Robert De NiroC'era una volta in America… il timido Bob Milk66 anni, 17 Agosto 1943 (Leone), New York City (New York - USA) |
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![]() La maggior parte della gente rispetta il distintivo. Tutti rispettano la pistola.
dal film Sfida senza regole (2008)
Robert De Niro è Detective Turk
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Trema Hollywood di fronte al suo nome. Nella sua lungimirante carriera è riuscito a mescolare l'action al dramma, la commedia all'horror, guadagnandosi la nomea di "tuttofare della recitazione". Ma non è stato sempre così, non è sempre stato potente, malvagio e deciso a eliminare la concorrenza quando si trattava di descrivere al meglio un ruolo, all'inizio era solo bello e promettente. Poi è diventato il maestro dell'autoanalisi, uno dei più ottimi interpreti del Metodo, che è entrato nel mondo dell'interpretazione per esorcizzare la timidezza di un'adolescenza che vedeva confuso il suo nome con quello di Bob Milk ("Bob Latte" per via della sua carnagione pallidissima). Ha indossato magistralmente i panni più sporchi e violenti che il cinema anni '70/'80 potesse offrirgli. Ritratti cinici, machi e psicopatici. È con quelli che ha inanellato perfomances che sono state cesellate dentro veri e propri capisaldi della storia del cinema (la maggior parte firmati dall'amico Scorsese).
Principe nell'azzeramento della propria identità al fine di costruirne altre, si è lasciato totalmente coinvolgere dai personaggi che ha incarnato: siano essi giovani e terrificanti mafiosi all'apice del potere o camaleontici pugili, o meglio ancora diavoli in carne e ossa, scatenando l'orrore dello spettatore per le sue inguardabili cicatrici neogotiche che dipingevano una Creatura senza padre. Poi sente il bisogno di narrare lui stesso una storia e si mette dietro la macchina da presa per raccontare gli scordi di quella Little Italy a cui è tanto affezionato, che gli ha fatto da casa e gli ha offerto terreno per le sue radici, o gli intrighi del potere della gente comune che non è più tanto comune. Misurato e discreto, è il simbolo di quell'interprete che è specchio fedele dell'uomo che cambia di generazione in generazione.
Figlio di due artisti di origini italo-americane (suo padre era pittore, scultore e poeta e sua madre pittrice), dopo la sua nascita, i suoi genitori divorziarono immediatamente, dato che suo padre era omosessuale. Cresciuto nella Little Italy, cominciò a pensare alla carriera di attore a soli 10 anni, quando (terribilmente timido) recitò in uno spettacolo scolastico la parte del Leone Codardo ne "Il Mago di Oz" e lasciati gli studi liceali alla Rhodes Prep High School di New York (dove portò in scena "L'orso" di Checov), a soli 17 anni, Bobby Milk (così chiamato per via del suo fisico scheletrico e del suo pallore) si iscrisse direttamente alle lezioni di Stella Adler, entrando poi nell'Actor's Studio di Lee Strasberg.
Incredibile a pensarci, ma la carriera di Robert de Niro inizia con tutti i segni del destino che ne faranno un grande attore. Se la nascita di Gesù Cristo era stata preannunciata da una stella cometa che viaggiava sopra i cieli, la nascita dell'attore Robert De Niro è cosparsa di immense stelle luminose che lo guideranno, come registi, nel mondo della settima arte. Dopo tanta gavetta in teatri off-Broadway, pochi lo sanno, ma De Niro esordisce ufficialmente sotto la direzione nientemeno che di Marcel Carné in Tre camere a Manhattan (1965)! Dopo Carné, segue un lungo e appassionato sodalizio artistico con un regista emergente – destinato a fare strada nel mondo del cinema – Brian De Palma, che allora muoveva i primi passi nella commedia firmando Oggi sposi… (1966), Ciao America (1968) e Hi, Mom! (1970), tutte pellicole che vedranno De Niro come protagonista. A tendergli la mano, sarà poi un'altra leggenda: il re dei b-movies della Hammer Roger Corman che lo affiancherà a un'incestuosa Shelley Winter nel coinvolgente Il clan dei Barker (1970). Da Corman a Scorsese il passo è veramente breve. Nonostante i due fossero vicini di casa al Greenwich Village di Manhattan, gli ci volle un party, nel 1972, per conoscerlo effettivamente. E da quel momento in poi, fu De Niro a diventare una stella. I primi passi in Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all'inferno (1973) di Scorsese gli fecero conoscere uno dei suoi migliori amici, Harvey Keitel, e notare da un altro regista italo-americano, Francis Ford Coppola che lo inserirà ne Il padrino – Parte II (1974) nel ruolo di Vito Corleone. La sua performance è così ineccepibile che, a soli 29 anni, già stringe nel pugno l'Oscar come miglior attore non protagonista.
