Diego AbatantuonoUn terrunciello eccezzziunale veramente!54 anni, 20 Maggio 1955 (Toro), Milano (Italia) |
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dal film Mediterraneo (1991)
Diego Abatantuono è Il sergente Lo Russo
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All'inizio della sua carriera era un caratterista, cui affidavano spesso e volentieri, il ruolo dell'immigrato meridionale che viveva e lavorava al Nord, un personaggio che potrebbe benissimo essere il perfetto marito della Sconsolata interpretata da Anna Maria Barbera. Poi la sua carriera è cambiata, la sua macchietta è piaciuta così tanto da essere promossa in serie A e il suo interprete, Diego Abatantuono, l'ha seguita sulle orme del successo, immergendo tutti noi in quelle storie ambientate nel "colorato mondo" di Milano, con un linguaggio che ha fatto scuola e che ancora oggi è imitatissimo dai comici nascenti. Succede però che, essendo macchiette, i personaggi portati in vita in televisione, teatro e cinema si estendano a "macchia d'olio" e facciano annegare persino chi li incarna. Abatantuono, ha deciso così di liberarsi del suo scomodo alter ego e ha preferito esprimere la propria creatività e la propria arte in altre circostanze, altri territori, anche quelli drammatici con un risultato gradevole e soddisfacente sotto ogni punto di vista.
L'esordio al Derby, l'emblema del cabaret
Nato e cresciuto nel quartiere milanese del Giambellino (il suo amico d'infanzia è il giornalista Enrico Mentana), figlio di un calzolaio pugliese e di un'addetta al guardaroba del Derby (il tempio del cabaret italiano), che era di proprietà degli zii di Diego, comincia a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo proprio dentro quelle mura. All'inizio è semplicemente un addetto alle luci, poi passa a direttore di scena e infine si presenta lui stesso sul palco, assieme ad artisti come Massimo Boldi, Teo Teocoli, Enzo Jannacci e, soprattutto, i Gatti di Vicolo Miracoli, riuscendo a imporsi all'attenzione del pubblico con il personaggio del "terrunciello": immigrato pugliese trapiantato al Nord.
Diego nella grande famiglia Vanzina
Comincia ad andare in giro per l'Italia e a frequentare i piccoli o grandi palchi sui quali si esibisce, il personaggio gli porta fortuna: Romolo Guerrieri lo fa esordire sul grande schermo con Liberi armati pericolosi (1976), accanto a Eleonora Giorgi, altra star in ascesa in quegli anni. Conosce Renato Pozzetto e, grazie all'amicizia con Massimo Boldi, entra nella commedia Saxofone (1978). Dopo una serie di piccole apparizioni in televisione e il rinnovato impegno negli spettacoli di cabaret, si trasferisce a Roma ed entra in contatto con la famiglia Vanzina. Steno, in particolare, sarà il primo membro della famiglia a dirigerlo in Fico d'India (1980), con Pozzetto, cui seguiranno Il tango della gelosia (1981) con Monica Vitti e Sballato gasato completamente fuso (1982). Il passo dall'ormai tramontato Steno al più albeggiante Neri Parenti, è brevissimo. Infatti eccolo apparire nella parte del panettiere volgare (probabile amante della moglie Pina) in Fantozzi contro tutti (1980), ennesima caricatura del suo personaggio terrone. Rispondono i fratelli Vanzina, e in particolare Carlo che, dietro scrittura del fratello Enrico, dirigerà Diego Abatantuono in: Arrivano i gatti (1980), Una vacanza bestiale (1980), I fichissimi (1981) e soprattutto il cult Eccezzziunale… veramente (1982), all'interno del quale si triplicherà in ruoli diversi, ricoprendo anche la parte di sceneggiatore.
