| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Gran Bretagna, Francia |
| Durata | 85 minuti |
| Regia di | Yves Montmayeur |
| Attori | Guillermo Del Toro . |
| Uscita | giovedì 15 gennaio 2026 |
| Distribuzione | Ahora! Film |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 15 gennaio 2026
Il regista Guillermo del Toro percorre un labirinto tra ricordi d'infanzia, miti culturali e mostri per svelare le origini dei suoi film visionari.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nella città dov'è nato, Guadalajara, in Messico, in occasione di una mostra che riunisce la sua collezione di memorabilia dell'orrore, chiamata "En casa con mis monstruos", cioè "A casa coi miei mostri", il regista Guillermo del Toro illustra le origini e le ragioni della sua poetica. I film sono solo una parte del suo vasto immaginario legato al mondo del sogno e dell'incubo, al surrealismo di Buñuel e al cinema dell'orrore, dalle sue origini nel muto a Terence Fisher, Tod Browning, George Romero e David Cronenberg. Un viaggio nel labirinto del regista messicano, accompagnati da oscuri e splendidi tesori e dalle immagini dei suoi film.
«Un labirinto», dice Del Toro, «è un luogo dove ci si scopre, una specie di pellegrinaggio. Invece di andare da punto A a un punto B, in un labirinto cammino, penso, prego. È un enigma spirituale, un modo per riconnettersi con sé stessi».
L'esposizione attorno a cui ruota il film diretto da Yves Montmayeur e presentato all'ultima Mostra di Venezia, non è un'autobiografia, dice ancora Del Toro, ma piuttosto il ritorno a un tempo e un posto. A Guadalajara, dove il regista è cresciuto, e soprattutto alla casa della nonna, che era solita accompagnare lui e la sorella alla tradizionale Fiesta de los muertos, momento culminante della vita di una città segnata dal legame con l'aldilà, con la morte, con la presenza di spiriti che evocano anche la decomposizione della loro carne.
L'immaginario di Guillermo del Toro, che è rimasto legatissimo alle sue origini messicane nonostante da anni viva e lavori a Hollywood, è dunque imbevuto di cultura dell'orrore, terrificante e affascinante insieme. Al suo interlocutore ricorda della paura e dell'attrazione, da bambino, per una fotografia che mostrava un suo coetaneo morto, o le prove di strangolamento della sorella travestito da Lon Chaney.
Educato dai gesuiti come Buñuel, Del Toro vede proprio nel regista spagnolo - che negli anni '40 e '50 lavorò in Messico dando un contributo fondamentale all'evoluzione della cinematografia del Paese - il suo maestro ideale: nel rapporto tra il movimento delle nuvole e quello del rasoio nel celeberrimo inizio di Un chien andalou, dice del Toro, non c'è nulla da spiegare o capire, ma solo da osservare. «Potremmo parlarne per ore, ma l'essenza rimarrebbe inesplicabile e insieme evidente».
Nutrendosi anche di tonnellate di cultura popolare, fumetti, film di ogni epoca, romanzi e canzoni popolari, la poetica di del Toro, nato nel 1964 e rimasto a vivere e lavorare in patria fino alla fine dei '90, ha finito per riunire una miriade di fonti e riferimenti: dai complessi marchingegni artigianali e dai cabinet de merveilles esposti in mostra (e usati poi come fonte d'ispirazione) alle riviste collezionate dalla nonna, dai disegni dal gusto macabro all'esplorazione del mostruoso attraverso le immagini di pittori, fotografi e registi amati.
Una commistione che si ritrova anche nei suoi film, che da La spina del diavolo (2001) a Hellboy (2004), da Il labirinto del fauno (2006) a La fiera delle illusioni (2021), fondono ghost story, guerra civile, fascismo, capitalismo, fantasia, letteratura classica, graphic novel... Il mostruoso, dice, non è nel corpo ma nella mente e nel cuore, e dunque anche i suoi personaggi più spaventosi esprimono la medesima commistione di umori ed emozioni, di fascino e terrore. È per questo, del resto, che il film di Montmayeur si apre con le sue due creature più belle (e ovviamente inquietanti): il fauno e l'orrido uomo con gli occhi nel palmo delle mani da Il labirinto del fauno, il suo capolavoro.
Sangre del Toro porta così nell'immaginario (meglio, nel labirinto) di un regista visionario (quando non vittima della macchina hollywoodiana a cui si è votato - parere di chi scrive) e di un appassionato collezionista. Di oggetti, certo, come quelli magnifici esposti a Guadalajara; di immagini, anche, come quelle che il documentario raccoglie (e alcune soluzioni visive di La fiera delle illusioni, come la creatura ragno o il cilindro rotante, sono davvero splendide); e pure di luoghi, come l'Hospicio Cabañas di Guadalajara, ex orfanotrofio dagli affreschi coloratissimi e spaventosi.
Soprattutto, però, Guillermo del Toro appare come un collezionista di ricordi, di emozioni, di suggestioni, a cui da una vita intera cerca di dare forma, colore, movimento, corpo.
Guillermo del Toro attraversa gli 85 minuti del documentario del francese Yves Montmayeur con la leggerezza di una creatura alata dentro l'incantesimo di stanze concentriche zeppe di statue digrignanti e scheletriche, i suoi cari mostri. L'esposizione En casa con mis monstruos a Guadalajara del 2019, al centro del film, ha esordito nel 2016 al museo LACMA di Los Angeles (At Home with Monsters), e lì [...] Vai alla recensione »