| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Gran Bretagna, USA, Germania, Finlandia |
| Durata | 112 minuti |
| Regia di | David Lowery |
| Attori | Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Sian Clifford, Atheena Frizzell FKA Twigs, Jessica Brown Findlay, Alba Baptista, Isaura Barbé-Brown, Kaia Gerber, Jeanne Nicole Ní Áinle. |
| Uscita | giovedì 14 maggio 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 2,82 su 14 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 12 maggio 2026
Un viaggio emotivo e di grande impatto visivo al cuore dell'intreccio tra creatività e relazioni. Mother Mary è 58° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 283,00 e registrato 14.964 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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Mother Mary è una cantante pop che, dopo una lunga assenza conseguente a un avvenimento tragico, sta per tornare sulle scene. Nell'imminenza dello show avverte che nessuno degli abiti che le sono stati proposti aderisce alla sua più intima essenza. Quindi si precipita dalla fashion designer Sam Anselm che un tempo fu la persona che le era più vicina, contribuendo con le sue creazioni al suo successo e alla definizione della sua immagine artistica. Il legame tra le due ha subìto una lunga interruzione ed ora l'una ha bisogno dell'altra. Ma l'altra, non sa quanto possa essere disposta ad aiutarla.
David Lowery, con un budget decisamente più consistente rispetto al passato, non rinuncia alla propria indipendenza.
È un film disturbante quello che Lowery propone in questa occasione. Lo è in modo produttivo, costringendo lo spettatore a confrontarsi con quanto gli viene proposto. Molto probabilmente chi non vuole compiere la fatica di 'svelare' (togliere il velo in un film che ha al centro ciò che copre e crea un'immagine di una persona) a se stesso la molteplicità dei significati sottesi alla sceneggiatura, troverà il modo di liquidarlo con supponenza. Perché Lowery si diverte a mescolare le carte affrontando contemporaneamente temi legati alla religione, all'esoterismo, allo show business, alla moda, al tempo e alla morte.
Lo fa, va detto a titolo di premessa, mettendo a confronto, soprattutto nella prima metà del film con un impianto teatrale interrotto da flashback affollati, due attrici che, per chi potrà scegliere l'opzione della visione in lingua originale con i sottotitoli, offrono un livello interpretativo decisamente alto.
Più che la Hathaway, di cui conosciamo le doti ma che qui viene un po' costretta ad una espressività necessariamente dolente, è Michaela Coel a mostrare una pressoché inesauribile varietà di sfumature, sia nei frequenti primi e primissimi piani che le vengono dedicati, sia nella modulazione della voce. La sua esperienza giovanile di appartenente alla chiesa pentecostale, da cui si è distaccata nel momento in cui è entrata alla Guidhall School of Music and Drama, gli è molto probabilmente stata di aiuto in un film in cui Lowery legge la presenza iconica delle star nei concerti come un rito collettivo che si muta in una forma di religione. Mother Mary appariva un tempo ai propri fan coronata di spine. Ora quelle spine hanno mutato aspetto e le sono entrate dentro nel profondo dell'anima e del corpo.
Lowery non si sottrae ai riferimenti diretti alla cristianità. Quando Sam la introduce nel suo studio/antro/rifugio in cui crea, le dice che lì avverrà la transustanziazione delle emozioni che, come accade nell'eucarestia, si trasformeranno in materia (nel caso specifico nell'abito desiderato). La sua canzone, che un tempo Sam amava, si intitola, non a caso, "Holy Spirit" e prima di dare avvio ad un evento risolutivo la stilista parla appunto di Pentecoste.
Il regista e sceneggiatore poi non riesce a stare lontano dall'esoterismo (anche se, come avverte il trailer, questo non è un film di fantasmi) innestandovi un simbolismo che trasforma i sentimenti in un velo scarlatto che entra a far parte fisicamente (si potrebbe dire cronemberghianamente se ciò non creasse scandalo tra i cultori del regista canadese) dei corpi delle due donne.
Sono questi scarti narrativi tra intimità semi-claustrofobica, megashow musicale, sedute spiritiche e ferite profonde che aprono porte nei corpi che possono appunto disturbare ma se si osserva a fondo questo mix di modalità narrative si può scoprire che Lowery scruta il lato oscuro dell'animo umano che si riveste di tessuti per coprire quella nudità interiore atavica la cui percezione la Bibbia attribuisce ad Adamo ed Eva. La scansione dello scorrere del tempo (che qui emerge nelle immagini sgranate del passato di Mother Mary e in una sorta di catalogo dei suoi precedenti costumi di scena) si traduce nelle salite e discese dai palchi della vita che hanno davanti a sé, in prospettiva, una fine che l'ultimissima immagine, dopo lo scorrimento dei lunghi titoli di coda, ci offre come sintesi produttiva di significazione.
