. Non ho pensato subito all’intreccio, quello è venuto da solo. Alla fine mi è andata bene: con queste premesse, avrei potuto fare anche un film orribile.

Come ha lavorato sulla fotografia?
Allen: Ho lavorato con un fotografo di New York, sensibile e bravo. Per rappresentare Parigi volevo una fotografia calda, sui toni del marrone e del rosso, evitando completamente quelli del blu.

Come si è trovato a lavorare a Parigi?
Allen: Benissimo, è una città splendida anche quando piove: ci venni la prima volta nel 1965 e mi sembrava di conoscerla già, perché l’avevo vista in tanti film... un po’ come succede per Manhattan. Nel mio film ho scelto di rappresentarla non realisticamente, ma soggettivamente, con gli stessi occhi con cui la guardai la prima volta. Devo ammettere però che il mio approccio al lavoro non cambia se giro in una città o in un’altra: giro ovunque allo stesso modo.

L’ha influenzata il cinema francese?
Allen: Quando ero giovane sì, moltissimo. Mi ha influenzato il cinema francese, italiano, quello europeo in generale. Nella mia formazione hanno avuto un enorme peso autori come Truffaut, Godard o René Clair. Ho sempre avuto chiara in mente una differenza: con i film americani si fanno i soldi, con quelli europei si fa arte.

Nel suo film parla dei grandi artisti del passato: lei si sente un artista?
Allen: No. Mi sento un uomo fortunato, che ha avuto una lunga carriera. Ma non ho la profondità di un artista, quella speciale profondità di un Kurosawa, di un Fellini. Ho solo fatto tanti film, alcuni bene e alcuni male.

Chi è il miglior critico dei suoi film?
Allen: Da giovane chiedevo sempre ai miei scrittori preferiti cosa pensassero del mio lavoro: è stato importante e mi ha permesso di evitare tanti errori. Ma oggi purtroppo non ci sono più, sono tutti morti,e così devo accontentarmi del mio giudizio.

Come è avvenuto l’incontro con Carla Bruni?
Allen: Ero a colazione dai Sarkozy e a un certo punto lei è entrata nella stanza. Era talmente carismatica e bella che le ho offerto subito un piccolo ruolo, una partecipazione che l’avrebbe impegnata al massimo per tre giorni. Lei ha detto di sì, perché la attirava l’idea di poter mostrare un giorno il film ai suoi nipoti. La Bruni sarà anche la compagna di un politico, ma è soprattutto un’artista: ha un background da musicista, conosce il mondo dello spettacolo e sul set ha senso della scena. È piena di grazia, perfetta, non le ho dovuto dire quasi niente. È stato bello per entrambi, ha fatto un ottimo lavoro.

Com’è stato affidare a Wilson un personaggio che le somiglia così tanto?
Allen: Wilson è stato grandioso. Nella vita siamo molto diversi: lui è così New York, così ragazzo da spiaggia, così bello. Siamo l’opposto. È stato un grande dono per me averlo sul set, è stato un pezzo importantissimo del casting. Quanto a Rachel, l’avevo vista in un film con Owen e la volevo a ogni costo.

E gli attori? come si sono trovati sul set con Allen?
Wilson: benissimo, ci ha lasciati completamente liberi.
McAdams: è stato eccitante.
Brody: Sono da sempre un fan di Woody, lavorare con lui è stata una grande opportunità: in vita mia tanti registi mi avevano offerto il ruolo di Salvator Dalì, ma questa è stata l’unica volta che ho accettato. Sapevo di essere in presenza di un genio.

   

Si apre oggi la 64. edizione della prestigiosa rassegna cinematografica.

