Un regista capace di trasformare ogni storia in un piccolo terremoto interiore. Dal 30 aprile al cinema arriva il suo nuovo film Kokuho - Il maestro di kabuki.
di Fabio Secchi Frau
Nel panorama del cinema giapponese contemporaneo, Sang il Lee è una di quelle voci che non alza mai i toni, eppure col silenzio si impone.
Non cerca il clamore, non rincorre il successo annunciato, ma filma con una tale precisione emotiva da trasformare ogni storia in un piccolo terremoto interiore.
È un autore che lavora sui valori, sulle crepe, sulle fragilità: un regista che non teme di mettere i sentimenti al centro, come se fossero loro, e non i personaggi, i veri protagonisti.
Fin dal suo esordio, Lee ha mostrato una sensibilità rara: quella di chi osserva senza giudicare, di chi ascolta prima di raccontare. La condizione dei coreani in Giappone, la solitudine urbana, la disgregazione familiare, temi che altri avrebbero trattato con toni cupi o didascalici, sono stati da lui affrontati con un'empatia semi distaccata, lasciando che siano i gesti minimi, le esitazioni, gli sguardi a parlare.
Con i titoli della sua filmografia ha costruito un mosaico di vite spezzate che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi, opere che fin da subito lo hanno messo in luce per la sua capacità ensemble complessi con una naturalezza sorprendente.
Dal 30 aprile arriva in sala Kokuho - Il maestro di kabuki, un'epopea narrativa di cinquant'anni, con una messa in scena sontuosa, che è diventata un vero fenomeno cinematografico in Giappone.