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Mektoub My Love - Canto Uno, vederlo a vent'anni dev'essere fantastico

Il successo del film di Kechiche risiede nella sua autenticità. Un risultato che si raggiunge con molto lavoro, molto talento e molte soluzioni tutt'altro che semplici. Al cinema.
di Roy Menarini

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Salim Kechiouche (39 anni) 2 aprile 1979, Lione (Francia) - Ariete. Interpreta Tony nel film di Abdellatif Kechiche Mektoub, My Love - Canto Uno.
domenica 27 maggio 2018 - Focus

Se fosse così facile filmare spontaneamente la vita e i corpi, avremmo mille registi come Abdellatif Kechiche in giro per il mondo. E invece ce ne sono pochissimi. E inimitabili, purtroppo per gli aspiranti cineasti "puri" di oggi. Il motivo è che per raggiungere l'autenticità (che è la vera posta in gioco di Mektoub, My Love: Canto Uno e del cinema della flagranza) ci vuole molto lavoro, molto talento e molte soluzioni tutt'altro che semplici. Kechiche è stato da alcuni accusato di maschilismo, voyeurismo e altre nefandezze che - senza entrare negli accadimenti sul set che hanno altre sedi per essere giudicati (ci riferiamo alle polemiche nate intorno a La vita di Adèle) - non hanno alcuna ragion d'essere.

In Mektoub, My Love: Canto Uno il desiderio della macchina da presa verso le protagoniste è addirittura spudorato, talvolta eccitato al parossismo, eppure del tutto giustificato dal partito preso con cui l'autore franco-tunisino ha deciso di raccontare la sua storia.
Roy Menarini

È infatti una storia di desiderio maschile, e di ragazze che sono disposte ad accoglierlo. Una storia narrata da un uomo, che dimostra di comprendere profondamente le dinamiche dell'erotismo, ben prima o ben oltre (o ben distante) dalle tesi astratte e precostituite su cui si fonda una correttezza politica forzatamente ignara dei fatti della vita. Mentire su questo aspetto sarebbe delittuoso, sia per Kechiche, sia per chi guarda il film - il quale, tuttavia, pur essendo dedicato al racconto di formazione sessuale e personale di un maschio è destinato a tutti, spettatrici comprese, che si sentiranno altrettanto intuite, comprese e abbracciate dalla macchina da presa tattile del cineasta.


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In foto una scena del film Mektoub, My Love: Canto Uno.
In foto una scena del film Mektoub, My Love: Canto Uno.
In foto una scena del film Mektoub, My Love: Canto Uno.

Anche perché Mektoub, My Love: Canto Uno dice la verità su tante altre esperienze: la promessa, mista a timore, di una ragazza che decide di fidarsi dell'uomo che la sta invitando ad allontanarsi con lei da una festa; lo sguardo di un ragazzo che si vede sottratta la compagna di una sera da un amico più intraprendente di lui; i tentativi di mandare un messaggio al proprio amore non corrisposto senza mai trovare il coraggio di spiegarsi apertamente; l'estate come spazio dedicato alla seduzione stessa, dove da giovani ci si mette meno di mezzora per conoscersi e meno di una serata per cominciare a baciarsi; la vacanza come momento dedicato all'esperienza, e perché no all'erotismo, perché non c'è nulla di più vitale e meno punibile di un ventenne o una ventenne che cercano di rimorchiare e fare l'amore; la bolgia di sensazioni, euforie, ubriacature, scazzi, invidie, desideri, speranze, palpitazioni, sciocchezze e attrazioni che si scatena a volte nella vita per pochi giorni, in una intensificazione di esperienze tale da farci immediatamente capire che quello sarà un periodo che ci ricorderemo a lungo (o che forse no, passerà come una folata, come tanti altri momenti se si è così fortunati da averli).

Già, ma come si arriva a scovare tanta autenticità? Kechiche fa l'esatto contrario di quanto si crede, ovvero non sottrae (se non apparentemente) narrazione in cambio del libero fluire dei suoni, dei volti, delle parole, dei corpi.
Roy Menarini

Il suo progetto è anzi estremamente controllato: sequenze lunghe (anelli di circa 15-20 minuti), attentissima gestione dei punti di vista e dei punti di ripresa, in modo da attribuire quasi sempre il tipo di sguardo a qualche personaggio (principalmente sguardi maschili che percorrono corpi femminili); costruzione di dialoghi a due, volutamente estesi e sottili, o di scambi verbali polifonici, dove decine di personaggi si accalcano a prendere la parola e esprimono collettivamente, enfatizzandola, la loro personalità.

Kechiche lavora infine anche su un principio di assenza, pur in un film così pieno di vitalismo sfrenato. Mancano i media. Mektoub, My Love: Canto Uno è ambientato nel 1994: i protagonisti non hanno smartphone su cui chinarsi durante le feste, non hanno chat attraverso cui comunicare mentre non si vedono, ma nemmeno non ci sono televisori accesi o altre forme di collegamento che non sia squisitamente fisico. E non c'è nemmeno il medium artistico, musicale, letterario (fatta salva una citazione cinematografica) che fa da cornice all'altra estate erotica di questa stagione, quella degli anni Ottanta di Chiamami col tuo nome (guarda la video recensione). La scelta di Kechiche non ha nulla di moralista, tanto è vero che nessuno se ne accorge, presi come siamo a riconoscerci e a concederci un'esperienza, perché di questo si parla quando vediamo Mektoub, My Love: Canto Uno. Vedere questo film a vent'anni dev'essere fantastico.


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