| Anno | 1991 |
| Genere | Musicale, |
| Produzione | USA |
| Durata | 140 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Oliver Stone |
| Attori | Val Kilmer, Michael Wincott, Michael Madsen, Dennis Burkley, Josh Evans Billy Idol, Meg Ryan, Kyle MacLachlan, Kathleen Quinlan, Frank Whaley, Crispin Glover, Kevin Dillon, Gretchen Becker, Sean Stone, Costas Mandylor, Mimi Rogers, Jack McGee. |
| Uscita | lunedì 13 luglio 2026 |
| Tag | Da vedere 1991 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,40 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 16 luglio 2026
1965: Jim Morrison, poeta ribelle, incontra Manzarek e fonda i Doors, tra psichedelia, provocazione e musica destinata a conquistare Sunset Strip. The Doors è 131° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 86,00 e registrato 10.394 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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1965: all'Università della California, l'insegnante di cinema (Oliver Stone, in un cameo) proietta in aula il film sperimentale in bianco e nero di Jim Morrison (Val Kilmer). È una prova grezza, audace, che molti fischiano, mentre un altro studente, Ray Manzarek (Kyle MacLachlan), lo incoraggia e capisce che Jim è prima di tutto un poeta, si nutre di Rimbaud, Ginsberg e Mailer, scrive di continuo e sa anche cantare (e poi, anche così non fosse, Bob Dylan non è certo popolare per l'intonazione pura). Nascono così i The Doors, nome ispirato alle "porte della percezione" psichedeliche che Aldous Huxley in realtà aveva mutuato da "Il matrimonio del cielo e dell'inferno" di William Blake. Il flower power è alle porte, Morrison incanta con allitterazioni e movenze seducenti, cerca vie laterali, sia nel canto che nella performance, vira verso l'erotismo e l'indicibile, l'osceno, l'orgiastico. Grazie alla chimica con Manzarek alle tastiere e basso Rhodes, John Densmore (Kevin Dillon) alla batteria, e Robby Krieger (Frank Whaley) alla chitarra, la band trova subito qualche pezzo vincente, come Light My Fire, ed è questo che conquista all'istante gli avventori dei locali di Sunset Strip e più di un discografico.
A dispetto del titolo, Stone punta la sua macchina da presa quasi solo sul frontman per dirci che mentre per Manzarek, Densmore e Krieger quel successo è un regalo inaspettato, un sogno di lavoro che porterà loro soldi e visibilità, per Morrison la musica è un modo per cambiare il mondo, sfondare le apparenze, rovesciare l'ordine dello stile di vita americano, Break On Trough to the Other Side.
Tenendo bene ogni porta aperta a qualsiasi sostanza che porti dall'altra parte, che siano acidi, alcol, pratiche spirituali. Figlio di militare, educazione nomade, genitori di cui nega l'esistenza in vita, Morrison si porta dentro fin da piccolo una sinistra prossimità alla morte: il trauma dell'incidente a cui nel prologo del 1949 in New Mexico lo vediamo assistere bambino (interpretato da Sean Stone, figlio del regista) lo convince, attraverso le sostanze, di avere sempre al suo fianco lo sciamano che ha visto mentre perdeva coscienza sul ciglio della strada. Immagini roventi, da western tragico, che Stone forgia sulla liquida, fantasmatica Riders On the Storm.
Il meccanismo al lavoro in The Doors, che più che completa biografia musicale è un musical in linea cronologica, è esattamente questa partitura fluida e organica tra suono e immagine. Un metodo che lo consacra ad archetipo del genere: suggerire uno spirito, non limitarsi a ripetere pedissequamente atti pubblici e fatti privati, ma consentirsi delle libertà, e contemporaneamente saper esaltare i fan con la forza di quel binomio. Qui, come altrove, Stone costruisce la struttura narrativa su un mucchio di brani noti, alternando performance live a scene in cui la musica entra, correndo, alle spalle dell'azione: si inizia (più o meno) con Love Street che ci introduce alla conoscenza di Pamela "Pam" Courson (Meg Ryan, a due anni da Harry, ti presento Sally), ispiratrice e compagna di esperienze psicotrope. Quindi si attraversa l'avventura dei The Doors passando per i primi live, il peyote, le controculture, lo strappo con la tv, l'incontro con Warhol e Nico, conferenze stampa teatrali ("credo in un prolungato sconvolgimento dei sensi per raggiungere l'ignoto") e così via. Fino a L.A. Woman, con la band esaltata in sala prove, dove in un angolo Morrison, seduto su un water, fatica a inciderla. Tra vertiginose ellissi, i ventisei pezzi, musicali e recitati, più pochi altri coevi, corrono insomma a ritmo sostenuto lungo il breve arco esistenziale del "Re Lucertola", morto a Parigi a ventisette anni. L'edizione The Final Cut di The Doors, che torna nelle sale nel 2026, è la versione in 4K presentata nel 2019 a Cannes nella