Il ritorno fra le braccia di Scorsese è solo per creare capolavori. Primo fra tutti lo psicodramma Taxi Driver (1976). De Niro era impegnato in Italia nelle riprese di Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci (nel ruolo di un signorotto locale), ma accetterà ugualmente di girare il film con Scorsese, sottoponendosi a un autentico tour de force: lavorando sul set di Novecento dal lunedì al venerdì, poi volando in America per girare Taxi Driver. Perfezionista e maniacale sin da allora, si allenò per due settimane a guidare il taxi per le strade di New York. Nel film, infatti, guida realmente l'auto. Il ruolo del veterano del Vietnam Travis Bickle e quella frase maniacale e ossessiva di fronte allo specchio: «Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi, con chi sta parlando? Dici a me?» lo imporrà all'attenzione del pubblico, facendogli guadagnare una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista.
Dopo aver recitato per Elia Kazan ne Gli ultimi fuochi (1976), entrando in contatto con tre leggende della cinematografia moderna (Robert Mitchum, Jeanne Moreau e Jack Nicholson) e dopo il lungo fidanzamento con l'attrice Leigh Taylor-Young, si sposa però con Diahnne Abbott, cantante e attrice anch'essa e madre dell'attore Raphael De Niro. L'attore adotterà anche la figlia della Abbott, nata da una precedente unione: Drena De Niro, modella e attrice. Il matrimonio si concluderà però nel 1988.
Al flop con Liza Minnelli New York New York (1977), segue il capolavoro della settima arte Il cacciatore (1978) di Michael Cimino. De Niro che porta nuovamente in scena gli incubi di chi ha combattuto nel Vietnam, ammettendo che un ruolo del genere lo aveva esaurito psicologicamente ed emotivamente. A prova di questo sappiamo che, durante la ripresa del salvataggio con l'elicottero, si ferisce abbastanza seriamente, infatti le urla e il furore contro gli stuntmen che controllavano il velivolo sono autentici. Ma a consolarlo è la presenza di Meryl Streep con la quale non avrà mai una relazione, ma che stimerà profondamente, ammettendo pubblicamente che la donna è destinata a diventare grandissima a Hollywood. Profezia che si è avverata, peccato che per lui invece si riservi solo la candidatura all'Oscar come miglior attore protagonista. Si rifarà con Toro scatenato (1980) dell'amico Scorsese, dove De Niro vestirà i panni del pugile Jake La Motta, sostenendo (per prepararsi al ruolo) tre veri incontri di boxe a Brooklyn (vincendone due) e ingrassando di qualche abbondante chilo. Paranoico, furioso e sardonico, fu De Niro stesso a invitare il regista a leggere l'autobiografia del pugile italo-americano e a lavorare alla stesura della sceneggiatura con lui, passando ben 19 giorni segregati a St. Marteen, un'isola dei Caraibi. L'Oscar come miglior attore protagonista fu assicurato e così pure il Golden Globe nella stessa categoria.
Grandissimo amico di Joe Pesci e del defunto John Belushi, venne ridiretto da Scorsese in Re per una notte (1983), scegliendo poi un piccolo, grazioso ruolo in Brazil (1985), meraviglia audiovisiva dell'ex Monty Python Terry Gilliam, dove sarà uno straordinario idraulico guerrigliero che ripara ciò che il Potere del Consumismo destina alla demolizione, anche se lui preferiva il ruolo di Jack, che però era già stato promesso a Michael Palin. Bertolucci non sarà l'unico italiano ad avere l'onore di lavorare con De Niro. Sergio Leone e lo splendido C'era una volta in America (1984) lo aspettano al varco con il superlativo personaggio del gangster Noodles. La lavorazione del film durò ben 10 anni e leggenda vuole che De Niro avesse fatto coniare una serie di medagliette per tutta la troupe con su scritto: "Complimenti, siete sopravvissuti alla lavorazione di C'era una volta in America".
