La serie Spider-Noir, prodotta da Amazon MGM Studios, distribuita su Prime Video dal 27 maggio con tutti gli otto episodi, rappresenta qualcosa di davvero interessante e in controtendenza rispetto all’andamento dell’audiovisivo in tema supereroistico.
Ecco i 5 buoni motivi per vederla:
1. “Noir” feat. “Super Poteri”
Finalmente un’opera che non si limita a omaggiare, ma entra con tutte le scarpe in quello che non è soltanto un genere, ma anche un intero linguaggio. In questo Spider-noir c’è l’uso puro del noir hard-boiled, con tutti i suoi canoni e le sue trovate, i suoi tempi e i vari stili visivi classici, senza rinunciare a un tocco di ironia e charme che richiama coerentemente un certo cinema degli anni ’30-’50. Dalla dark lady al carattere disilluso del protagonista, dall’indagine piena di ostacoli tra mazzette e doppi giochi alla sporcizia delle strade, dalle inquadrature sbilenche ai cappotti e ai cilindri. E soprattutto, dalle luci “sparaflashate” ai tagli che lasciano spazio all’oscurità. Se tutto questo lo abbiniamo a un universo di eroi e mutanti che devono preoccuparsi soprattutto di sopravvivere e di come usare i loro grandi poteri con responsabilità, senza le immancabili storie d’amore impossibili e i rapporti con malavitosi e politici corrotti, otteniamo un prodotto solido, interessante e intrattenente.
2. Bianco e nero
Parliamoci chiaro: l’idea di adottare il bianco e nero come scelta stilistica primaria — voluta e cercata, in omaggio al cinema classico americano e non, dagli anni ’20 ai ’50 — non è cosa da poco. I creatori hanno messo a disposizione dello spettatore anche una versione a colori della miniserie, ricordando però che si tratta di una scelta successiva e secondaria, mentre fotografia e color correction sono state pensate prima di tutto per omaggiare film che vanno da La fiamma del peccato a L’infernale Quinlan, da Il grande caldo a Il terzo uomo. Si vuole dimostrare che il tabù del bianco e nero come qualcosa di vecchio e lontano dalla qualità e dall’intrattenimento per un pubblico generalista, giovane e odierno può essere superato. E magari con questo esperimento si passerà anche a rivisitare i capolavori del passato.
3. Cast esperto e ottimi comprimari
Per omaggiare il noir hard-boiled degli anni passati, il protagonista era spesso un attore di grande espressività, di formazione teatrale, alla vecchia maniera, quindi anche un po’ più maturo. Qui si mantiene questa linea: Nicolas Cage non è giovanissimo e forse è un po’ oltre il ritratto di uno Spiderman credibile se visto in chiave tradizionale, ma poco importa. È davvero superbo, magnetico, emotivo, tenebroso; quando serve, la sua follia, la sua ironia e la sua gestualità riempiono lo schermo e muovono la storia tanto quanto il montaggio o i dialoghi. Impressionante, vista la natura iniziale del progetto e il rischio insito. Sarebbe riduttivo dire qualcosa di più di “immenso” per Brendan Gleeson, capace di lavorare per sottrazione, di essere glaciale e di incutere paura con un solo sguardo, nel ruolo del boss Silvermane. Notevole la forza espressiva e la presenza scenica di Li Jun Li, una dark lady che non è solo tale. Da menzionare anche le ottime spalle Karen Rodriguez e Lamorne Morris, rispettivamente nei panni della segretaria e dell’amico giornalista, che con la loro vena comica riescono a portare sottilmente sul tavolo temi sociali importanti. E comunque Cage è anche in azione, non solo alla scrivania.
4. Ben Reilly e il suo universo indipendente
Al centro di questa operazione ci sono idee molto chiare. Una di queste è puntare su una storia autonoma, senza collegamenti indispensabili a universi condivisi (vedi il sistema MCU). Che sia per logiche produttive o di diritti, noi ringraziamo: questo microcosmo è così caratteristico e ricco di potenziale da poter diventare un’interpretazione unica e espandibile, ma sempre autonoma e godibile. Lo dimostrano anche alcuni fumetti, tra cui quelli disegnati da Carmine Di Giandomenico.
Ben Reilly è un alter ego di Peter Parker, con una storia simile ma diversa, unica, giustamente radicata al contesto storico di riferimento: un’America ancora in crisi dal ‘29, post guerra, immersa in povertà e proibizionismo. E beve whisky. È ben diverso da un adolescente anni ‘80-’90-’00 che deve risolvere i suoi problemi...
5. L’intreccio e lo spirito
L’intreccio è l’elemento che connette tutte le storie. Qui collega anche le qualità introdotte nei punti precedenti. Non si tratta di una trama eccessivamente complessa, ma l’intreccio narrativo è ben strutturato e gioca con i cliché come una sorta di enciclopedia in continuo rinnovamento, capace di sorprendere qua e là. Pur non avendo le idee migliori del secolo, funziona: è ben diretta, raccordata e montata, con un montaggio narrativo che rivela un ottimo livello di scrittura. Starà a voi capire se c’è anima o meno, ma gli sguardi di Cage e di Li Jun Li sono un ottimo punto di partenza.