Cannes, il festival al via

mercoledì 11 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Cannes, il festival al via Croisette, lavori in corso
Cumuli di legna in riva al mare, una sinfonia di motoseghe e trolley trascinati da turisti stanchi, odore di colla e compensato sulla Croisette, nel palazzo del cinema, davanti alle scale della sala Debussy con la moquette rossa ancora avvolta nella plastica: il miracolo di Cannes si compie di nuovo, puntuale dal 1939, nelle ultime 24 ore che trasformeranno la placida cittadina termale della bassa Provenza nel polo turistico più visitato della Francia.
In anticipo di un giorno sulla tabella di marcia, i primi forzati dell’autografo ad ogni costo hanno già piazzato sedie e ombrelloni davanti al tappeto rosso, all’ombra dei palazzi con vista vip affittati, quest’anno, a 25.000 euro a settimana. Una cifra da niente, in confronto a quella sborsata dagli sponsor per aggiudicarsi la facciata di una delle case più sgarrupate (e fotografate) di Cannes, sfacciatamente eretta di fronte alla passerella dei vip: il pannello più inquadrato della città costa 300.000 euro, e a comprarlo, per questa edizione, è stata la moda italiana con Armani. Il fermento da cantiere, il traffico dei camion, e il ritrovato glamour nelle barche ormeggiate al porto, trasmettono l’impressione che il Festival voglia lasciarsi alle spalle la crisi, ostentando allegramente il proprio invidiabile benessere. Senza dimenticare, con un pizzico di ipocrisia, anche un doveroso incoraggiamento ai paesi meno fortunati: “Coraggio, Giappone”, si legge sui poster nei sotterranei del palazzo del cinema, nascosti là dove il messaggio non può guastare la festa a nessuno.

Le prime star
Non peserà ai francesi, sufficientemente gratificati dalla parata di stelle in passerella il primo giorno, l’assenza della Première Dame Carla Bruni, in un ruolo secondario nell’ultimo film di Woody Allen Midnight in Paris, presentato domani fuori concorso: «Peccato, sognavo di andarci e mi dispiace - ha fatto sapere Carlà - purtroppo non posso per ragioni personali e professionali. Mi sarebbe piaciuto essere con gli altri attori e rivederli, ed essere vicina a Woody Allen anche se la mia parte è piccola. Il Festival di Cannes è un grande festival, il più grande di Francia, una vetrina straordinaria per il paese».
Ma l’apparizione più attesa di domani, oltre a quella del venerabile Allen, è senz’altro la prima uscita ufficiale della giuria, presieduta da un inossidabile Robert De Niro che proprio a Cannes, quand’era ancora un cucciolo d’attore, si prese la prima delusione della vita: proiezione alla Quinzaine, disertata dai giornalisti, e pazienza se si trattava di un capolavoro come Mean Streets. Quanto all'Italia, che s’è portata avanti col lavoro di marketing spedendo a Cannes con un giorno d’anticipo Margherita Buy e Alessandra Mastronardi, domani avrà il suo momento d’oro con Bernardo Bertolucci, Palma d’oro alla Carriera, prima dell’arrivo dell’Habemus Papam di Nanni Moretti (venerdì 13) e This must be the place di Paolo Sorrentino (venerdì 20).

   

I film di Sorrentino e Moretti in concorso alla Croisette.

Cannes 2011, la line-up del festival

giovedì 14 aprile 2011 - Nicoletta Dose

Cannes 2011, la line-up del festival Le gambe di Faye Dunaway sono "dei compassi che misurano il mondo, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia". Così soleva dire Bertrand ne L'uomo che amava le donne di François Truffaut, ed è la frase alla quale si è probabilmente ispirato il regista e fotografo Jerry Schatzberg che ha ritratto Faye Dunaway nel manifesto ufficiale di Cannes 2011, in programma dall'11 al 22 maggio prossimi.
Un tocco di eleganza e femminilità che ammanta la kermesse della tradizionale raffinatezza intellettuale. Abbiamo alcuneconferme sulle voci che giravano ormai da settimane: Nanni Moretti e Paolo Sorrentino saranno in concorso. Habemus Papam, dopo l'uscita nelle sale italiane, oltrepassa il confine e si inserisce nello scenario della Croisette, così come This Must Be The Place, il primo film in lingua inglese di Sorrentino, che vede come protagonista Sean Penn in versione rock. Tanti i titoli interessanti in competizione, dai fratelli Dardenne con Il ragazzo con la bicicletta, ospiti affezionati del festival, a Pedro Almodóvar con La Piel que Habito, da Aki Kaurismäki con Le Havre all'atteso e misteriosissimo The Tree of Life di Terrence Malick, da La Source des Femmes di Radu Mihaileanu a Melancholia di Lars von Trier.
Tra i film fuori dalla competizione ufficiale, spicca Restless di Gus van Sant che verrà presentato come film d'apertura della sezione Un Certain Regard, la rassegna che accoglie, tra gli altri, Arirang di Kim Ki-duk, Les Neiges du Kilimandjaro di Robert Guédiguian, Hors Satan di Bruno Dumont e Miss Bala di Gerardo Naranjo. Tra i fuori concorso Midnight in Paris di Woody Allen, The Beaver di Jodie Foster con Mel Gibson e Pirati dei Carabi – Oltre i confini del mare di Rob Marshall. Sono ufficiali anche i nomi dei presidenti delle giurie: Robert De Niro ai film in concorso, Michel Gondry ai cortometraggi, Emir Kusturica alla sezione Un Certain Regard e Bong Joon-Ho alla Camera d'Or. Infine, non mancheranno le serate dedicate ai grandi classici restaurati, tra i quali spicca Arancia meccanica di Kubrick, una cerimonia dedicata a Jean-Paul Belmondo e l'assegnazione del premio alla carriera a Bernardo Bertolucci. A presentare la serata d'apertura e quella finale la giovane attrice Mélanie Laurent.