Roland Joffé, Alan Parker, Neil Jordan, Martin Ritt e ancora De Palma - che gli offre la possibilità di urlare la famosa frase «Sei tutto chiacchiere e distintivo!» come volto del prepotente Al Capone ne Gli intoccabili (1987) – sono i registi con i quali cavalca l'onda alla fine degli anni Ottanta, rifiutando però la parte di Gesù ne L'ultima tentazione di Cristo (1988) e quella del pizzaiolo Sal in Fa' la cosa giusta(1989). Fondatore della TriBeCa Productions, finanzierà pellicole come Cuore di tuono (1992), About a boy – Un ragazzo (2002), Stage Beauty (2004) e Rent (2005), passando di donna in donna per tutti gli anni Novanta, da Uma Thurman alla modella Naomi Campbell, fino all'attrice Ashley Judd. Una nuova nomination all'Oscar come miglior attore protagonista lo aspetta nel film drammatico di Penny Marshall Risvegli (1990), nel ruolo di un sopravvissuto a una grave epidemia di encefalite letargica; poi, dopo aver rifiutato il ruolo di Dick Tracy nell'omonimo film di Warren Beatty, recita in quello che è considerato il suo miglior film, Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese, nel ruolo di un gangster. Violento e ipercinico, un ritratto del genere lo porta a interpretare il criminale da denti sudici (ottenne dal produttore 5.000 dollari per sporcarsi la dentatura e altri 20.000 per rimetterla a posto terminate le riprese) di Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), sempre per Scorsese. Il fascino del Male seduce l'Academyy che lo fa entrare nella rosa dei candidati all'Oscar per la migliore performance da protagonista maschile, ma che però non lo fa vincere.
E dopo Fuoco assassino (1991) e Voglia di ricominciare (1993) è consacrato con il Leone d'Oro alla Carriera dal Festival di Venezia, spinta che lo porterà dietro la macchina da presa con il drammatico Bronx (1993), buona narrazione di un cammino mafioso con gli occhi di un ragazzino, e a progettare un film su Enzo Ferrari per la regia di Michael Mann, che però non troverà mai luce. La sua filmografia si arricchirà poi di vari generi come l'horror (Frankenstein di Mary Shelley), il poliziesco (Heat – La sfida), il drammatico (Casinò, The Fan – Il mito, Sleepers, Paradiso Perduto), la commedia (Sesso & potere, Flawless – Senza difetti) e il thriller (Ronin). Mentre la vita privata procede - dopo la nascita di due gemelli (Aaron Kendrick e Julian Henry De Niro) da parte della sua ragazza, l'attrice Toukie Smith che fece l'inseminazione artificiale - con il matrimonio con l'assistente di volo Grace Hightower, madre di Elliot De Niro e sua attuale compagna di vita, nonostante qualche profonda crisi - causata da un'indagine del 1998 della polizia francese che trovò le sue impronte digitali impresse sull'agendina di una prostituta e dopo che fu provata la sua estraneità nel coinvolgimento dell'inchiesta, De Niro restituì la Legion d'Onore ottenuta qualche anno prima, giurando di non tornare mai più in Francia).
Passa da Tarantino (Jackie Brown, 1997) a essere il testimonial per la Beghelli, dal rifiuto per il ruolo di Tony D'Amato in Ogni maledetta domenica (1999) al ruolo dell'ex spia maniacale e ossessionante che nessuno vorrebbe mai avere come suocero in Ti presento i miei (2000) e il suo sequel Mi presenti i tuoi? (2004). Dopo la diagnosi di un cancro alla prostata, De Niro continuerà ugualmente a recitare, cercando di combattere come meglio può contro questa malattia. Nel 2004 lo vediamo fra i doppiatori di Shark Tale, mentre nei due anni successivi rifiuta due ruoli grandiosi: quello di Willy Wonka in Charlie e la fabbrica di cioccolato (2005) e quello di Frank Costello in The Departed – Il bene e il male (2006), preferendo dirigere Matt Damon e Angelina Jolie ne L'ombra del potere – The Good Shepherd (2006) e recitare il ruolo di Capitan Shakespeare nel fantasy Stardust (2007) con Michelle Pfeiffer, Peter O'Toole e Rupert Everett, preparandosi al ruolo di produttore nel film Disastro a Hollywood (2008) con Bruce Willis e Sean Penn.
Proprietario dei ristoranti Ago nel West Hollywood, del Nobu e del Layla di New York e del Rubicon di San Francisco con Francis Ford Coppola e Robin Williams, decantato dalla Bananarama nella canzone "Robert De Niro's Waiting", è considerato il più grande attore vivente che è capace di mettere sotto un tappeto il De Niro persona per cambiare più volte identità, entrando nel mondo non reale e filmico, portando ossessioni e, perché no, erotismo.
