| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Francia |
| Durata | 102 minuti |
| Regia di | Laura Samani |
| Attori | Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, Magnus Krepper Silvia Gallerano, Maurizio Zacchigna, Paolo Fagiolo. |
| Uscita | giovedì 9 aprile 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,68 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 18 marzo 2026
Settembre 2007, Trieste. Fred, unica ragazza in una classe maschile, rompe gli equilibri tra tre amici storici. Per essere accettata, dovrà fare scelte difficili. Il film è stato premiato a Venezia,
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CONSIGLIATO SÌ
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Anno scolastico 2007-2008. Fredrika, studentessa svedese, si trasferisce a Trieste a seguito del padre, assunto da un'azienda locale con l'incarico di provvedere ad una serie di licenziamenti. Si iscrive ad un ITIS frequentato interamente da maschi, e la sua presenza non può che funzionare da reagente, e forse anche da detonatore. In particolare Fredrika, immediatamente ribattezzata Fred dal "boys club" locale, lega con tre compagni di classe: l'arrogante Pasini, l'irredentista Mitis e l'alternativo Antero, verso cui la ragazza prova immediata attrazione. Le giornate, e le occasionali notti, del trio attraversano una Trieste che allarga i confini ed esplora la sua mutevole identità, si consumano in scherzi, grandi bevute e avventure estemporanee, con la gioia e il turbamento della reciproca scoperta, finché le dinamiche del gruppo maschile cominceranno a risentire del (bellissimo) corpo estraneo che si è incuneato fra loro.
Era da tempo che non si vedeva un'adolescenza, in particolare femminile, raccontata come un'occasione di crescita anche dolorosa ma non dolorista, senza risvolti penali, ma certamente non priva di denunce socioculturali.
Ed era da tempo che una regia non raccontava così bene una provincia non romana attraverso i suoi giovani e i suoi dialetti, rimanendo anche fedele ad uno slang locale irripetibile altrove. Dopo il folgorante esordio con Piccolo corpo la regista e sceneggiatrice Laura Samani porta sul grande schermo (la cui grandezza è necessaria per raccontare questa storia piccola solo nella sua quotidianità) Un anno di scuola, adattamento (cofirmato da Elisa Dondi) del romanzo omonimo di Giani Stuparich, che mostra come dal 1909 agli anni Ottanta non sia cambiato poi molto nelle dinamiche fra maschi e femmine in Italia: anche se per ricreare l'anomalia di un'unica ragazza in una classe di soli maschi oggi è stato necessario farne una straniera proveniente da un Paese in cui la parità di genere è un dato reale. Samani dirige con formidabile maestria un quartetto di interpreti alla prima esperienza sullo schermo, ognuno efficacissimo nell'incarnare non solo un personaggio, ma un momento nella vita di quelle creature ancora duttili che sono gli adolescenti.
Samani sta in mezzo al gruppetto aderendo totalmente alla libertà e fame di vita dei ragazzi, con una naturalezza che fa sembrare per contrasto le serie d'oltreoceano (alla Euphoria, per intenderci) irrimediabilmente artificiose, ricordando piuttosto la semplicità di Mignon è partita, l'irruenza di Forever Young e soprattutto la sensualità fluviale e libera della saga di Mektoub, My Love, anche nel fare a meno di quell'aura di pericolo incombente che colora quasi tutto il racconto contemporaneo della sessualità giovanile (e purtroppo le pagine di cronaca). Anche l'uso delle musiche è sapientemente dosato, non per creare una playlist giovanilista, ma per sostenere emotivamente ogni scena, senza indulgere nell'orecchiabile (o sostituire la mancanza di dialoghi). Fred è una ragazza disinibita ma non per questo "leggera", e Samani ne segue il deambulare per le strade e i locali di Trieste ricordandoci com'è stato innamorarsi per la prima volta, e confrontarsi con la propria identità in costante evoluzione, in una città che ne allarga a dismisura l'eco. La regista ci ricorda che crescere è anche perdere, nel senso di "lasciar perdere, lasciar andare": ma non necessariamente essere poco presente a se stesse. Il lungo piano sequenza finale restituisce a Frederika il suo nome, la sua centralità e il tempo necessario a far penetrare a fondo quella consapevolezza che le servirà a diventare una donna adulta, senza paura ma anche senza eccessiva naivete. Un anno di scuola è un raro esempio di come un film possa essere riuscito secondo i propri intenti, scegliendo la propria misura e il proprio linguaggio, e portando entrambi fino in fondo, con piena consapevolezza e allo stesso tempo con la libertà di lasciarsi andare, come i suoi personaggi, al flusso errabondo della vita.
Come già nel film d'esordio, ci sono ancora una giovane donna e di nuovo un racconto di formazione poco convenzionale, al centro di Un anno di scuola, secondo lungometraggio di Laura Samani, in gara nella sezione Orizzonti della 82a Mostra del Cinema di Venezia. La modalità espressiva appare stavolta meno immaginifica e ancorata a una prossimità spazio-temporale più netta, quando invece in Piccolo [...] Vai alla recensione »