| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 121 minuti |
| Regia di | Margherita Ferri |
| Attori | Samuele Carrino, Claudia Pandolfi, Andrea Arru, Sara Ciocca, Corrado Fortuna Barbara Bovoli, Maurizio Jiritano. |
| Uscita | giovedì 7 novembre 2024 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Eagle Pictures |
| MYmonetro | 3,01 su 13 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 5 novembre 2024
Ispirato alla storia vera del quindicenne Andrea Spezzacatena, che il 20 novembre del 2012 si tolse la vita dopo aver subito numerosi atti di bullismo da parte dei compagni di scuola. Ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, Il film ha ottenuto 2 candidature a David di Donatello, In Italia al Box Office Il ragazzo dai pantaloni rosa ha incassato 10,1 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Andrea Spezzacatena è un ragazzino studioso e disciplinato più attento a "fare felici gli altri" che se stesso. Ama i suoi genitori e il fratellino Daniele, adora passare le estati in Calabria dove sente di poter essere completamente se stesso. A scuola invece non è altrettanto facile: da un lato c'è l'amica Sara con cui Andrea trascorre ore serene, dall'altro Christian, "tanto bello quanto stronzo" come lo descrive Sara, il compagno di scuola che Andrea vorrebbe come amico e che invece lo tratta con indifferenza, quando non con crudeltà. Il salto dalle medie al liceo non affranca Andrea dalla presenza tossica di Christian, ripetente e frustrato, e dunque pronto a prendere Andrea come capro espiatorio. Il pretesto, per lui e per i bulli della scuola, è il paio di pantaloni rossi che la madre di Andrea, Teresa, ha stinto per errore e che sono diventati rosa. Andrea finirà per fare la scelta più dolorosa per uscire da una scena in cui è diventato un bersaglio, al punto che i suoi detrattori hanno creato un sito per metterlo alla gogna.
Il ragazzo dai pantaloni rosa prende spunto dalla storia vera di Andrea Spezzacatena, morto suicida a 15 anni, e dal libro di Teresa Manes, madre di Andrea Spezzacatena, intitolato "Andrea oltre il pantalone rosa".
Roberto Proia, autore del soggetto e della sceneggiatura del film, compie subito una scelta fondamentale: togliere la parola alla madre e restituirla al figlio, che si racconta in prima persona post mortem, come Susie Salmon in Amabili resti o Joe Gillis in Viale del tramonto. Claudia Pandolfi, che interpreta Teresa, si fa carico di alludere con gentilezza anche alle sue fragilità, oltre che al grande amore per il figlio, e il rapporto con l'ex marito Tommaso viene mostrato anche nella sua conflittualità. Samuele Carrino è molto efficace e ricco di sfumature nel raccontare Andrea, riuscendo anche credibilmente a "cambiare età" sul grande schermo. Andra Arru, che ha il ruolo ingrato di Christian, sa regalargli un sottotesto di tristezza e solitudine che ne spiegano il comportamento ondivago. Infine Sara Ciocca è come sempre solida nella sua interpretazione della sua omonima migliore amica di Andrea.
Quel che lascia perplessi, soprattutto per la regia di Margherita Ferri che così efficacemente aveva saputo raccontare l'omosessualità adolescenziale nel suo film d'esordio, Zen - Sul ghiaccio sottile, è l'esitazione del film nel valutare l'ipotesi che a fare di Andrea una preda potesse essere stata una sua effettiva omosessualità. Teresa accusa Tommaso di "avere sempre paura di dare un nome alle cose", ma sembra quasi che questo sia il rischio che il film non vuole (o può) assumersi. La gravità del comportamento dei bulli, e poi dei cyberbulli, sembra infatti risiedere nell'equivoco per cui un paio di pantaloni rosa sarebbero stati scambiati erroneamente per una dichiarazione di preferenza sessuale. Ma sarebbe stato più giustificabile, meno doloroso o ingiusto, se Andrea fosse stato gay? Ovviamente no. Il dileggio nei suoi confronti non è immeritato perché è etero, ma perché è un essere umano, punto. Dunque l'attenzione nel sottolineare la sua eterosessualità, con tanto di accenno ad una possibile storia d'amore con Sara, appare forzata e fuori luogo, anche perché non c'è alcuna chimica fra i due personaggi, mentre ce ne è una palpabile fra i personaggi di Andrea e Christian. Margherita Ferri è un'abile regista che sa raccontare con pathos ed empatia il mondo giovanile, gestendo molto bene le scene di insieme che raccontano la poliedricità dei comportamenti durante un'età fluida e ipersensibile. Ma la sceneggiatura semina molti accenni che non raccoglie fino in fondo, con una sorta di esitazione prudente, e perde l'occasione di fare maggiormente leva su una parte integrante della ricerca di identità e del desiderio adolescenziale, scegliendo una strada più conservatrice.