Grande amico di Ugo Bologna, lavora accanto alla rimpianta Laura Antonelli in Viuulentemente… mia (1982) e a Isabella Ferrari ne Il ras di quartiere (1983), sempre dei Vanzina. Ma la maschera che indossa ormai lo stanca e decide di abbandonare tutto, dedicandosi al teatro con un discreto successo. Continua a vagare nei territori della commedia italiana grazie a Renzo Arbore, Castellano & Pipolo (con l'irresistibile mago di Segrate del Grand Hotel Excelsior o con il cult Attila, flagello di Dio).
Riscoprendo l'arte drammatica con Avati e Salvatores
La svolta arriva grazie a Pupi Avati che lo estirpa dai territori comici e della risata facile e gli fa indossare panni più malinconici nel drammatico Regalo di Natale (1986), dove Diego è uno dei cinque amici che partecipano alla partita di poker-regolamento di conti. Ruolo che fra l'altro gli farà vincere un meritato Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista. Sdoganato dalla comicità, continua a lavorare con Avati in Ultimo minuto (1987) con Ugo Tognazzi, Il testimone dello sposo (1998) e il sequel di Regalo di Natale, La rivincita di Natale (2004), a ben diciassette anni dall'originale. Ma non solo Avati a sostenerlo in questo cambio di registro, molta influenza e importanza avrà Gabriele Salvatores, il quale lo inserirà prima in Kamikazen – Ultima notte a Milano (1987), Marrakech Express (1989) e Turné (1990) e poi lo farà protagonista dei fasti di Mediterraneo (1991), pellicola premio Oscar come miglior film straniero, nel ruolo di uno degli otto soldati del Regio Esercito Italiano che nel 1941 sono mandati a presidiare un'isoletta greca dell'Egeo. Salvatores ce lo riproporrà ancora come protagonista di Puerto Escondido commedia-gialla (del quale sarà anche sceneggiatore) che gli permetterà di vincere il Nastro d'Argento come miglior attore.
Nei territori del giallo lo vedono bene anche i telespettatori che lo apprezzano nel ruolo del commissario Corso, nella serie omonima di Alberto Sironi, poi passa a Giuseppe Bertolucci (Strana la vita e I cammelli). Nonostante la sua presenza in film d'essai, compie un perfetto gioco d'equilibrio anche nelle commedie: difficile non sorridere di lui nel film tv La moglie ingenua e il marito malato (1989) di Mario Monicelli o nel cinepanettone Vacanze di Natale '90 (1990) di Enrico Oldoini. Marco Risi, Daniele Luchetti, Giovanni Veronesi, Carlo Mazzacurati e Simona Izzo sono, invece, le nuove generazioni di registi che usano Diego per le loro commedie o per i loro film drammatici all'interno dei quali sarà un marito, ma perfino il padre più santo del mondo: San Giuseppe, il padre putativo di Gesù Cristo. Alla fine degli anni Novanta ritrova Salvatores, il quale lo dirige in Nirvana (1997) e Amnèsia (2002), ma rimane in stato di grazia il ruolo del cattivo milanese Sergio nel film Io non ho paura (2003), crudele sequestratore di bambini che gli fa vincere il terzo Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista.
Una carriera da rivivere
E dopo un ruolo così intenso, è d'obbligo passare a pellicole più leggere: Paparazzi (1998), Tifosi (1999) e Matrimoni (1998) di Cristina Comencini. Dopo Figli di Annibale (1998) di Davide Ferrario, all'inizio del nuovo Millennio viene diretto dal grande Ettore Scola in Concorrenza sleale (2001). Poi passa all'ideazione e alla conduzione di programmi televisivi sul cabaret come Colorado Café Live, riabbracciando i tre ruoli di Eccezzziunale veramente con Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… Me (2006) di Carlo Vanzina. E sembra veramente un percorso ciclico quello di Abatantuono che ritorna ad Avati con La cena per farli conoscere (2007), facendosi apprezzare sul piccolo schermo nei panni de Il Giudice Mastrangelo (2005-2007), del quale è protagonista insieme ad Amanda Sandrelli ed Alessia Marcuzzi. Risponde alla chiamata di Mimmo Calopresti che lo vuole ne L'abbuffata, una storia sul sogno del cinema per tre giovani ragazzi del profondo Sud che si scontrano con una realtà che con i sogni ha ben poco a che fare. Riprende per un attimo lo stereotipo "eccezionale" degli esordi, plasmato dai fratelli Vanzina, per la pellicola 2061 – Un anno eccezionale, ma torna presto alla commedia all'italiana per eccellenza nel film di Enrico Oldoini, I mostri oggi, che si propone come il terzo capitolo di una saga battezzata da Dino Risi nel 1963 con I mostri e proseguita nel 1977 con I nuovi mostri dal trio Risi-Monicelli-Scola. Nel 2009 ritorna accanto a Pupi Avati, quel regista capace di cucirgli addosso una maschera drammatica, che lo vuole nel film corale Gli amici del Bar Margherita, sguardo autobiografico sui favolosi anni '50.