sezione Classics, restaurata dal laboratorio Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna e con suono in Dolby Atmos. Il restauro non ha alterato l'originale, semmai reso più brillanti i colori, più definita l'immagine; l'Atmos ha trasformato l'ascolto in un'esperienza estremamente più avvolgente. Rispetto all'originale del 1991 il regista ha tagliato una scena nel prefinale: quella con Jim e Pam sul cornicione dello Chateau Marmont di Los Angeles, e Tom Baker (Michael Madsen), amico di Morrison e attore della Warhol's Factory già vista prima, che lo riprende mentre lui gioca con la morte. Rivisto a 35 anni dalla sua distribuzione in Italia (settembre 1991), The Doors induce inevitabilmente a fare alcune considerazioni. Uscito tra Nato il 4 luglio e JFK, fa parte di una fase felice della corposa filmografia di Stone, dopo i tre Oscar (uno per la sceneggiatura di Fuga di mezzanotte, gli altri come miglior regista per Platoon e Nato il 4 luglio) e rappresenta un momento in cui nel cinema statunitense alcuni registi avevano un'autonomia decisionale e molta meno sudditanza di oggi nel genere, rispetto ad artisti, eredi e produzioni discografiche. Non solo Stone potè riscrivere una sceneggiatura con Randall Jahnson senza dipendere da una biografia già opzionata da altri. Ma ottenne anche la collaborazione dei superstiti della band, si avvalse del loro training sul set (John Densmore è il tecnico che registra Morrison da solo nelle riprese di cornice, Krieger fece da guitar coach a Whaley) e poi sostanzialmente consegnò un film che li diminuiva o escludeva per la maggior parte del tempo e li scontentava (Manzarek criticò l'amico ripreso sempre con una bottiglia a portata di mano). Ma anche se la mano di Stone non è mai stata leggera, quindi anche qui l'eccesso e la provocazione pervadono ogni scena, The Doors - The Final Cut si conferma una lezione in regia, per l'uso - moderato e motivato - di carrelli, louma, gru (coronato dalla mdp che si insinua tra le tombe di Père-Lachaise) e di montaggio - di David Brenner e John Hutchings, con finalizzazione di Pietro Scalia - inteso non come clava per frastornare lo spettatore, ma come strumento formidabile di sintesi: come la sequenza dell'arrivo della Summer of Love, o la rimessa in scena del concerto di San Francisco del '68, tra centinaia, anche migliaia, di comparse "analogiche" da organizzare e filmare con Technocrane. Folgorato dall'energia di Morrison dai tempi della leva in Vietnam, Stone investì anni di negoziazione con la famiglia e i membri del gruppo per realizzare il film, acquisì i master originali degli album e incontrò la collaborazione del produttore Paul Rothchild (Michael Wincott). Inoltre, dopo aver valutato Tom Cruise, trovò in Val Kilmer la chiave e la calamita del film: nelle sequenze di esecuzione sul palco la voce è la sua, mentre quando i brani partono in background è quella di Morrison. La sua performance tiene insieme tutto: postura messianica, corpo nato per lo stage diving, torso nudo da copertina, broncio sperduto davanti all'unica donna che lo smaschera, Patricia Kenealy (Kathleen Quinlan, la vera Patricia appare nel ruolo della strega nel rito di sangue), il gonfiore bolso del barbuto depresso che declama versi su una versione elettronica dell'Adagio di Albinoni (The Severed Garden). Una festa, sia per gli estimatori della band che per chiunque non la conoscesse ancora. Se sui titoli di coda del film del 1991 appariva una dedica a Rocco Viglietta, dirigente della Carolco, che lo coprodusse, oggi questo final cut è il modo migliore per onorare la grandezza di Kilmer, scomparso nel 2025.
È sempre difficile fare la biografia cinematografica di un artista, tra l'altro contemporaneo, ed elevarlo a santone come ha fatto Oliver Stone. Lui dice di aver sempre adorato Jim Morrison dei Doors, ma il risultato lo rappresenta come un povero pazzo che credeva di essere un nuovo Messia e che vede sfruttata la sua ingenuità per scopi commerciali. Morrison era ossessionato dall'arte in generale, amava il cinema europeo di Godard e di Antonioni, la poesia di Baudelaire e Rimbaud. Non meritava, pur nelle buone intenzioni del regista, un caleidoscopio virtuosistico ma pieno di maniera, dove personaggi come Nico dei Velvet Underground e Andy Warhol vengono rappresentati come macchiette. Rimane la grande musica dei Doors. Buon successo di pubblico.
Sono veramente mortificato nel dover dare un voto così basso alla biografia di una delle persone che trovo più carismatiche della storia. La storia dei Doors (ma soprattutto di Jim Morrison) non appassiona come dovrebbe. Complice, forse, l'utilizzo un po' "ubriaco" delle telecamere in continuo movimento ma forse è proprio ciò che caratterizza il film [...] Vai alla recensione »