In concorso
La Piel que Habito di Pedro Almodóvar
L'Apollonide – Souvenirs de la maison close di Bertrand Bonello
Pater di Alain Cavalier
Hearat Shulayim di Joseph Cedar
Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan
Il ragazzo con la bicicletta di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Le Havre di Aki Kaurismäki
Hanezu No Tsuki di Naomi Kawase
Sleeping Beauty di Julia Leigh
Polisse di Maïwenn Le Besco
The Tree of Life di Terrence Malick
La Source des Femmes di Radu Mihaileanu
Death of a Samurai di Takashi Miike
Habemus Papam di Nanni Moretti
We Need to Talk About Kevin di Lynne Ramsay
Michael di Markus Schleinzer
This Must Be The Place di Paolo Sorrentino
Melancholia di Lars von Trier
Drive di Nicolas Winding Refn

Fuori concorso
Midnight in Paris di Woody Allen
La Conquête di Xavier Durringer
The Beaver di Jodie Foster
The Artist di Michel Hazanavicius
Pirati dei Carabi – Oltre i confini del mare di Rob Marshall

Un Certain Regard
Restless di Gus van Sant
The Hunter di Bakur Bakuradze
Halt Auf Freier Strecke di Andreas Dresen
Hors Satan di Bruno Dumont
Martha Marcy May Marlene di Sean Durkin
Les Neiges du Kilimandjaro di Robert Guédiguian
Skoonheid di Oliver Hermanus
The Day He Arrives di Hong Sang-soo
Bonsái di Cristián Jiménez
Tatsumi di Eric Khoo
Arirang di Kim Ki-duk
Et Maintenant on va oú? di Nadine Labaki
Loverboy di Catalin Mitulescu
Yellow Sea di Na Hong-jin
Miss Bala di Gerardo Naranjo
Trabalhar Cansa di Juliana Rojas e Marco Dutra
L'Exercice de l'Etat di Pierre Schoeller
Toomelah di Ivan Sen
Oslo, August 31st di Joachim Trier

Proiezioni di mezzanotte
Swordsmen di Peter Chan
Days of Grace di Everardo Valerio Gout

Proiezioni speciali
Labrador di Frederikke Aspöck
Le Maître Des Forges De l'Enfer di Rithy Panh
Michel Petrucciani di Michael Radford
Tous au Larzac di Christian Rouaud

   

Moretti e Sorrentino alla kermesse, De Niro presidente della giuria.

Cannes 2011, conferme e rumors sul festival

martedì 1 marzo 2011 - Nicoletta Dose

Cannes 2011, conferme e rumors sul festival Il cinema italiano è in crisi? La domanda rimbomba, senza trovare risposta, nei dibattiti intellettuali dei maggiori critici cinematografici, nelle chiacchiere tra novelli cinefili e in ogni occasione festivaliera che si presenti. Quest'ultime, se sono a Venezia, Cannes o Berlino, garantiscono rassegne contraddistinte dal tocco d'autore, e prendervi parte è una fervida dimostrazione di vitalità. Se alla Berlinale 2011 l'Italia ha presenziato solo fuori concorso, con la commedia Qualunquemente e Gianni e le donne, alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes, che si terrà dall'11 al 22 maggio prossimi, ritorna da protagonista con alcune tra le più interessanti proposte dell'anno. Massimo riserbo su cast e trama fino all'ultimo, uno dei più amati registi italiani in Francia, Nanni Moretti, dopo la vittoria della Palma d'oro con La stanza del figlio nel 2001, si appresta a fare la scalinata del Montée des Marches con la "commedia dolorosa" Habemus Papam (in uscita nelle sale il 15 aprile), dove vedremo un fatto straordinario che non è mai accaduto o che forse non abbiamo mai visto: la crisi mistica di un papa appena eletto. Michel Piccoli è il pontefice, Moretti lo psicanalista che cercherà di comprendere i dubbi dell'uomo di Chiesa più influente al mondo. Arriva anche la conferma di Paolo Sorrentino, che sarà presente con This Must be the Place, storia di un divo del rock (interpretato da Sean Penn) sul viale del tramonto, distrutto da noia e sgomento che cercherà di vendicarsi del padre, ucciso da un nazista durante la seconda guerra mondiale. La caccia all'assassino di Sorrentino potrebbe essere accompagnato dalla presenza di altri registi italiani, Gianni Amelio con Le Premier Homme, Andrea Molaioli con Il gioiellino, Emanuele Crialese con Terraferma, Mimmo Calopresti con un documentario dedicato alla storia del PCI, intitolato Anch'io ero comunista ma ancora non ci sono dichiarazioni definitive.

