Regista italiano. Figlio del poeta Attilio e fratello maggiore del regista Giuseppe, fra gli enfant prodige che debuttano giovanissimi nel cinema italiano nella fortunata stagione dell'inizio degli anni '60, è certamente quello che meglio ha mantenuto le promesse, quantomeno in termini di notorietà e riconoscimenti internazionali. Inizialmente sembra voler seguire le orme paterne (scrive poesie dall'età di sei anni e nel 1962 vince il premio Viareggio per l'opera prima con la raccolta In cerca del mistero), ma trasferitosi a Roma per gli studi universitari entra in contatto con intellettuali e artisti del calibro di A. Moravia, E. Morante, P.P. Pasolini, L. Betti e A. Asti (che in seguito sposa) e si avvicina al cinema, prima come aiuto di Pasolini per Accattone (1961), poi realizzando i documentari Morte di un maiale e La teleferica, ambedue del 1961, e infine debuttando nel lungometraggio con La commare secca (1962), storia di un'investigazione con personaggi enigmatici e una pervasiva presenza della morte, tratta da un racconto omonimo di Pasolini, da cui però B. si differenzia iconograficamente e linguisticamente, denotando da subito uno stile dinamico che lo apparenta ai registi del cinema modernista internazionale. Nel 1964 dirige Prima della rivoluzione, opera più matura, molto apprezzata dalla critica, con evidenti tratti di autobiografismo e ambientata a Parma, che narra della maturazione sentimentale e politica di un giovane borghese che, pur essendo razionalmente attratto dalle istanze sociali più progressiste, sente al contempo il richiamo della propria classe sociale nella quale finisce per rinchiudersi per comodità e convenienza. Influenzato dalla cinematografia di Godard e dai tempi di contestazione e rinnovamento politico-sociale, nel 1968, mentre collabora alla sceneggiatura di C'era una volta il West di S. Leone, realizza Partner, opera tipicamente sessantottina liberamente tratta da Il sosia di Dostoevskji. L'anno successivo dirige Agonia, episodio del film collettivo Amore e rabbia, interpretato dal Living Theatre. Criticato per eccesso d'intellettualismo e per gli scarsi risultati al botteghino, nel 1970 abbandona l'attualità politica e con Il conformista e Strategia del ragno realizza i primi due capitoli di quella che viene considerata una sua trilogia sul fascismo. Prodotto dalla Rai, ispirata a un racconto di J.L. Borges e ambientato in un paesino della provincia parmense che, con chiaro e ironico riferimento cinefilo a Via col vento (1939) di V. Fleming, chiama Tara, Strategia del ragno è l'ambivalente investigazione di un giovane su un ipotetico inganno perpetrato dal padre per dare al paese un eroe-simbolo antifascista. Tratto dal romanzo omonimo di Moravia, di cui però B. cambia sia il finale sia la struttura narrativa, Il conformista, considerato il suo primo capolavoro nonché il suo primo successo internazionale (e primo a essere doppiato in lingua inglese), è il racconto di un complotto ai danni di un intellettuale antifascista esule a Parigi, ordito da un suo ex studente, nonché della rovente ma inane passione che egli nutre per la sua affascinante moglie; denso di rimandi alla psicanalisi freudiana e strutturato come un flusso di coscienza con flashback che si innestano nei flashback (grazie al montaggio di F. Arcalli), il film è soprattutto una complessa indagine psicologica sul bisogno di conformismo che aveva travolto molti italiani nel periodo del fascismo e che, nel finale, sembra transitare liberamente dal regime alla neonata democrazia. Ironicamente e metaforicamente, con questi due film, B. uccide i suoi «padri» e mentori artistici: Pasolini nel primo e Godard nel secondo (l'indirizzo fictional dell'esule è infatti quello reale di Godard), per liberarsi da ogni tutela intellettuale. Fortemente indebitato con i concetti base della teoria freudiana sulla sessualità è anche il successivo Ultimo tango a Parigi (1972), storia di una temporanea liberazione delle pulsioni erotiche istintuali fra un uomo maturo (M. Brando) e una giovanissima (M. Schneider), che si conclude in tragedia. Definito «una versione tragica di Un americano a Parigi» e anche «una forma di sogno» in cui l'intera storia si configura come una proiezione edipica della ragazza, per alcune