| Titolo originale | Mektoub Is Mektoub |
| Titolo internazionale | Mektoub, My Love: Canto Uno |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 180 minuti |
| Regia di | Abdellatif Kechiche |
| Attori | Shain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard Hafsia Herzi, Delinda Kechiche, Kamel Saadi, Meleinda Elasfour, Estefania Argelish, Hatika Karaoui, Hamid Rahmi, Roméo De Lacour, Karina Kolokolchykova, Mohamed Souda, David Ribeiro, Lydia Bouchali Zemour, Thomas Fessard, Sieme Miladi, Christophe Brodu, Charlotte Jude, Lyse Warin, Lou Jarnot, Tom Nymes, Léa Persia. |
| Uscita | giovedì 24 maggio 2018 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Vision Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,37 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 28 maggio 2018
Un momento di pausa dalla vita si trasforma presto nella grande occasione di riscatto per uno sceneggiatore di Parigi. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Cesar, In Italia al Box Office Mektoub, My Love - Canto Uno ha incassato 54,7 mila euro .
Passaggio in TV
sabato 28 marzo 2026 ore 23,10 su SKYCINEMAROMANCE
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CONSIGLIATO SÌ
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Amin ha lasciato gli studi di medicina per scrivere il suo film. Ma è estate, ci penserà domani. Lasciata Parigi per le spiagge del Mediterraneo, torna a casa e agli amici di sempre. Torna da Ophélie, compagna di giochi che non smette di guardare e fotografare. Ophélie che vuole sposare Clément ma fa l'amore con Toni, tombeur de femme incallito. A due passi dal mare, Amin flirta con Charlotte e Céline, inaugurando un'estate di giochi d'acqua e di promesse appese in cui le azioni restano senza conseguenze.
C'è un volto che ci afferra e che la caméra di Abdellatif Kechiche non smette di scrutare. È quello di Amin. Lo sguardo spiegato, il sorriso luminoso, la sua bocca, le sue labbra, tutto inizia da lui e rimanda immancabilmente a quello di Ophélie, più morbida e abbandonata, più impaziente e febbrile.
Studio vertiginoso della (loro) giovinezza, Mektoub, My Love: Canto Uno è un coup de foudre carnale e poetico su un tempo essenziale della vita: la formazione. E il modo in cui Kechiche lavora sul tempo, sulla durata del tempo, è davvero prodigioso. Tre ore fissate sui volti dei suoi protagonisti di cui non fa che scoprire lo stato dello spirito. La durata permette una precisione dei dettagli che accresce l'empatia per il personaggio. La maniera in cui Amin posa lo sguardo su Ophélie, la maniera in cui Ophélie si sostiene ad Amin, per infilare una scarpa o rivelare una confidenza, sono gesti ordinari che disegnano un'attitudine verso il mondo. Ancora una volta Abdellatif Kechiche scrive la cronaca di un'educazione fuori norma che lega Amin a un'accolita di ragazze e ragazzi, i cui volti esplodono in grossi piani, superfici espressive di nuance infinite.
Grazie allo straordinario rapporto con la durata, che è la cifra stilistica dell'autore, Mektoub, My Love: Canto Uno dispiega la vita, il suo corpo, la sua pelle, le sue emozioni. Il cinema di Kechiche incarna letteralmente l'uomo. Non ha interiorità da esprimere o un intimo da esplicitare, il suo sguardo è tutto quanto di fuori. Come quello nero e limpido di Amin, rivela quello che vede: il mondo, gli altri, gli scambi, le danze, la gioia, la febbre, l'inquietudine, l'amore, il sesso.
Il protagonista osserva la pluralità di espressioni che è possibile adottare nel mondo, una varietà di pose e di comportamenti che si affermano come potere di esistere in quel mondo. E cos'è che determina pose e comportamenti se non la passione amorosa? Perché l'amore si costruisce attorno al corpo e al linguaggio, alle (im)posture e agli stati d'animo.