Alcuni film vanno considerati più per il messaggio complessivo che veicolano, quando esplicito e diretto, invece che per il come quello stesso messaggio viene messo in scena. E’ il caso del recente “Il ragazzo dai pantaloni rosa” della quarantenne emiliana Margherita Ferri, al suo primo vero lungometraggio importante, dopo una lunga gavetta nei ‘corti’.
Al momento in cui scriviamo questo articolo, Il ragazzo dai pantaloni rosa ha incassato quasi 6 milioni di Euro. Un successo straordinario e inaspettato, a suo modo doloroso, perché costruito a partire da una vicenda tragica, ma anche consolante e magari di buon auspicio.
Evidentemente in tempi come questi era necessario un film ispirato alla storia vera di Andrea Spezzacatena, quindicenne vittima di bullismo e attacchi omofobi che si tolse la vita nel 2012: per i temi che solleva, per le reazioni che nel bene e nel male ottiene, per il passaparola che crea crescendo di settimana in settimana (è uscito lo scorso 7 novembre), o anche solo per i ragazzi e le ragazze delle scuole italiane che in queste settimane sono stati portati in sala dai loro istituti.
Le cronache ci hanno raccontato episodi riprovevoli, come i fischi e gli sfottò di alcuni studenti durante la proiezione (poi interrotta) alla Festa del cinema di Roma o come quello ancora più grave, avvenuto a Treviso, in cui alcuni genitori hanno provato a fermare la proiezione del film a scuola ritenendolo inadatto (basterebbe questo per rendere il film necessario), ma anche le lacrime sincere di Claudia Pandolfi (che nel film interpreta la mamma di Andrea, Teresa Manes, autrice del libro in cui ha raccontato il dolore del figlio e il proprio) nel leggere i commenti degli utenti alla sua pagina Instragram, con i ringraziamenti e le confessioni di persone riconosciutesi nei gesti di Andrea: l’incertezza dei sentimenti e dei desideri da adolescenti; il disinteresse nel vestire un paio di pantaloni diventati rosa per un lavaggio sbagliato; l’incomprensione per gli sfottò ricevuti; la misura colma dell’umiliazione che lo portò al gesto più grave…
Il ragazzo dai pantaloni rosa, scritto da Roberto Proia e diretto da Margherita Ferri, il primo esperto di teen movie (Sul più bello), la seconda già capace di affrontare il tema dell’identità di genere e della sua incertezza adolescenziale nell’esordio Zen - Sul ghiaccio sottile, ha una struttura molto semplice, in cui le emozioni sono recitate, dette, scritte, mai veramente mostrate; dove la divisione dei personaggi è netta, dove il melodramma è facilmente leggibile senza che il pubblico sia destabilizzato: eppure non è un film manipolatore, ma al contrario è sincero e diretto, didattico ma non didascalico, che sta a un passo di distanza dal dramma (e non lo affronta nei suoi aspetti più intollerabili: come è possibile, del resto, morire in questo modo? Come si può accettare il suicido di un figlio solo perché bullizzato in quanto presunto omosessuale?), e proprio per questo arriva a una fetta il più ampia possibile di pubblico.
Le ragioni del successo di Il ragazzo dai pantaloni rosa sono chiare e complesse al tempo stesso, chiamano in causa questioni che ci riguardano tutti, come adulti e adolescenti, genitori, figli e figlie (nel film si parla anche del divorzio della madre di Andrea e degli effetti su tutta la famiglia, magari sacrificando al tema la descrizione approfondita dei personaggi secondari). Per questo il film funziona e genera a catena un successo sempre più ampio (e già oltre le ben più rosee aspettative).
Da un punto di vista produttivo è una scommessa come tante del cinema italiano, ma in questo caso a funzionare è stata la strategia distributiva, che ha puntato sulle scuole e sul pubblico più giovane, e la messinscena di una regista che appartiene alla comunità LGBTQ+ e ha saputo trovare una voce generazionale, calda, accogliente, semplice e non semplificata, con un tono cinefilo (il film ha citazioni da Truffaut, De Palma, Lynch, Harry Potter) e un’anima queer.
Non è un capolavoro, certo, ma nemmeno doveva esserlo. Il ragazzo dai pantaloni rosa doveva raccontare la storia di due personaggi, Andrea e sua madre, che «rappresentano la libertà di esprimersi e di esprimere la propria identità» (parole della regista), e ha saputo farlo.
Resiste in cima agli incassi da tre settimane la storia vera di Andrea Spezzacatena, suicida per bullismo a 14 anni nel 2012, colta nei passaggi esatti famiglia/scuola/interiorità, dalla Ferri di Zen, analogo, e forse più aspro ed efficace, ritratto d'adolescenza. Ma nonostante la patina di pulizia un po' televisiva (immagine, sceneggiatura, recitazione) l'insensata procedura del branco e l'incredulità [...] Vai alla recensione »