Mektoub, My Love - Canto Uno

Film 2017 | Drammatico +13 180 min.

Titolo originaleMektoub Is Mektoub
Anno2017
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia
Durata180 minuti
Al cinema73 sale cinematografiche
Regia diAbdellatif Kechiche
AttoriShain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard Hafsia Herzi, Delinda Kechiche, Kamel Saadi, Meleinda Elasfour, Estefania Argelish.
Uscitagiovedì 24 maggio 2018
TagDa vedere 2017
DistribuzioneVision Distribution
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro 3,56 su 13 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Abdellatif Kechiche. Un film Da vedere 2017 con Shain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard. Cast completo Titolo originale: Mektoub Is Mektoub. Genere Drammatico - Francia, 2017, durata 180 minuti. Uscita cinema giovedì 24 maggio 2018 distribuito da Vision Distribution. Oggi tra i film al cinema in 73 sale cinematografiche Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 3,56 su 13 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Un momento di pausa dalla vita si trasforma presto nella grande occasione di riscatto per uno sceneggiatore di Parigi.

Consigliato sì!
3,56/5
MYMOVIES 4,00
CRITICA 3,11
PUBBLICO N.D.
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Un coup de foudre carnale e poetico su un tempo essenziale della vita: la formazione.
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 7 settembre 2017
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 7 settembre 2017

Amin ha lasciato gli studi di medicina per scrivere il suo film. Ma è estate, ci penserà domani. Lasciata Parigi per le spiagge del Mediterraneo, torna a casa e agli amici di sempre. Torna da Ophélie, compagna di giochi che non smette di guardare e fotografare. Ophélie che vuole sposare Clément ma fa l'amore con Toni, tombeur de femme incallito. A due passi dal mare, Amin flirta con Charlotte e Céline, inaugurando un'estate di giochi d'acqua e di promesse appese in cui le azioni restano senza conseguenze.

C'è un volto che ci afferra e che la caméra di Abdellatif Kechiche non smette di scrutare. È quello di Amin. Lo sguardo spiegato, il sorriso luminoso, la sua bocca, le sue labbra, tutto inizia da lui e rimanda immancabilmente a quello di Ophélie, più morbida e abbandonata, più impaziente e febbrile.

Studio vertiginoso della (loro) giovinezza, Mektoub, My Love: Canto Uno è un coup de foudre carnale e poetico su un tempo essenziale della vita: la formazione. E il modo in cui Kechiche lavora sul tempo, sulla durata del tempo, è davvero prodigioso. Tre ore fissate sui volti dei suoi protagonisti di cui non fa che scoprire lo stato dello spirito. La durata permette una precisione dei dettagli che accresce l'empatia per il personaggio. La maniera in cui Amin posa lo sguardo su Ophélie, la maniera in cui Ophélie si sostiene ad Amin, per infilare una scarpa o rivelare una confidenza, sono gesti ordinari che disegnano un'attitudine verso il mondo. Ancora una volta Abdellatif Kechiche scrive la cronaca di un'educazione fuori norma che lega Amin a un'accolita di ragazze e ragazzi, i cui volti esplodono in grossi piani, superfici espressive di nuance infinite.

Grazie allo straordinario rapporto con la durata, che è la cifra stilistica dell'autore, Mektoub, My Love: Canto Uno dispiega la vita, il suo corpo, la sua pelle, le sue emozioni. Il cinema di Kechiche incarna letteralmente l'uomo. Non ha interiorità da esprimere o un intimo da esplicitare, il suo sguardo è tutto quanto di fuori. Come quello nero e limpido di Amin, rivela quello che vede: il mondo, gli altri, gli scambi, le danze, la gioia, la febbre, l'inquietudine, l'amore, il sesso.

Il protagonista osserva la pluralità di espressioni che è possibile adottare nel mondo, una varietà di pose e di comportamenti che si affermano come potere di esistere in quel mondo. E cos'è che determina pose e comportamenti se non la passione amorosa? Perché l'amore si costruisce attorno al corpo e al linguaggio, alle (im)posture e agli stati d'animo.

Amin, Toni, Ophélie, Céline, Charlotte affrontano ciascuno a suo modo il tempo mitico della giovinezza come un bisogno, come un impulso. Sono loro il ritmo del film, il succedersi degli accenti, la pulsazione che contrae e distende, rallenta e precipita, raggiungendo con lo spettatore uno stato di trance. Daccapo il cinema di Abdellatif Kechiche svolge una storia forte di piaceri carnali, che fonda il suo impero dei sensi. Se le gambe delle donne per Truffaut erano compassi che misuravano il mondo, per Abdellatif Kechiche è il loro culo, forma pura e perfetta, che dona a quello stesso mondo equilibrio e armonia. La curvatura di Ophélie è l'architettura che sostiene una dichiarazione d'amore frontale alla vita e al cinema.