scene di sesso considerate oscene il film suscita un enorme scandalo in tutto il mondo, ma particolarmente in Italia dove, dopo vari processi, viene incredibilmente e incresciosamente condannato al «rogo del negativo» (ma, per fortuna, le cose finiscono «all'italiana»). Al di là dello scandalo, l'enorme successo del film (oggi un cult-movie in tutto il mondo) permette a B. di ottenere i capitali e, nuovamente, un cast internazionale (R. De Niro, G. Depardieu, D. Sanda) per portare a termine la sua trilogia sul fascismo con Novecento Atto I e Atto II (1976), kolossal storico su 45 anni di storia italiana, della durata complessiva di oltre cinque ore, che convince per la bellezza e la seduttività della confezione e per l'ottima prestazione di buona parte del cast, ma meno per il complesso sviluppo narrativo e per il consolatorio finale del «compromesso storico» fra il Padrone (Alfredo/De Niro) e il Contadino (Olmo/Depardieu), legati da un rapporto di amicizia/competizione fin dalla loro nascita, avvenuta nello stesso giorno. Ancor meno favorevoli le accoglienze ai successivi La luna (1979), opera ricca di autocitazioni (e di budget), in cui la crisi adolescenziale che conduce il giovane Joe alla droga è posta in relazione con il complesso edipico e l'assenza del padre; e La tragedia di un uomo ridicolo (1981) che, nonostante la bravura di Tognazzi (premiato a Cannes per la migliore interpretazione), non riesce a esplicitare bene l'ingorgo emotivo del protagonista, stretto fra il ricatto per il figlio rapito e la possibile bancarotta della sua azienda. A B. occorre poi oltre un lustro per mettere a punto la complessa sceneggiatura dell'ambizioso progetto successivo: L'ultimo imperatore (1987), un altro kolossal epico-storico che seguendo la vicenda pubblico-privata di Pu-yi dall'infanzia dorata nella Città proibita all'inetto e dissoluto declino e all'anonima vecchiaia, rappresenta con grande spettacolarità il passaggio della Cina dall'assolutismo medievale alla democrazia popolare. Girato in loco con dispendio di mezzi e vivificato da splendide scenografie, inquadrature suggestive e fluidi movimenti di macchina di grande espressività, il film è un successo mondiale e vince trionfalmente ben nove Oscar (fra cui miglior film, miglior regia, miglior fotografia). Quasi altrettanto seducente nelle immagini e spettacolare nei panorami è Il tè nel deserto (1990): ma seppur fedele all'omonimo romanzo di P. Bowles da cui è tratto e con buoni momenti di tensione, il film sembra perdere la complessità del testo letterario e ridursi al mero racconto del tragico amore di Port e Kit Moresby, in viaggio turistico nelle desolate ma affascinanti lande del Marocco. Anche il racconto cornice che B. costruisce per Piccolo Buddha (1993) fa storcere il naso a non pochi critici, ma la suggestività e la seduttività delle immagini, nella rievocazione del percorso spirituale del principe Siddharta, indubbiamente risarciscono dell'eccesso di didascalismo con cui viene condotta la ricerca del nuovo Dalai Lama. Il forte contrasto fra la bellezza iconografica della confezione e la debolezza del racconto viene rilevato anche per Io ballo da sola (1996), storia privata dell'iniziazione sessuale di una giovane che solo a tratti si apre alla descrizione del particolare microcosmo umano in cui la ragazza si trova inserita durante una vacanza estiva nelle magiche colline toscane. Più piccolo nel budget e, apparentemente, nelle ambizioni, ma senza dubbio più convincente nei risultati espressivi, L'assedio (1998), semplice storia di un pianista che, innamoratosi della sua riservata colf immigrata dall'Africa, riesce a conquistarne la gratitudine (e le grazie), se non l'amore, vendendo tutti i propri averi per salvare il marito di lei, prigioniero politico nel paese d'origine. In continua alternanza fra storie epiche e private, non sempre B. riesce a trovare soggetti atti a sostenere le sue grandi doti fabulative, ma l'eleganza della sua scrittura filmica e la maturità espressiva fanno sì che in ogni sua opera ci sia almeno una scena che rimane negli occhi (e nella mente). Nel 2002 gira a Parigi The Dreamers, personale rivisitazione dei temi legati alla rivolta giovanile del 1968.

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