Golden Globes 2001
Golden Globes 2000
Golden Globes 1992
Premio Oscar 1991
Premio Oscar 1990
Golden Globes 1989
Festival di Venezia 1981
Golden Globes 1981
Premio Oscar 1980
Golden Globes 1979
Premio Oscar 1978
Golden Globes 1978
Golden Globes 1977
Premio Oscar 1976
Premio Oscar 1974
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Everybody's Finecontinua»
Genere Drammatico, - USA, Italia 2009. Uscita 09/04/2010. |
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A ltman lo aveva già fatto nel 1992 portando sul grande schermo un film sarcastico e amaro sui retroscena di Hollywood. È inevitabile pensare a I protagonisti seguendo la vita dietro le quinte di Ben (Robert De Niro), un famoso produttore alle prese con mille complicazioni - private e professionali - che sa di avere le ore contate in termini di potere. Il film che potrebbe riportarlo in vetta tra i nomi che contano non ha incontrato il favore del pubblico alla proiezione di prova; a salvarsi, nonostante la presenza di Sean Penn come protagonista, è forse unicamente la colonna sonora. Così le successive due settimane d'inferno di Ben sono scandite dalla musica Marcelo Zarvos (realizzata per Fiercely) che accompagna lo spettatore in un viaggio in prima fila lungo i tortuosi viali di Hollywoodland. Basato sul libro "What Just Happened? Bitter Hollywood Tales from the Front Line" (autobiografia del produttore Art Linson - Gli intoccabili, Fight Club, Black Dahlia - che ha firmato anche la sceneggiatura), il film diretto da Barry Levinson, interpretato da Robert De Niro e da una schiera di star riporta alla mente anche uno scambio di battute tra Joe Gillis e Norma Desmond in Viale del tramonto. "Un tempo lei era una grande stella del cinema!" "Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo!". Ed è curioso come il finale di Disastro a Hollywood si congiunga idealmente all'ultima battuta della stella del cinema muto quando, divina, esclama: "Mr. De Mille, sono pronta per il primo piano".
De Niro e Pacino di nuovo insieme in Sfida senza regole. La notizia assume i contorni di un evento. La grande coppia. Va detto che il cinema ha spesso proposto grandi coppie, ma "questi due" sembra abbiano regole diverse, che il loro peso specifico sia tale da oltrepassare la linea del cinema. Dicendo "grande coppia" alludo a talenti omologhi, anche all'anagrafe. Un vecchio e un giovane insieme funzionano, sono complementari, non creano antagonismo, un esempio per tutti: Redford e Pitt in Spy Game. Nelle varie epoche il cinema ha messo insieme Cooper-March (Partita a quattro); Wayne–Stewart (Liberty Valance); Lancaster-Douglas (Sfida all'O.K.Corrall); Brando-Clift (I giovani leoni); Newman – McQueen (Inferno di cristallo) e, salendo Cruise-Pitt (Intervista col vampiro). Due numeri uno assoluti attuali, Clooney e Pitt, li vediamo spesso insieme, eppure non si tratta, e non si trattava, di evento, ma semplicemente di combinazione eccezionale, di cast, di cinema, solo di cinema. Leggi nei titoli De Niro e Pacino insieme ed ecco che la coppia diventa mistica, diventa storia e cultura, come se il capo della religione anglicana e quello cattolico si unissero per una funzione. Robert e Al: perché?<
C'erano una volta in America due ragazzi di strada e di "metodo". Gli anni Settanta del "meraviglioso" spielberghiano trovarono nei loro volti e nei loro registi (Schatzberg, Coppola, De Palma, Scorsese, Cimino, Mann, Leone, Lumet) un'altra America. Inquieti e lividi, cupi e vertiginosi Robert De Niro e Al Pacino divennero gli attori simbolo della Hollywood mean streets, dimostrando di sapere gestire carriere sfaccettate e depistando qualsiasi etichetta di ruolo. Bravi ragazzi (di strada), padrini, poliziotti, criminali, balordi, taxi-driver, demoni, gangster, mafiosi e qualche volta "innamorati" o in "profumo di donna" sono l'immagine ribaltata di quel mito americano che aiutarono a smascherare attraverso filmografie costellate da episodi di rara qualità. Tredici anni dopo The Heat – La sfida, i fabulous two tornano sulle strade della Little Italy newyorkese per interpretare due poliziotti "fuori controllo" che agiscono sul confine della legge e si pongono al di sopra della legge. Nella Sfida senza regole di Jon Avnet, De Niro e Pacino imbastiscono la realtà delle apparenze e nascondono la verità dietro un sole che non albeggia ma tramonta e dentro una notte che immancabilmente scende.