Affondato in un realismo magnificato dall'eclatante sensualità del creato, Mektoub, My Love: Canto Uno chiude, come La schivata e La vita di Adele, su un personaggio che si allontana e che (forse) non si volterà più. Amin esce stonato dalla grande centrifuga della rappresentazione, dove tutto si confonde e rovescia. Che cosa ha appreso? Che cosa abbiamo appreso? La risposta è incerta ma l'esperienza folgorante.

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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
sabato 9 settembre 2017
Vincenzo

Recensione di Marzia Gandolfi giovedì 7 settembre 2017  Amin ha lasciato gli studi di medicina per scrivere il suo film. Ma è estate, ci penserà domani. Lasciata Parigi per le spiagge del Mediterraneo, torna a casa e agli amici di sempre. Torna da Ophélie, compagna di giochi che non smette di guardare e fotografare.

giovedì 7 settembre 2017
Peer Gynt

 Il regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche si rivela sempre di più come un Rohmer di nuova generazione. Innamorato (e si vede) del corpo femminile, sul quale fa scorrere per quasi tutte le 3 ore del film la sua macchina da presa, ama molto anche i suoi personaggi, che disegna a tutto tondo grazie ad un dialogo incessante che ne costituisce, a tutti gli effetti, il loro 3-D.

giovedì 7 settembre 2017
ROBERT EROICA

#Venezia74. MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO. L'ambizione di Kechiche e' altissima : filmare l'intangibile della guovinezza. Non il sentimento, la bellezza, l'amore. Vorrebbe mostrare la cosa piu' intangibile: il desiderio. Corpi desideranti, corpi che si agitano, che hanno il bisogno di sperimentare la loro fisicita'. E per un' ora il film riesce, con una sequenza di ballo al ristorante altamente seduttiva. [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
domenica 27 maggio 2018
Roy Menarini

Se fosse così facile filmare spontaneamente la vita e i corpi, avremmo mille registi come Abdellatif Kechiche in giro per il mondo. E invece ce ne sono pochissimi. E inimitabili, purtroppo per gli aspiranti cineasti "puri" di oggi. Il motivo è che per raggiungere l'autenticità (che è la vera posta in gioco di Mektoub, My Love: Canto Uno e del cinema della flagranza) ci vuole molto lavoro, molto talento e molte soluzioni tutt'altro che semplici. Kechiche è stato da alcuni accusato di maschilismo, voyeurismo e altre nefandezze che - senza entrare negli accadimenti sul set che hanno altre sedi per essere giudicati (ci riferiamo alle polemiche nate intorno a La vita di Adèle) - non hanno alcuna ragion d'essere.

In Mektoub, My Love: Canto Uno il desiderio della macchina da presa verso le protagoniste è addirittura spudorato, talvolta eccitato al parossismo, eppure del tutto giustificato dal partito preso con cui l'autore franco-tunisino ha deciso di raccontare la sua storia.

È infatti una storia di desiderio maschile, e di ragazze che sono disposte ad accoglierlo. Una storia narrata da un uomo, che dimostra di comprendere profondamente le dinamiche dell'erotismo, ben prima o ben oltre (o ben distante) dalle tesi astratte e precostituite su cui si fonda una correttezza politica frozatamente ignara dei fatti della vita. Mentire su questo aspetto sarebbe delittuoso, sia per Kechiche, sia per chi guarda il film - il quale, tuttavia, pur essendo dedicato al racconto di formazione sessuale e personale di un maschio è destinato a tutti, spettatrici comprese, che si sentiranno altrettanto intuite, comprese e abbracciate dalla macchina da presa tattile del cineasta.