Messe via le avventure del "terrunciello" più famoso d'Italia, oggi di Diego Abatantuono si riscopre la sua essenza più vera, quella che, attraversando dinamiche di commedia e dramma, si denota di malinconie, sofferenze, sfaccettature solari e autoironiche.
David di Donatello 2004
Nastri d'Argento 1993
Nastri d'Argento 1987
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Happy Family
Genere Commedia, - Italia 2010. Uscita 26/03/2010. |
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Il cabaret, i primi film comici poi la scoperta dell'arte drammatica o, meglio, di come spesso l'amaro della vita vada insaporito con un sorriso o una battuta scanzonata. Diego Abatantuono ha vissuto un curioso sdoganamento: è passato dai film di Vanzina al premio Oscar con Salvatores. La sua è una sorta di duplice esistenza professionale: continua a cercare ruoli drammatici ma non disdegna, anzi, di proporsi così come molti hanno imparato a conoscerlo e ad amarlo nei suoi inizi: demenziale, capace di inventarsi un proprio linguaggio, un dialetto interregionale sconclusionato che ancora oggi comici di tutte le latitudini e tutte le estrazioni culturali provano a riproporre.
Così il "cento pe' cento milanese" che spiegava come "se c'ho l'accento che c'ho, lo tengo perché fa rustico" imperversa tra tv e cinema proponendo la sua chiave di lettura dell'esistenza, incontrando gli amici di una volta come Oldoini per una rivisitazione di un classico della commedia all'italiana con I mostri oggi oppure l'agrodolce dei ricordi di infanzia del suo amico Pupi Avati, che lo ha voluto di nuovo dopo La cena per farli conoscere per il film fortemente autobiografico Gli amici del bar Margherita.
Ha fatto quasi quaranta film in quarant'anni, eppure il materiale a Pupi Avati sembra non mancare mai. Quello migliore ce l'ha nascosto in casa, nel baule delle cose vecchie, dei ricordi da bar. Da lì ha estratto Gli amici del Bar Margherita, dalle memorie di quando era sedicenne e sognava di poter avere un soprannome e un posto al tavolo del biliardo vicino ai suoi eroi. Quelli, tra gli altri, come Al, il duro del quartiere, come Manuelo, il "linfomane" o come Gian, che è andato a Sanremo per cantare anche se non l'avevano chiamato. Quelli che oggi hanno hanno le facce di Diego Abatantuono, Luigi Lo Cascio e Fabio De Luigi.
Dopo una serie di film "usa e getta" da dimenticare appena visti (l'ultimo è La fidanzata di papà), Enrico Oldoini raccoglie l'eredità di Age e Scarpelli e la loro Italia rampante, cinica e amorale. Aggiornando la commedia italiana del boom anni Sessanta, il regista ligure si confronta con le commedie "a episodi" più riuscite dell'epoca (I Mostri e I nuovi mostri) per scovare nell'Italia del quarto governo Berlusconi i nuovi(ssimi) mostri. Terzo capitolo in sedici episodi e sei attori protagonisti (Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Giorgio Panariello, Carlo Buccirosso, Angela Finocchiaro e Sabrina Ferilli) in azione tra Roma, Milano e Napoli. Senza la finezza del linguaggio e dei ritratti al vetriolo, firmati dal bresciano Age e dal romano Scarpelli, Oldoini e compagni provano a raccontare le mostruose perversioni dell'italiano contemporaneo e a demolirne le storture sociali, i privilegi e le ipocrisie. A Roma per presentare il loro film, regista e attori ci confessano la cattiveria dei mostri oggi.
