La regista di Estate 1993 e Alcarràs torna alla regia con una splendida detective story ambientata a Vigo, esaltata da una fotografia superba e dall'interpretazione magnetica di Llúcia Garcia. Dall'11 giugno al cinema.
di Tommaso Tocci
“All’epoca si moriva a porte chiuse” dice amaro uno zio a una nipote che non ha mai veramente conosciuto i propri genitori e sta cercando di comporre un proprio intimo puzzle familiare. Quella ragazza è Marina, diciott’anni, poco interesse per i fidanzati ma una grande passione per il cinema, materia che vuole studiare all’università. È cresciuta a Barcellona da genitori adottivi, ma la famiglia e il passato del padre biologico si trova a Vigo, in quella Galizia che si trova al lato esattamente opposto del paese e che da lì si affaccia all’oceano.
A Marina è richiesto dunque di andare a ritroso e cambiare sguardo, ufficialmente per ottenere un documento che le consenta di avere una borsa di studio. La giovane però parte per il viaggio armata di una videocamera e dei filmati di sua madre da ragazza, decisa quindi non solo a certificare ciò che è stato ma a ricostruirlo per immagini.
È un’indagine che appartiene anche all’autrice di questo bellissimo film: Carla Simón ha perso i genitori da bambina – a causa dell’AIDS come quelli della sua protagonista – e sulla sua storia personale aveva già modellato l’esordio alla regia Estate 1993.
Lì si concentrava sull’infanzia, sull’esperienza di trasferirsi in un altro luogo e crescere con un’altra famiglia, mostrando un talento particolare per la naturalezza nel mettere in scena il punto di vista dei bambini, cosa che avrebbe poi fatto le fortune del suo secondo film Alcarràs, vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2022.
Dopo quell’intermezzo però Simón torna alla sua ricerca primaria, stavolta in veste più adulta. E un cardine dell’età adulta è sicuramente fare i conti con l’idea dei propri genitori prima che diventassero tali – com’erano da giovani, quali desideri e aspirazioni li animavano, in che modo noi siamo come loro. Per Carla e per Marina questi interrogativi prendono la forma di una detective story, un mosaico contraddittorio e forse impossibile da rimettere a posto.
Uno degli aspetti più sottili e meglio riusciti di Romería - Il mare dei ricordi è proprio il suo sottolineare lo spaesamento di questa pluralità, l’idea che calarsi come outsider in una famiglia – numerosa e caotica, va detto – che non si conosce risulterà in una miriade di nuove informazioni che si negano l’una con l’altra. Ognuno degli zii con cui Marina parlerà ha una prospettiva diversa sulla grande storia d’amore dei suoi genitori: cambieranno le date e i giudizi, verranno fuori gli angoli ciechi e le piccole debolezze di ciascuno.
Alla fine Marina – con lo sguardo mite ma determinato dell’esordiente e magnetica Llúcia Garcia – di quella storia dovrà immaginare la propria versione, salendo le scalette della percezione per arrivare su in cima a quel palazzone che si staglia sull’oceano, così incongruo rispetto al paesaggio attorno, eppure così rivelatorio.
Simón lo filma in modo superbo, in un’opera tutta giocata sulle prospettive e sulla profondità di campo. Si fa aiutare da Hélène Louvart, direttrice della fotografia che oltre ad aver lavorato con pesi massimi come Wenders e Varda ha anche dato forma a un certo cinema contemporaneo al femminile (pensiamo agli straordinari La Chimera di Rohrwacher e La figlia oscura di Gyllenhaal) che come Romería si preoccupa del passato che sfuma nel presente, o viceversa.
Così Simón mette insieme la sua opera formalmente più audace, che la piazza al centro di una stagione ricchissima del cinema spagnolo ma al tempo stesso risponde – speriamo per lei in modo soddisfacente – alle domande più intense del suo privato.