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Richard Linklater: «Fare un film deve essere prima di tutto divertente»

Il regista di Nouvelle Vague racconta l'emozione di girare il progetto che coltivava da 13 anni, incentrato sulla genesi di Fino all'ultimo respiro, il film più iconico di Jean-Luc Godard.
di Paola Casella

Nouvelle Vague

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Richard Linklater (65 anni) 30 luglio 1960, Houston (Texas - USA) - Leone. Regista del film Nouvelle Vague. Al cinema da giovedì 5 marzo 2026.
martedì 3 marzo 2026 - Incontri

È il regista meno prevedibile, e uno de più prolifici: l’anno scorso ha firmato il delizioso Hit Man e quest’anno ha partorito ben due film, Blue Moon, in concorso alla Berlinale, e Nouvelle Vague, in uscita il 5 marzo nelle nostre sale. Nel suo curriculum di regista, sceneggiatore e produttore indipendente ci sono titoli molto diversi l’uno dall’altro, dalla trilogia di Prima dell’alba a Boyhood, da School of Rock a Tutti vogliono qualcosa, per non parlare dei film di animazione Waking Life e Apollo 10 e mezzo
Nouvelle Vague, un progetto che Linklater coltivava da 13 anni, è incentrato sulla genesi del film più iconico di Jean-Luc Godard, Fino all’ultimo respiro, che ha messo sulla mappa del cinema mondiale il suo autore e ha dato a Jean Paul Belmondo e Jean Seberg una notorietà planetaria. Linklater reinventa un momento irripetibile nel cinema francese di fine anni Cinquanta, racconta i critici-registi dei Cahiers du Cinema e riproduce quell’energia creativa e quella spregiudicatezza che hanno cambiato la grammatica filmica. E come al solito ha rischiato il tutto per tutto per realizzare il suo film: un regista texano che gira in bianco e nero e in francese affrontando una delle “vacche sacre” del cinema d’oltralpe.

Ho voluto girare un film su quello che succede quando si gira un film, come se invece che nel 1959 stesse accadendo ora”, dice Linklater in un incontro con la stampa internazionale. “Per Godard, che fino a quel momento era stato un critico cinematografico, Fino all’ultimo respiro era il film d’esordio. Lui non aveva grandi dubbi, ma tutti gli altri intorno sì, perché Godard chiedeva loro di fare cose che non erano mai state fatte prima e che, in base alle regole della grammatica filmica, non avrebbero dovuto funzionare: i jump cut, gli scavalcamenti di campo, le ripetizioni. Godard ha creato un film punk rock, e ha dimostrato che se si hanno le idee chiare basta prendere una cinepresa e buttarsi”.

“La prima volta che ho visto Fino all’ultimo respiro avrò avuto vent’anni, mi è piaciuto ma non ci ho capito molto”, ricorda Linklater. “Poi l’ho rivisto una seconda volta, mi sono reso conto di quanti elementi di novità contenesse, e di quanto fosse pieno di umorismo. Sono un cinefilo che si ostina ad analizzare i film scena per scena, e da allora l’avrò riguardato almeno 25 volte, accorgendomi sempre di cose diverse. E ho voluto riprodurre la gioia e il divertimento nell’inventare un film libero come quello: perché fare un film dev’essere prima di tutto divertente”.
 


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Se Fino all’ultimo respiro ha lasciato molto spazio all’improvvisazione, così come molti dei film precedenti di Linklater, Nouvelle Vague doveva invece ricreare battute e situazioni realmente avvenute. “Il nostro set era molto più controllato di quello di Godard, ma l’idea era comunque quella di riprodurre la spontaneità che lui aveva cercato nel suo primo film. Ma non si può improvvisare il passato, i dialoghi devono essere fedeli all’epoca, abbiamo lavorato a lungo sulla sceneggiatura e fatto un sacco di prove per riprodurre il 1959 in modo credibile, pur con un budget ridotto”.

Girare Nouvelle Vague è stato come tornare all’emozione del mio primo film da regista, quando avevo 28 anni e non sapevo ancora quello che stavo facendo. Oggi ho la sicurezza di avere alle spalle una trentina di film, ma mi sono ricordato com’era quando ho cominciato. Nouvelle Vague racconta il cinema come passione, e mi piacerebbe che il pubblico provasse la sensazione di essere lì in mezzo agli inventori della Nouvelle Vague, quando ancora non sapevano come quella nuova onda sarebbe stata accolta dagli spettatori.”.

L’unica attrice nota e non francese del cast è Zoey Deutch, che interpreta il ruolo di Jean Seberg e che aveva già lavorato con Linklater in Tutti vogliono qualcosa, e la vera sorpresa è Guillaume Marbeck, al suo primo ruolo cinematografico, che interpreta Godard meglio di Louis Garrel in Il mio Godard (guarda la video recensione) di Michel Hazanavicius. Il casting più difficile è stato quello dell’attore che doveva interpretare Jean-Paul Belmondo: “Cercavo qualcuno con lo stesso atteggiamento di Bebel da giovanissimo: il sorriso sornione, quell’aria scanzonata che lo faceva sempre sembrare contento di stare al mondo. E quando ho incontrato Aubry Dullin ho trovato in lui tutte quelle caratteristiche”, dice Linklater. “L’unica indicazione che ho dato ai miei attori è stata quella di non interpretare delle icone ma dei ragazzi che volevano fare cinema con la stessa passione con cui vogliono farlo loro oggi, 65 anni dopo. Fino all’ultimo respiro resta il prototipo di ciò che dovrebbe essere un film indipendente: un’opera che rompe le regole e si rivolge a un pubblico nuovo che non sa nemmeno di volere quel tipo di racconto”.


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