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![]() ti droghi per giocare a calcetto con tuo figlio e prendi il viagra per farti le sue amiche
dal film Amore, bugie e calcetto (2007)
Claudio Bisio è Vittorio
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Non è un comico, è un attore. Non è un film, non è un palco: è una vita. Colui di cui parliamo non è un attore relegato nei soliti generi, ma un interprete che ha speso tutta la sua vita a creare qualcosa di contaminato fra teatro, cinema, musica e televisione. Da ragazzo era un combattente appassionato, oggi è uno dei capolavori del nostro cinema, uno dei più grandi attori della settima arte italiana che, però, sembra volerlo relegare in una facile catalogazione (ahinoi)! Eppure nei suoi occhi si nasconde la magia della bellezza e dell'emozione, nella sua voce dura e intensa si cela quel magnifico filo rosso che lo fa correre e saltare dal palco al set, unendoli in un unico piano. Diversi personaggi, diverse storie ma, sempre, l'intreccio tra ironia recitativa e passione civile. La base grazie alla quale ha costituito il senso della sua vita. Claudio Bisio è un uomo che ama l'esistenza (non soffre della sindrome del pagliaccio triste, grazie a Dio). Gli piace la libertà, quella di tutti, quella per la quale da ragazzo aveva scelto di difendere nelle contestazioni del '68 e alla quale ancora oggi rende omaggio.
Un'esplosione di comicità fin dalla nascita
La vita di Claudio Bisio comincia già con il piede sbagliato, per difficoltà nel parto, nasce con il cordone ombelicale attorno al collo che rischia di strangolarlo (motivo che lo spingerà a non usare cravatte né colletti abbottonati, come ammette ironicamente lui stesso). Trascorre i primi mesi di vita nel paese piemontese di Novi Ligure, poi la sua famiglia si trasferisce a Milano dove, con l'arrivo del '68 e delle contestazioni giovanili, lascia lo studio in arti figurative per dedicarsi alla politica. Cintura marrone di arti marziali, quando sta preparando l'esame per cintura nera, arriva il servizio militare obbligatorio che lo condurrà a Macomer, in Sardegna. Con il rientro a Milano, prende la decisione di girare il mondo e finalmente trova la sua strada: il teatro. Senza grandi aspettative prepara la prova d'esame per l'ammissione alla civica scuola del Piccolo teatro di Milano, portando un brano tratto da "Look back in anger" di John Osborne e cantando al pianoforte "Vedrai vedrai" di Luigi Tenco. Le sue performances raggiungono i risultati sperati e viene ammesso. Così, negli anni a venire, affronterà Brecht, Pirandello, Feydeau, Shakespeare, Dostojevski, ma soprattutto il musical trasgressivo "The Rocky Horror Picture Show".
Il Bisio sconosciuto degli esordi teatrali
La sua attività teatrale proseguirà con "Amor giovane, amor vecchio", "Antigone" di Sofocle, "La mosca", poi entra nel Teatro dell'Elfo a opera del regista Gabriele Salvatores (che lo aveva notato in una replica del "Rocky Horror") che gli affiderà anche una parte nel cinematografico Sogno di una notte d'estate (1983) da lui diretta, con la partecipazione di Flavio Bucci, Erika Blanc, Luca Barbareschi, Alessandro Haber e la cantante Gianna Nannini. Dal loro sodalizio artistico nasce una profonda amicizia che li condurrà a lavorare gomito a gomito sul palcoscenico ne "Nemico di classe", "Amanti", "Comedians", "Ubu re" e "Cid", ma che lo indurrà a spingersi nei primi approcci alla macchina da presa con i cortometraggi "Film Fetore", "Beneath the death" e "Incubi catodici". Si dà perfino al cabaret (genere teatrale di cui diverrà presto re), in coppia con l'attore Antonio Catania al mitico Derby Club, tempio e fucina di tutti i talenti comici italiani.
Risi, Monicelli e Bertolucci per cominciare
A metà degli anni Ottanta, la sua carriera si intreccia alternativamente fra palco e set. Nel primo, con la collaborazione dei drammaturghi Edoardo Erba e Roberto Traverso, mette in scena "Black out", "Un cm ogni 80 battiti" e "Favola calda", e la visibilità acquistata spingerà il premio Nobel Dario Fo a proporgli la partecipazione in una riedizione de "Morte accidentale di un anarchico", nonché a diventare il vero e proprio padrone di casa in un altro storico locale del cabaret italiano, lo Zelig. Mentre nel secondo, si metterà in luce diretto da Dino Risi ne Scemo di guerra (1985), Mario Monicelli ne I picari (1987), Strana la vita (1987) e I cammelli (1988) entrambi di Giuseppe Bertolucci. Cinematograficamente, sarà così compagno di set dei grandi nomi della commedia: Bernard Blier, Beppe Grillo, Monica Guerritore, Diego Abatantuono, Lina Sastri, Amanda Sandrelli, Massimo Venturiello, Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Ugo Conti e come non citare i pilastri Manfredi, Montesano, Giannini, Gassman e il collega e amico Hendel?