Detective pluridecorati, Turk e Rooster sono a un passo dalla pensione e dal serial killer che scrive sonetti per i suoi cadaveri. Sotto la fredda scorza dell'impassibilità e della mancanza di scrupolo, De Niro e Pacino sono antieroi furenti e arcani, personaggi in autoesilio e sempre fuori posto per superare il conformismo dei loro superiori e dei burocrati. Meglio il mimetismo camaleontico di De Niro o il lasciare intendere senza esibire di Pacino? Domanda inutile. Basta guardarli mentre si osservano e si specchiano l'uno negli occhi dell'altro, l'uno nella carriera dell'altro, ciascuno con le proprie ossessioni, paure, solitudini e contraddizioni, per capire che si sono (ri)trovati. Turk e Rooster non sono poliziotti ordinari, come non sono ordinari gli attori che li incarnano: tanto grandi da essersi sfiorati nel Padrino di Coppola, rincorsi nella sfida di Mann e rinchiusi nelle inquadrature senza regole di Avnet, entrambi con un "clan" di personaggi sulle spalle che guardano alla tragedia come ultimo approdo alla solitudine dell'individuo, del poliziotto, dell'attore. Dietro alle pistole, alle chiacchiere e ai distintivi resta il sorriso di Noodles nella fumeria d'oppio e quello di Carlito davanti alla promessa di una fuga da sogno (Escape to Paradise).
Tutto esaurito per quello che sicuramente è l'evento più atteso di tutto il Festival del Film di Roma: l'incontro di Meryl Streep con il pubblico. Sala gremita fino all'inverosimile e persone sedute sulle gradinate per accogliere la più grande attrice vivente. Lei, si presenta in abito nero e comincia un piccolo e moderato show fatto di racconti, battute e spiegazioni sul suo lavoro imbeccata dalle domande di Mario Sesti e Antonio Monda e da alcuni spezzoni scelti nel mare delle sue prestazioni memorabili.
Su tutto però regna quel modo di prendere la vita da Meryl Streep, a metà tra il sorpreso e il rilassato, un'ottica che l'attrice non esita a definire quasi zen e che secondo lei è propria degli attori: "Tutti siamo molto incerti nella vita ma più invecchio più penso che gli attori la capiscano davvero. Non si può mai dire cosa accadrà e gli attori sono più a loro agio con questa condizione poichè ci convivono costantemente. Se fai bene questo mestiere non anticipi nulla e riesci ad essere davvero sorpreso anche al trentaseiesimo ciak".
Il pomeriggio domenicale si apre con un'apologia dell'intrigo e della tensione vecchio stampo firmata da quell'abile mano, che è un'assicurazione, di Alfred Hitchcock il quale in L'uomo che sapeva troppo (La7, 13.30) insieme a Leslie Banks e Peter Lorre ci porta fra rapimenti e studiati inseguimenti dentro alle trame di un complotto ai danni di un politico inglese. Appena il tempo di riprendere fiato con Guillermo del Toro e il suo fumettistico divertissement Hellboy (Italia 1, 19.00), con il quale ci si può rilassare e divertire in un classico pastone yankee di effetti speciali e buoni sentimenti, che già va riaccesa l'attenzione per godere appieno del nostro orgoglio nazionale Gomorra (Sky Mania 21.00) che con la mente di Garrone e il volto camaleontico di Toni Servillo riesce a renderci consapevoli e partecipi dei loschi meccanismi della malavita di casa nostra, attraverso cinque storie ritratte con stile raffinato e innovativo; una pellicola di importanza capitale per la nostra cinematografia recente. Il lunedì ci aspetta un palinsesto altrettanto ricco di stimoli che inizia e si conclude in compagnia di un Martin Scorsese in due diverse età: per gli anni '80, Toro Scatenato (Sky Cinema Mania, 13.50), la storia del pugile Jake LaMotta e della sua tormentata vicenda che ha valso l'Oscar a un De Niro in una delle sue più alte interpretazioni, fra monologhi ormai divenuti iconici e scene di lotta che hanno trasformato indelebilmente il genere. Più tardo, 2002, il crudo e vertiginoso Gangs of New York (Rete 4, 23.15) dove con sanguinarie lotte territoriali tra americani e irlandesi, Leonardo DiCaprio e il sempre in forma Daniel Day-Lewis ci trascinano con veemenza verso l'atavico concetto della violenza come fonte dei popoli. Fortuna che fra le due pellicole c'è il tempo di svagarsi con Non è mai troppo tardi (Premium Cinema, 21.00), una frizzante commedia dove Jack Nicholson e Morgan Freeman, entrambi malati terminali, fanno divertire con classe e spensieratezza tentando di realizzare tutti i sogni che in vita non hanno avuto il coraggio di realizzare.
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