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
venerdì 8 settembre 2017
Emiliano Morreale
La Repubblica

Attesissimo l'ultimo film di Kechiche, che 4 anni dopo la Palma d'oro per La vita di Adele, torna con la prima parte di un progetto ambizioso in tre parti, basato sul testo autobiografico di Francois Begaudeau, autore del libro da cui era tratto La classe. Agosto 1994. Educazione sentimentale di un timido ragazzo di origine tunisina, che torna da Parigi per le vacanze nella città dove vivono i suoi, [...] Vai alla recensione »

venerdì 25 maggio 2018
Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Abdellatif Kechiche non è Hitchcock. Innanzitutto, non crede che la durata di un film debba essere commisurata alla capacità di resistenza della vescica, giacché anche quest'ultima prova - dura quasi tre ore (175 minuti) - è dichiaratamente sfidante. Poi, non reputa che il cinema sia la vita liberata dai momenti di noia, ma più ambiziosamente che il cinema sia la vita liberata dai momenti di cinema. [...] Vai alla recensione »

venerdì 8 settembre 2017
Cristina Piccino
Il Manifesto

Filmare ad altezza di natiche (femminili), è un punto di vista come un altro, si dice che sia un «fantasma» maschile, il culo, di certo- senza generalizzare-è un'ossessione per Abdellatif Kechiche. E se Truffaut diceva che il mondo si misura con le gambe delle donne, Kechiche lo riconduce a quella forma tonda sia quando racconta il corpo femminile umiliato dalle fantasie esotiche occidentali (Venere [...] Vai alla recensione »

giovedì 24 maggio 2018
Alessandra Levantesi
La Stampa

Nel passaggio dalla pagina allo schermo il romanzo La ferita, quella vera (Einaudi) di François Bégaudeau ha subito sostanziali trasformazioni. Spostando la cornice dall'Atlantico al Mediterraneo e mettendo in scena un familiare ambiente di magrebini integrati, il franco tunisino Abdellatif Kechiche non solo ha riscritto la storia sul filo dell'autobiografia, ma ne ha rallentato i ritmi narrativi lungo [...] Vai alla recensione »

giovedì 24 maggio 2018
Silvio Danese
Quotidiano Nazionale

Questo è il "Canto Uno", primo capitolo di una fluviale (3 ore) indagine comportamentale sul lessico giovanile in assetto carnale, tanto siamo vicini, assediati, tarantolati dalla vitalità di un cast fresco e affiatatissimo (dal romanzo "La ferita quella vera" di F. Bégaudeau, Einaudi). Lieve, semplice intreccio di ferie d'agosto per Amin, aspirante sceneggiatore parigino che ritrova famiglia, amici [...] Vai alla recensione »

giovedì 24 maggio 2018
Cristina Piccino
Il Manifesto

Filmare ad altezza di natiche (femminili) è un punto di vista come un altro, si dice che sia un «fantasma» maschile, il culo, di certo - senza generalizzare - è un'ossessione per Abdellatif Kechiche. E se Truffaut diceva che il mondo si misura con le gambe delle donne, Kechiche lo riconduce a quella forma tonda sia nelle umiliazioni dell'esotismo occidentale (Venere nera) che nella chiappa schiaffeggiata [...] Vai alla recensione »

giovedì 24 maggio 2018
Emiliano Morreale
La Repubblica

Ignorato dalla giuria della Mostra di Venezia a settembre, il film di Kechiche era però uno dei titoli più ambiziosi, e ha fatto molto discutere. Primo capitolo di un'ideale trilogia tratta dal romanzo autobiografico di Frarmis Bégaudeau (quello di La classe), racconta un'estate della giovinezza di Amin, francese di origini tunisine, nella sua cittadina balneare sul Mediterraneo; e si sospetta che [...] Vai alla recensione »

venerdì 8 settembre 2017
Alessandra Levantesi
La Stampa

L'estate degli amori brucianti e delle delusioni cocenti, luogo d'elezione per eccellenza del romanzo di formazione: quale La blessure, la vraie di Francois Begaudeau, cui il franco tunisino Abdellatif Kechiche si è ispirato per Mektoub, My Love: Canto uno, spostando sul filo dell'autobiografia l'ambientazione dall'Atlantico al suo Mediterraneo. Nel film lungo 186 minuti e accolto fra fischi e applausi, [...] Vai alla recensione »

giovedì 24 maggio 2018
Massimo Bertarelli
Il Giornale

Riecco, cinque anni dopo il barbosissimo La vita di Adele (Palma d'oro a Cannes 2013), il bidonista da festival Abdellatif Kekiche. Un'altra pizza sentimentale, anche questa di tre insopportabili ore, con la differenza che dall'amore lesbico si passa a quello tradizionale. La noia è identica, con coppie che si fanno e si disfano sulla spiaggia e nei bistrot.

NEWS
VIDEO RECENSIONE
venerdì 20 aprile 2018
 

Amin ha lasciato gli studi di medicina per scrivere il suo film. Lasciata Parigi per le spiagge del Mediterraneo, torna agli amici di sempre, inaugurando un'estate di giochi d'acqua e promesse appese in cui le azioni restano senza conseguenze.

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