De Niro personaggio dell'anno
Era il 2009 quando Michel Gondry presentò, fuori concorso, il documentario The Thorn in the Heart dedicato alla zia Suzette, ai suoi crucci sull'educazione dei figli e sul mestiere prodigioso di maestra elementare. Ora ritorna a Cannes nella veste nuova di presidente della giuria della Cinéfondation Short Films, prendendo il posto degli illustri colleghi che lo hanno preceduto, Atom Egoyan, Hou Hsiao-Hsien, Martin Scorsese e John Boorman. Tra le poltrone più prestigiose della prossima edizione del festival ci sarà anche quella occupata da Robert De Niro, recentemente paparazzato e forsennatamente inseguito dai giornalisti italiani (per la sua fulgida interpretazione in Manuale d'amore 3 di Giovanni Veronesi). Per la terza volta (già giurato a Cannes negli anni Ottanta) sarà lui, dopo la presidenza di Tim Burton dell'anno scorso, a conferire la Palma d'oro al vincitore. La sua simpatica presenza - De Niro è duro nella finzione, adorabile fuori dal set – impone in giuria rigore e passione. E la statura del ruolo di presidente sarà una bella sfida da tenere d'occhio.

Woody Allen e gli altri registi del festival
Ad aprire la kermesse di quest'anno ci pensa Woody Allen che presenta Midnight in Paris, una commedia romantica interpretata da Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard e Carla Bruni, sul viaggio di affari di una famiglia americana in terra francese. Un soggetto perfetto per inaugurare il più importante festival cinematografico d'oltralpe. E così, dopo Londra e Barcellona, Allen approda a Parigi, con l'approvazione del direttore artistico del festival, Thierry Frémaux, che dice: "con questo film il regista offre uno sguardo più profondo alle tematiche che ha sviluppato nei suoi ultimi lavori: il nostro rapporto con la storia, con le arti, con il piacere e con la vita". Il cartellone prevede anche, tra gli altri, La Piel Que Habito dello spagnolo Pedro Almodóvar, Melancholia del danese Lars Von Trier, La Gamin au vélo dei belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne (ospiti fissi a Cannes), Faust del russo Aleksandr Sokurov e Life Without Principle di Johnnie To. Grande attesa anche per The Tree of Life dell'americano Terrence Malick, ancora in sospeso, anche se i rumors si fanno sempre più convincenti. Tra gli invitati dovrebbero esserci anche A Dangerous Method del canadese David Cronenberg, Restless di Gus Van Sant, Twixt Now and Sunrise di Francis Ford Coppola e Waiting for Azrael di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi.

   

INVIATI
FESTIVAL DI CANNES 2011 I NUMERI
POPULARTAGS
Direttore Responsabile
Giancarlo Zappoli
Redazione
Marianna Cappi


ANNI PRECEDENTI
Pop Tags
prossimamente al cinema Oggi al cinema Novità in dvd Film in tv
Altri film » Altri film » Altri film » Altri film »
home | cinema | database | film | uscite | dvd | tv | box office | prossimamente | colonne sonore | MYmovies Club | trailer | download film | mygames |
Copyright© 2000 - 2017 MYmovies® // Mo-Net All rights reserved. P.IVA: 05056400483 - Licenza Siae n. 2792/I/2742 - credits | contatti | redazione@mymovies.it
XHTML | CSS | Normativa sulla privacy | Termini e condizioni d'uso
pubblicità