| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 174 minuti |
| Al cinema | 10 sale cinematografiche |
| Regia di | Sang-il Lee |
| Attori | Ryô Yoshizawa, Ryûsei Yokohama, Mitsuki Takahata, Shinobu Terajima, Nana Mori Keitatsu Koshiyama, Soya Kurokawa, Ai Mikami, Takahiro Miura, Emma Miyazawa Lafleur, Masatoshi Nagase, Kyusaku Shimada, Min Tanaka, Ken Watanabe. |
| Uscita | giovedì 30 aprile 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Tucker Film |
| MYmonetro | 3,69 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 29 aprile 2026
Nel boom economico del Giappone del dopoguerra, Kikuo Tachibana, nato da una famiglia yakuza, viene adottato da un attore kabuki e, nonostante le difficoltà, diventa un artista di talento. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Kokuho - Il maestro di Kabuki è 23° in classifica al Box Office. lunedì 11 maggio ha incassato € 1.822,00 e registrato 5.845 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nagasaki, anni '60. Kikuo, dal viso efebico, recita come onnagata (attore maschile in un ruolo femminile) in una rappresentazione kabuki di fronte al grande attore Hanjiro, quando il padre - uno yakuza - viene trucidato davanti ai suoi occhi. Hanjiro sceglie di prendere Kikuo sotto la sua protezione e di avvicinarlo al figlio Shunsuke, anche lui aspirante attore.
Negli ultimi vent'anni Lee Sang-il ha costruito una filmografia coerente, nella sua apparente biforcazione.
Da un lato l'adattamento letterario - spesso tratto dall'opera di Shuichi Yoshida, come in Villain e Rage - dall'altro un'attenzione costante verso figure marginali, identità instabili, esistenze sospese tra integrazione e rifiuto, come accadeva nel doloroso The Wandering Moon. Con Kokuho (letteralmente significa "tesoro nazionale"), il regista porta queste tensioni in un territorio particolarmente insidioso: quello del kabuki, forma teatrale stratificata, carica di codici e rituali, troppo spesso ridotta a mera icona estetica.
Il film segue, lungo un arco temporale che attraversa oltre mezzo secolo, l'ascesa di Kikuo Tachibana, figlio di uno yakuza adottato da un grande attore, e il suo rapporto speculare con Shunsuke, erede biologico del maestro. Una traiettoria biografica che potrebbe prestarsi a un racconto lineare di formazione e rivalità, ma che Lee piega a una costruzione più frammentata, fatta di blocchi, di quadri successivi, di ellissi. Il tempo non scorre in modo uniforme: affiora nei dettagli, nei cambiamenti quasi impercettibili della luce nei camerini, nel trucco che si stratifica sui volti, nei corpi che mutano postura e peso.
È proprio il corpo il vero campo di battaglia del film. Le sequenze sul palcoscenico evitano qualsiasi deriva folkloristica o turistica: la macchina da presa si avvicina agli attori fino a restituirne la fatica, la tensione muscolare, il sudore che incrina la perfezione del maquillage. L'immagine oscilla continuamente tra astrazione e materia, tra figura ideale e carne vulnerabile, come se fossimo immersi nella quotidianità del gesto performativo.
Il kabuki diventa così molto più di uno sfondo: è un dispositivo che definisce e al tempo stesso imprigiona. Il nome ereditato, i ruoli tramandati, il titolo stesso di "tesoro nazionale" agiscono come forme di cristallizzazione identitaria. L'individuo è chiamato a incarnare una tradizione che è insieme patrimonio e costruzione, maschera e destino. In questo gioco di riflessi, il rapporto tra Kikuo e Shunsuke si sottrae alle dinamiche più prevedibili del melodramma competitivo: non è tanto uno scontro frontale quanto una variazione sul doppio, costruita su minime differenze di gesto, ritmo, presenza scenica. Due interpretazioni parallele che lo spettatore è chiamato a confrontare, quasi a montare mentalmente.
Anche l'elemento yakuza, potenzialmente incline al cliché, viene assorbito in modo organico nel discorso sul sacrificio e sulla disciplina. La violenza resta perlopiù fuori campo, trasfigurata nella rigidità dei corpi e nella dedizione assoluta alla scena. Un processo di ibridazione che richiama quanto Lee aveva già fatto con il remake de Gli spietati, rileggendo codici di genere attraverso una sensibilità locale.
Il risultato è un film che rifiuta ogni semplificazione. Kokuho non tenta di "spiegare" il kabuki né di renderlo accessibile a tutti i costi: ne preserva l'opacità, la complessità, persino una certa distanza. È una scelta rischiosa ma coerente, che si traduce in un atto di fiducia nei confronti dello spettatore. Al tempo stesso, il film non si chiude in una dimensione autoreferenziale: utilizza il teatro come lente per interrogare il presente, la pressione sociale, il peso dello sguardo altrui.
Più che un racconto sul mondo del kabuki, Kokuho è una riflessione sul vedere e sull'essere visti, sulla costruzione dell'identità come performance continua. E, soprattutto, sul prezzo da pagare per trasformarsi in immagine, per diventare - e restare - un'icona.
Sono pochi i film ambientati nel mondo del teatro kabuki. Il che è comprensibile, vista l'enorme difficoltà di rappresentarlo in modo realistico. In passato chi è riuscito a farlo ha sempre usato veri attori di kabuki nei ruoli principali. Adattando il romanzo in due parti di Shuichi Yoshida in un'opera ambiziosa e visivamente sontuosa, il regista Lee Sang-il ha deciso invece di usare due giovani attori che non provengono dal mondo del kabuki e, anche grazie alla consulenza della star Nakamura Ganjiro IV, supera l'esame dell'autenticità, almeno agli occhi di chi non è esperto. Ambientato nell'arco di cinquant'anni, il film comincia nel 1964 quando Kikuo (Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza brutalmente ucciso sotto i suoi occhi, viene accolto come apprendista da un grande Hanjiro Hanai (Ken Watanabe), capo di una rinomata compagnia di Osaka, colpito dal suo talento come onnagata, cioè l'attore che nel kabuki interpreta i ruoli femminili. Anche il figlio di Hanjiro Shunsuke (Ryusei Yokohama) si sta addestrando come onnagata ma, pur non mancando di talento, non ha gli stessi numeri di Kikuo. L'amicizia e la rivalità tra i due mandano avanti una storia che a tratti può risultare perfino violenta e che non mostra cali di ritmo, nonostante le tre ore di durata. I due attori protagonisti si sono allenati a lungo e risultano convincenti nelle rappresentazioni del kabuki ma molto credibili anche nelle parti drammatiche del film.
Da Internazionale, 1 maggio 2026
Bello, visto in lingua originale, un curioso viaggio nel teatro tradizionale giapponese. La recitazione è ammaliante, e fa venir voglia di approfondirne la conoscenza. Ma questa è stata, per me, solo la superficie. Sotto una storia di tensioni e sentimenti forti, della fuga da un destino familiare (la mafia giapponese) per approdare, quasi in un paradosso, in un altro [...] Vai alla recensione »
L'avvertimento è lapidario: "La tua bellezza potrebbe consumarti". A farlo è Mangiku, un "tesoro nazionale vivente" in quanto venerato onnagata - l'attore che interpreta ruoli femminili nel kabuki - colpito dal volto di Kikuo, astro nascente dell'arte teatrale più rappresentativa del Giappone. La bellezza ha a che fare con la morte, come sa bene lo stesso Kikuo, che poco più che adolescente ha assistito [...] Vai alla recensione »