Amin, Toni, Ophélie, Céline, Charlotte affrontano ciascuno a suo modo il tempo mitico della giovinezza come un bisogno, come un impulso. Sono loro il ritmo del film, il succedersi degli accenti, la pulsazione che contrae e distende, rallenta e precipita, raggiungendo con lo spettatore uno stato di trance. Daccapo il cinema di Abdellatif Kechiche svolge una storia forte di piaceri carnali, che fonda il suo impero dei sensi. Se le gambe delle donne per Truffaut erano compassi che misuravano il mondo, per Abdellatif Kechiche è il loro culo, forma pura e perfetta, che dona a quello stesso mondo equilibrio e armonia. La curvatura di Ophélie è l'architettura che sostiene una dichiarazione d'amore frontale alla vita e al cinema.
Affondato in un realismo magnificato dall'eclatante sensualità del creato, Mektoub, My Love: Canto Uno chiude, come La schivata e La vita di Adele, su un personaggio che si allontana e che (forse) non si volterà più. Amin esce stonato dalla grande centrifuga della rappresentazione, dove tutto si confonde e rovescia. Che cosa ha appreso? Che cosa abbiamo appreso? La risposta è incerta ma l'esperienza folgorante.
Conservo sensazioni contrastanti come lascito della visione del film, al pari dei precedenti incontri con il mondo cinematografico di Abdellatif Kechiche. Da un lato ne ammiro l’estrema vitalità dell’immagine, l’uso fantastico (abbagliante, potremmo dire) della luce, la scrittura molto libera e destrutturata soprattutto nei dialoghi (un vero e proprio turbinio verbale), [...] Vai alla recensione »
Se fosse così facile filmare spontaneamente la vita e i corpi, avremmo mille registi come Abdellatif Kechiche in giro per il mondo. E invece ce ne sono pochissimi. E inimitabili, purtroppo per gli aspiranti cineasti "puri" di oggi. Il motivo è che per raggiungere l'autenticità (che è la vera posta in gioco di Mektoub, My Love: Canto Uno e del cinema della flagranza) ci vuole molto lavoro, molto talento e molte soluzioni tutt'altro che semplici. Kechiche è stato da alcuni accusato di maschilismo, voyeurismo e altre nefandezze che - senza entrare negli accadimenti sul set che hanno altre sedi per essere giudicati (ci riferiamo alle polemiche nate intorno a La vita di Adèle) - non hanno alcuna ragion d'essere.
In Mektoub, My Love: Canto Uno il desiderio della macchina da presa verso le protagoniste è addirittura spudorato, talvolta eccitato al parossismo, eppure del tutto giustificato dal partito preso con cui l'autore franco-tunisino ha deciso di raccontare la sua storia.
È infatti una storia di desiderio maschile, e di ragazze che sono disposte ad accoglierlo. Una storia narrata da un uomo, che dimostra di comprendere profondamente le dinamiche dell'erotismo, ben prima o ben oltre (o ben distante) dalle tesi astratte e precostituite su cui si fonda una correttezza politica forzatamente ignara dei fatti della vita. Mentire su questo aspetto sarebbe delittuoso, sia per Kechiche, sia per chi guarda il film - il quale, tuttavia, pur essendo dedicato al racconto di formazione sessuale e personale di un maschio è destinato a tutti, spettatrici comprese, che si sentiranno altrettanto intuite, comprese e abbracciate dalla macchina da presa tattile del cineasta.
Attesissimo l'ultimo film di Kechiche, che 4 anni dopo la Palma d'oro per La vita di Adele, torna con la prima parte di un progetto ambizioso in tre parti, basato sul testo autobiografico di Francois Begaudeau, autore del libro da cui era tratto La classe. Agosto 1994. Educazione sentimentale di un timido ragazzo di origine tunisina, che torna da Parigi per le vacanze nella città dove vivono i suoi, [...] Vai alla recensione »