Mother Mary era una popstar acclamata in tutto il mondo, ma ora non calca il palcoscenico da più di dieci anni. Per risorgere si rivolge a Sam: era la sua migliore amica e la sua costumista di fiducia, nel frattempo diventata una stimata professionista senza di lei. Ora la cantante, in piena crisi emotiva, ha bisogno del suo talento per gli abiti del nuovo tour. Il loro rapporto, però, si è interrotto bruscamente e lo strappo non si è mai ricucito. Sam è interdetta e ancora ferita. L'incontro scoperchia le ruggini del passato e porta entrambe alla traumatica esplorazione di una relazione un tempo così vitale. Tra pressioni pubbliche, frenetica preparazione delle coreografie, ricordi, liti e riti d'espiazione, questo rapporto di amore-odio sarà centrale per scolpire di nuovo l'icona di un'artista che ha fatto innamorare tutto il pianeta.
Dopo Peter Pan & Wendy, l'alfiere del cinema indie David Lowery si misura stavolta con "un melodramma pop" al femminile, così definito dai produttori di A24, nuova Mecca del cinema indipendente hollywoodiano.
La casa di produzione, dopo Storia di un fantasma e Sir Gawain e il Cavaliere Verde, continua la collaborazione con il regista statunitense che qui, nella consueta veste di sceneggiatore e co-produttore, ha riunito a sé un gruppo di fedelissimi tra cast artistico e tecnico.
Cavalcando l'onda lunga dei biopic musicali che da Bohemian Rhapsody in poi caratterizzano ogni anno le programmazioni in sala, Lowery, con un occhio a Il cigno nero e The Neon Demon e l'altro a Beyoncé e Jennifer Lopez, propone un ambiziosissimo thriller sia glamour che intimista pronto a riscrivere le coordinate di questo (sotto)genere: alternerà passi da jukebox movie allo scavo psicologico del duo protagonista.
Il trailer e la locandina americana, infatti, fanno intravedere tutti gli ingredienti tipici del cinema di Lowery: echi di quell'horror trascendentale che era Storia di un fantasma (il trailer italiano precisa, non senza malizia, che questa non è una "storia di fantasmi"), qui più sanguigni, ma con lo stesso senso del sacro e del surrealismo a tinte gotiche, tra animismo e riti esoterici. Si aggiunga l'analisi di identità pubblica e vita spirituale nella società dello spettacolo inserita in ambienti chiaroscurali, specchio dei tormenti delle protagoniste: la fotografia materica e piena di contrasti è del fido Andrew Droz Palermo.
L'estetica del film, infatti, con tutta probabilità, unirà il privato con il pubblico, lo sfarzo dei concerti pop al Kammerspiel più doloroso (il montaggio è affidato ad Harrison Atkins). Lo segnalano anche i toni rossi e neri, sia in spazi ampi come gli auditorium dei concerti, sia in quelli ristretti scenografati da Francesca Balestra Di Mottola (Bones and All); gli audaci costumi pieni di lustrini sono stati cuciti, invece, dalla veterana Bina Daigeler, collaboratrice tra gli altri di Niki Caro, Jarmusch e Almodóvar, celebre proprio per le sgargianti paillettes dei suoi film.
Nonostante ciò, però, c'è da aspettarsi una storia che, a partire da una scrittura solida, si affiderà soprattutto alla recitazione dell'acclamato cast principale, quasi tutto al femminile. In primis Anne Hathaway che, dopo Les Misérables, ritorna a esprimere una certa, sofferta fisicità nei panni di una star camaleontica, dominante a tratti, ma inquieta e fragilissima. La diva quest'anno è pronta a calare un tris d'assi perché, senza contare La fine di Oak Street, appare in tre film con buone possibilità di imporsi nell'Awards Season: è ridiventata, vent'anni dopo, Andy Sachs, stagista idealista in Il diavolo veste Prada 2, e sarà anche la principessa Penelope in Odissey, in uscita a luglio. L'attrice ha definito Mother Mary come "una delle esperienze più straordinarie e trasformative mai vissute", elogiando l'altra protagonista Michaela Coel, già sceneggiatrice, produttrice e regista dell'applaudita miniserie I May Destroy You, con una solida formazione tra teatro e piccolo schermo (su tutti Black Mirror).
Dalla serialità arriva anche Hunter Schafer, rivelatasi quale Jules Vaughn in Euphoria, che qui incarna l'assistente della protagonista. Le anticipazioni promettono, poi, un ruolo rilevante anche per Atheena Frizzell, che conferma il suo sodalizio con Lowery dopo Old Man & the Gun interpretando Emily. Saranno presenti anche Sian Clifford (fu Claire nell'indimenticato Fleabag) e la modella Kaia Gerber, attiva al cinema dai tempi di Babylon.
Nel cast compaiono anche Alba Baptista e la popstar FKA Twigs, che ha scritto per il film la canzone "My Mouth Is Lonely For You", che si ascolta nel trailer, al pari della collega britannica Charli XCX. La colonna musicale, così cruciale per la narrazione, è di Daniel Hart (altro collaboratore di vecchia data del regista), ma nel film ci sono anche canzoni di Jack Antonoff (produttore di Lana Del Rey e Taylor Swift).
