| Anno | 2025 |
| Genere | Commedia, Biografico, Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 106 minuti |
| Al cinema | 21 sale cinematografiche |
| Regia di | Richard Linklater |
| Attori | Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Alix Bénézech, Côme Thieulin Paolo Luka Noé, Nicolas Dozol, Tom Novembre, Jade Phan-Gia, Blaise Pettebone, Adrien Rouyard, Matthieu Penchinat, Jean-Jacques Le Vessier, Bruno Dreyfurst, Laurent Mothe, Pauline Belle, Frank Cicurel, Benoît Bouthors, Aurélien Lorgnier, Jeanne Arènes, Cosima Bevernaege, Pierre-François Garel, Iliana Zabeth, Baptiste Roussillon. |
| Uscita | giovedì 5 marzo 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Lucky Red, Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,88 su 28 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 6 marzo 2026
La storia dietro il leggendario film Fino all'ultimo respiro. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, 10 candidature e vinto 4 Cesar, 5 candidature e vinto 2 Lumiere Awards, 1 candidatura a Spirit Awards, Nouvelle Vague è 22° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 5.310,00 e registrato 64.052 presenze.
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca solo a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa, ma si convince a farlo e trova l'aiuto del produttore Beauregarde. Ne nascerà Fino all'ultimo respiro, film-simbolo della nouvelle vague, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema.
Chi pensa che Richard Linklater sia solo un regista texano con un penchant per il romanticismo avrà modo di ricredersi con questo appassionato omaggio a un momento-chiave della storia del cinema.
La cinefilia di Linklater, onnivora e maniacale, è d'altronde stata la spinta primigenia del suo debutto da regista indipendente, e il nostro se ne ricorda nel ritratto di un altro esordio, quello prototipale e indimenticabile di Godard con Fino all'ultimo respiro, delizia di ogni film buff degno di questo nome. Girando per la prima volta in francese e con un cast quasi interamente transalpino, Linklater si dimostra a suo agio nel vestire i panni del narratore asettico, interessato innanzitutto a intrattenere, con garbo e humour, senza mai pontificare.
La ricostruzione dell'atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile, rispettosa della materia trattata ma umile nell'approccio, senza voler inseguire discorsi concettuali o sperimentalismi, come sarebbe potuto avvenire nelle mani di uno dei molti emuli di Godard, che del maestro hanno ereditato solo l'egocentrismo. Linklater passa in rassegna i volti noti e meno noti di quel mondo - Claude Chabrol, François Truffaut, Jacques Rivette, Robert Bresson, Agnès Varda, fino a Rossellini, Bresson e Melville - affidandone il ruolo ad attori poco conosciuti e talentuosi, che insistono sulla mimesi interpretativa senza mai eccedere.
Il volto più noto è quello di Zooey Deutch, che rende bene le contraddizioni di Jean Seberg e prova a uscire dall'idea che abbiamo di lei, alimentata dal suo tragico epilogo. Qualche semplificazione è inevitabile, così come qualche ripetizione ad uso e consumo di un target che potrebbe conoscere poco o nulla della storia raccontata - la trimurti Godard-Truffaut-Chabrol enunciata pedissequamente a ogni occasione, i giochi di parole su dégolas - ma è un piccolo compromesso, necessario per poter gestire l'equilibrio tra alto e basso e rivolgersi ai non iniziati.
La sceneggiatura ribadisce più volte come immaginare senza vedere alimenti il desiderio e il mistero e infatti Linklater costruisce un film intero sul fuoricampo, su ciò che non si è visto, e che presumibilmente è avvenuto, sul set di All'ultimo respiro. Tra una scena e l'altra, in momenti strappati alla quotidianità, che restituiscono a Godard e Truffaut una natura umana e non agiografica, quella di due amici sinceri, seppur non immuni da gelosie e invidie.
