Un’indagine sul potere di creare e annientare i miti contemporanei. Anne Hathaway e Michaela Coel incarnano un legame ambiguo e viscerale, sospeso tra scena e inconscio: una favola oscura dalle visioni gotiche che svela il prezzo altissimo della fama. Dal 14 maggio al cinema.
di Simone Emiliani
Tra il backstage e la scena. Un personaggio in attesa di una rinascita. Ma anche una sfida estrema, quasi uno scontro invisibile. “Quando tutto sarà finito, forse resterà solo una di noi” dice Sam Anselm a Mother Mary che un tempo è stata sua amica oltre che storica costumista. Poi qualcosa tra loro si è rotto.
Ora Mother Mary, una pop star che è alla vigilia del tour che la sta riportando sulle scene, ha bisogno di un abito per lo spettacolo. Le due donne sono così costrette a riavvicinarsi. Da una parte le luci della ribalta. Mother Mary è avvolta da una luce che è quella della scena della musica pop ma che, contemporaneamente, ha anche qualcosa di soprannaturale, di divino.
Con Mother Mary il cinema di David Lowery oltrepassa le zone della fiaba (Peter Pan & Wendy, Il drago invisibile), e fantasy (Sir Gawain e il cavaliere verde) e si trasforma in una specie di favola nera con tracce horror (l’estrazione del dente, il sangue sulle lenzuola, il rumore delle ossa, la cicatrice sulla mano). Si serve della figura costruita attorno al corpo di Anne Hathaway per una metamorfosi che mette in luce le sue molteplici identità a contatto con la sua fashion designer, interpretata da Michaela Coel.
Lo sfondo è oscuro, gotico e magico. Ci sono molti mondi invisibili. Sia nello spazio sia nella mente. Sul rumore di un tuono potrebbe essere annunciata un’imminente apocalisse. La porta del set si apre sul palco. Quello di Mother Mary è un cammino quasi cristologico dalla scalinata verso il palco. Una specie di Giovanna d’Arco tramutata in icona pop. Si vedono le luci del concerto e il rumore dei fan. Ma potrebbe essere una proiezione mentale, tutto nella mente della protagonista come la sua stessa immagine della copertina di Vogue.
Il cinema di Lowery entra in modo chirurgico nelle ferite delle due protagoniste, psicologiche prima che fisiche. C’è la maschera e il suo doppio. Il rapporto tra Mother Mary e Ann sembra modellato su quello tra l’attrice diventata afasica e l’infermiera che si prende cura di lei in Persona di Ingmar Bergman. Alla cantante. Infatti, sembra anche mancare la voce. Cerca prima di tutto la sua immagine attraverso la sua costumista. Fa sentire i suoi passi sul pavimento di legno, come se cercasse il ritmo come la ballerina di flamenco davanti al suo maestro in Carmen Story di Carlos Saura come se si volesse di nuovo mostrare a lei.
In realtà lotta con i suoi demoni e si distacca dalla realtà come la ballerina Nina Sayers in Il cigno nero. Il contrasto tra Anne Hathaway e Michaela Coel replica, anche sotto un punto di vista diverso, quello emotivo sospeso tra potere e desiderio tra Natalie Portman e Mila Kunis nel film di Darren Aronofsky.
C’è una scena in cui le due donne sono disposte attorno ad un cerchio circondate dalle candele. Non sono fantasmi ma forse al centro di una seduta spiritica. Una guarda l’altra come emanazione di una spiritualità da costruire più che da celebrare. Negli schizzi dei disegni dei suoi costumi forse non c’è spazio per Mother Mary, il cui nome già richiama l’immaginario religioso. Solo una parte di spazio bianco nel foglio. Quindi tutto si può ribaltare. Non è solo il personaggio portato sullo schermo da Anne Hathaway che va alla ricerca del proprio culto della celebrità ma è proprio Sam Anselm che ha il potere di crearlo ma anche di distruggerlo.
Ma nel film, Lowery venera anche un immaginario visivo debordante e sfuggente. Lo aveva già fatto con la New Hollywood attraverso Robert Redford nel sontuoso Old Man & the Gun (guarda la video recensione). Stavolta però non c’è spazio per la nostalgia. La scalata al Paradiso nasconde dietro le tende rosse le fiamme dell’inferno. “Quando tutto sarà finito, forse resterà solo una di noi”.