Annunciato a maggio 2023 e finito di girare nel luglio 2024, in pieno sciopero SAG-AFTRA, infatti, il film è stato finora promosso soprattutto tramite le musiche: il 5 marzo A24 ha rilasciato Burial, singolo pop dance cantato dalla stessa Hathaway, seguito dal teaser "Mother Mary: Greatest Hits".
Evitata la vetrina cannense, Mother Mary sarà distribuito da A24 a New York e Los Angeles il 17 aprile. Una settimana dopo la distribuzione si allargherà a tutta l'America. Dal 14 maggio arriverà in Italia grazie ad I Wonder Pictures.
Reale, non reale? Umano, non umano? Dagli anni sessanta, discipline fondanti per l’uomo come la filosofia e le arti visive, hanno indagato il tema dell’identità che, nell’arte dal signor Andy Warhol in poi, ha sempre dovuto confrontarsi con la società di massa e la costante perdita della percezione del reale. Fino ad arrivare a oggi.
Warhol, Baudrillard, forse persino Umberto Eco, non crederebbero a dove siamo arrivati (o forse si, il primo ne sarebbe soddisfatto). La società contemporanea non solo sta perdendo via via i suoi contenuti, ma, quei pochi rimasti, sono confusi con l’irreale, l’intangibile. Tutto ciò mentre il pubblico aumenta e si fa sempre più preparato, capace, esigente. Per questo essere un divo è una professione sempre più complessa. E straniante.
Già dai tempi in cui in era ambientato Cantando sotto la pioggia, dove Gene Kelly impersonificava Don Lockwood, amatissimo divo del cinema muto che faceva gridare le fan femminili, l’essere famosi implicava il distaccamento non solo dalla vita privata, ma anche dalla realtà vissuta dall’artista stesso. La storia dell’ascesa al successo, della metamorfosi in un prodotto talmente adulato dal pubblico da dover essere inossidabile, infrangibile è una delle tematiche affrontate dall’introspettivo e immaginifico Mother Mary, l’ultimo film di David Lowery.
Tra il backstage e la scena. Un personaggio in attesa di una rinascita. Ma anche una sfida estrema, quasi uno scontro invisibile. “Quando tutto sarà finito, forse resterà solo una di noi” dice Sam Anselm a Mother Mary che un tempo è stata sua amica oltre che storica costumista. Poi qualcosa tra loro si è rotto.
Ora Mother Mary, una pop star che è alla vigilia del tour che la sta riportando sulle scene, ha bisogno di un abito per lo spettacolo. Le due donne sono così costrette a riavvicinarsi. Da una parte le luci della ribalta. Mother Mary è avvolta da una luce che è quella della scena della musica pop ma che, contemporaneamente, ha anche qualcosa di soprannaturale, di divino.
Con Mother Mary il cinema di David Lowery oltrepassa le zone della fiaba (Peter Pan & Wendy, Il drago invisibile), e fantasy (Sir Gawain e il cavaliere verde) e si trasforma in una specie di favola nera con tracce horror (l’estrazione del dente, il sangue sulle lenzuola, il rumore delle ossa, la cicatrice sulla mano). Si serve della figura costruita attorno al corpo di Anne Hathaway per una metamorfosi che mette in luce le sue molteplici identità a contatto con la sua fashion designer, interpretata da Michaela Coel.
La superstar della musica Mother Mary entra in scena come un’icona pagana: una Madonna laica con tanto di aureola e stacco di gamba interminabile, circondata da un corpo di ballo adorante, davanti a un pubblico in estasi. Poi però quando esce di scena si rifugia in un atelier buio e rivela tutta la sua vulnerabilità di persona smarrita e fragile. Anne Hathaway, che nel musical drama di David Lowery Mother Mary interpreta sia la divina del titolo che la donna fragile dietro le quinte, lavora su un doppio ruolo che è la sintesi di tutta la sua carriera precedente.
Chi è la Anne Hathaway più autentica? C’è da chiederselo osservando la versatilità di un’attrice che ha costruito la propria carriera attingendo a registri molto diversi. C’è la comedienne in ruoli divertenti, spesso anche romantici, uno per tutti la Andy Sachs di Il diavolo veste Prada, preceduta dalle giovani protagoniste disneyane di Pretty Princess e Principe azzurro cercasi. In chiave comica Hathaway è stata anche una promessa sposa di Bride Wars - La mia migliore nemica, la segretaria che “doppia” come operatrice di sesso telefonico in Appuntamento con l’amore (che l’ha riunita al regista Garry Marshall dopo le commedie Disney) e un’ottima “spalla” per Steve Carell in Agente Smart - Casino totale, Robert De Niro in Lo stagista inaspettato, o Rebel Wilson in Attenti a quelle due (guarda la video recensione).
La popstar Mother Mary (Anne Hathaway) è stata vittima di un incidente sul palco. Si prepara al grande ritorno, ma durante le prove capisce che qualcosa non va. Manca un vestito che la rappresenti. Si sa: l'abito non fa il monaco, ma fa la popstar. La soluzione è rivolgersi a Sam Anselm (Michaela Coel). Erano molto legate, prima che Mother Mary sfondasse.