Linklater si limita a raccontare una storia esemplare nel più naturale dei modi possibili, senza inseguire cerebralismi o sperimentazioni, cercando di cogliere quella leggerezza di spirito che era propria della nouvelle vague originaria, assai più del "manzonismo degli stenterelli" che si è protratto fino ai giorni nostri. Ma il far sembrare questa operazione più semplice di ciò che non sia è indice della grandezza del narratore, anziché di suoi presunti limiti.
Grazie Richard Linklater per il regalo , perchè questo film mi ha riportato indietro di sessantanni quando giovane studente liceale ho visto Fino all'ultimo respiro . Mi ricordo che sono uscito dal cinema stupefatto . Il film non mi era solo piaciuto ma mi aveva cambiato il modo di vedere il cinema di cui da allora sono diventato un appassionato felice e fedele.
È il regista meno prevedibile, e uno de più prolifici: l’anno scorso ha firmato il delizioso Hit Man e quest’anno ha partorito ben due film, Blue Moon, in concorso alla Berlinale, e Nouvelle Vague, in uscita il 5 marzo nelle nostre sale. Nel suo curriculum di regista, sceneggiatore e produttore indipendente ci sono titoli molto diversi l’uno dall’altro, dalla trilogia di Prima dell’alba a Boyhood, da School of Rock a Tutti vogliono qualcosa, per non parlare dei film di animazione Waking Life e Apollo 10 e mezzo.
Nouvelle Vague, un progetto che Linklater coltivava da 13 anni, è incentrato sulla genesi del film più iconico di Jean-Luc Godard, Fino all’ultimo respiro, che ha messo sulla mappa del cinema mondiale il suo autore e ha dato a Jean Paul Belmondo e Jean Seberg una notorietà planetaria. Linklater reinventa un momento irripetibile nel cinema francese di fine anni Cinquanta, racconta i critici-registi dei Cahiers du Cinema e riproduce quell’energia creativa e quella spregiudicatezza che hanno cambiato la grammatica filmica. E come al solito ha rischiato il tutto per tutto per realizzare il suo film: un regista texano che gira in bianco e nero e in francese affrontando una delle “vacche sacre” del cinema d’oltralpe.
“Ho voluto girare un film su quello che succede quando si gira un film, come se invece che nel 1959 stesse accadendo ora”, dice Linklater in un incontro con la stampa internazionale. “Per Godard, che fino a quel momento era stato un critico cinematografico, Fino all’ultimo respiro era il film d’esordio. Lui non aveva grandi dubbi, ma tutti gli altri intorno sì, perché Godard chiedeva loro di fare cose che non erano mai state fatte prima e che, in base alle regole della grammatica filmica, non avrebbero dovuto funzionare: i jump cut, gli scavalcamenti di campo, le ripetizioni. Godard ha creato un film punk rock, e ha dimostrato che se si hanno le idee chiare basta prendere una cinepresa e buttarsi”.
“La prima volta che ho visto Fino all’ultimo respiro avrò avuto vent’anni, mi è piaciuto ma non ci ho capito molto”, ricorda Linklater. “Poi l’ho rivisto una seconda volta, mi sono reso conto di quanti elementi di novità contenesse, e di quanto fosse pieno di umorismo. Sono un cinefilo che si ostina ad analizzare i film scena per scena, e da allora l’avrò riguardato almeno 25 volte, accorgendomi sempre di cose diverse. E ho voluto riprodurre la gioia e il divertimento nell’inventare un film libero come quello: perché fare un film dev’essere prima di tutto divertente”.
Linklater rende omaggio a Godard raccontando la lavorazione di Fino all'ultimo respiro. Venti giorni di geniale follia. Il copione scritto mattina dopo mattina, al caffè. Godard che chiude il set dopo due ore, «oggi ho finito le idee, ci vediamo domani», il produttore furioso e disperato. Mentre un'altra volta rubò un carretto dei giornali e ci si nascose dentro col direttore della fotografia e la [...] Vai alla recensione »