A poco più di settant'anni, Pupi Avati procede a quei ritmi produttivi serratissimi cui solo i grandi vecchi del cinema paiono adeguarsi. Come Woody Allen, Clint Eastwood o Manoel De Oliveira, Avati gira in media più di un film all'anno, accompagnando da qualche tempo l'uscita di ognuno di questi con un romanzo tradotto dalla relativa sceneggiatura. Forse uno dei motivi di tanta prolificità sta nelle dimensioni del suo cinema, “piccolo” quasi per definizione. Come “piccolo” è anche il figlio al quale dedica il suo ultimo film, nuovo capitolo di un indagine sulle forme di paternità ma primo in assoluto che guardi con un certo interesse alla realtà italiana e un atteggiamento fortemente critico ai suoi più recenti costumi. Il figlio più piccolo si conferma un piccolo film, nelle dimensioni e nello sguardo, anche se con i grandi obiettivi della critica sociale. Tuttavia, “grandi” sono gli attori che mette in scena, a cominciare da Christian De Sica, ennesima scommessa avatiana di corpo comico che si fa tragico, capace di trasformarsi da italiano medio in vacanza in furbetto del quartierino miserabile, amorale ed estremamente fragile. Oltre a lui e alle conferme di Laura Morante e Luca Zingaretti, la scoperta del “figlio più piccolo” Nicola Nocella, anima candida innamorata di cinema splatter su cui Avati investe il suo elogio della purezza e dell'ingenuità per salvare un'Italia esibizionista e volgare.
Un nuovo film sulla famiglia?
Pupi Avati: Questo è il terzo film in cui mi concentro sulla figura di un padre. Il primo è stato il padre impenitente Diego Abatantuono di La cena per farli conoscere, padre di tre figlie avute con tre madri diverse con le quali si mette contatto solo in seguito ad una profonda crisi personale. Il secondo padre è il Silvio Orlando de Il papà di Giovanna che è al contrario un padre iper-protettivo, che condiziona la vita della figlia imponendole un ideale di felicità e portandola ad un atto infelice ed estremo come un omicidio. Il terzo padre è il più indecente di tutti, il più infame. Chi conosce i miei film sa che non ho mai fatto un cinema di denuncia, perché non mi piace puntare il dito contro la gente, penso che ognuno debba saper prima giudicare se stesso. Ma il presente di questi ultimi tempi è diventato veramente indecente, perfino per una persona moderata come me. Non parlo solo della politica, che è l'ambito contro cui è più facile scagliarsi in modo un po' qualunquistico. Parlo di tutti gli ambiti in cui domina la volgarità, l'assioma che sei quello che hai, i rapporti interpersonali e una scorrettezza praticata in modo sistematico solo per raggiungere uno specifico fine. È questo universo che porta anche una persona come me a insorgere. E senza nessun secondo fine, senza nessuna ragione specifica cerco di ricandidare l'innocenza più “cogliona”, quella più disarmante. In questa forma, in questo scontro-incontro fra una madre e un figlio che si somigliano nel loro praticare con convinzione l'ingenuità, vedo un modo per poter resettare, per ricominciare da capo. Vorrei ritrovare nella gente lo sguardo che apparteneva a Nik Novecento, senza vergognarsi dell'innocenza, del candore, dell'altruismo. Vorrei frequentare solo persone così, solo persone che credono nei sogni e nelle cose impossibili e cancellare dalla mia interlocuzione tutti gli altri. Proprio per questo motivo credo che d'ora in avanti mi occuperò quasi esclusivamente del presente, perché trovo sia davvero molto preoccupante e necessiti di una certa sorveglianza e attenzione.
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