Il lungo sodalizio con Salvatores
La sua carriera filmica avanza diretta da Salvatores nelle pellicole Kamikazen - Ultima notte a Milano (1987) e Turné (1990), mentre a teatro porta "Café Procope", "Faust" e dall'incontro con Rocco Tanica, "Guglielma" e "Aspettando Godo". La conquista del tubo catodico è invece più lenta. Fra il 1988 e il 1990 partecipa al programma "Una notte all'Odeon" e poi entra nel cast della serie televisiva "Zanzibar", plurireplicata. Appare anche nel videoclip "Megu megun" di Fabrizio De Andrè e canta lui stesso la canzone "Rapput" nel 1991.
Mediterraneo (1991), Puerto Escondido (1992) e Sud (1993) sono i primi film (tutti con la regia di Salvatores) dei ruggenti anni Novanta, seppur continua a furoreggiare in teatro ("Le nuove mirabolanti avventure di Walter Ego", "Tersa Repubblica", "Gritistizz" e "Random") e in televisione ("Cielito lindo" e "Striscia la notizia"). Dimostra di essere anche un ottimo scrittore comico firmando "Romanzo d'appendicite", "La toga di Sara", "Quella vacca di Nonna Papera" e "Prima comunella poi comunismo", collaborando fra l'altro con Smemoranda.
Testimonial della Mayò, dell'Eni, Seat Pagine gialle, torna al cinema diretto per l'ennesima volta dall'amico Salvatores nel fantascientifico Nirvana (1996), ma anche da Rosi (La tregua, 1997) e Grimaldi (Asini, 1997, del quale è anche sceneggiatore). Non abbandona né il teatro né la televisione. Anzi, dall'incontro con l'autore Daniel Pennac nascerà "Monsieur Malaussène", mentre per le Reti Mediaset sarà il conduttore de "Facciamo cabaret", "Mai dire gol", "Teatro 18", "Le iene show", ma principalmente dell'edizione televisiva di "Zelig", che poi si protrarrà nelle costole "Zelig Off" e "Zelig Circus", accanto a Michelle Hunziker e Vanessa Incontrada.
Con il Duemila è ancora sul palco con "La buona novella", "Appunti di viaggio", "I bambini sono di sinistra", "Grazie" e "Coèsi se vi pare", spettacolo a cavallo fra musica e cabaret scritto in collaborazione con la band Elio e le Storie Tese. Al cinema, viene affiancato da Stefania Rocca e il premio Oscar Ernest Borgnine nel noir La cura del gorilla (2005) di Carlo A. Sigon e da Christian De Sica e Fabio De Luigi nel cinepanettone Natale a New York (2006) di Neri Parenti, mentre i più piccoli potranno riconoscere la sua voce come doppiatore nei film d'animazione: Atlantis (2001) L'era glaciale (2002) e il suo sequel, e il politicamente scorretto Terkel (2006).
La commedia in tutte le salse
Il tornado Bisio non si placa: il 2007 è l'anno di due ottime pellicole, prima Amore, bugie e calcetto di Luca Lucini, poi Manuale d'amore 2 (capitoli successivi) in cui Bisio è il dj-narratore che ci introduce all'amore secondo Veronesi, nel nuovo appuntamento con il suo manuale. Dopo la parentesi televisiva nella fiction Mediaset Due imbroglioni e mezzo, accanto alla vecchia amica Sabrina Ferilli, lo ritroviamo agli inizi del 2008 in Si può fare di Giulio Manfredonia, nei panni di un sindacalista infervorato che, gestendo un'associazione di malati di mente, sceglie di reinventare per loro una nuova esistenza. Abbandonando per un attimo un cinema italiano coraggioso come quello di Manfredonia, torna alla commedia all'italiana ne I mostri oggi, dove ritrova due ottimi compagni di set come Diego Abatantuono e Sabrina Ferilli, mostrando in sedici episodi le ipocrisie dell'Italia di oggi, come avevano fatto precedentemente grandi registi come Risi, Monicelli e Scola nei due precedenti episodi "mostruosi". La sua predilezione per i film corali e le storie a puntate viene confermata anche con le commedie dirette da Fausto Brizzi: Ex (2009), Maschi contro Femmine (2010) e Femmine contro Maschi (2011). Nel frattempo Bisio prende parte al fortunatissimo Benvenuti al Sud (2010), remake del francese Giù al Nord diretto da Luca Miniero. L'anno successivo è tra i protagonisti della commedia Bar Sport, di Massimo Martelli e dopo il sequel Benvenuti al Nord - e molte esperienze di doppiaggio di film d'animazione - lo troviamo nella commedia di Riccardo Milani con Kasia Smutniak Benvenuto Presidente!.
Vita privata
Sposato alla press agent Sandra Bonzi, dalla quale ha due figlie, Claudio Bisio è un esploratore del campo artistico a tutto tondo (appassionato com'è di musica e di arte), innamoratissimo del suo mestiere e un vero e proprio orgoglio per il teatro e il cinema italiano. Poco importa se è ancora cintura marrone di arti marziali, il pubblico e la critica gli hanno conferito già da tempo quella nera per la comicità.
David di Donatello 2011
Nastri d'Argento 2011
David di Donatello 2009
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
Manny cambia voce, arriva il nuovo personaggio di Capitan Sbudella e si riconfermano la simpatia di Sid e la sensibilità di Diego. Un mammuth, un bradipo e una tigre in lotta contro la deriva dei continenti (causata dallo sfortunato Scrat) e uno scimmione che fa il pirata in mare aperto. A Lipari, in occasione dell’annuale convention della 20th Century Fox, è stato presentato in anteprima nazionale L’era glaciale 4 in 3D. A introdurre il film sono intervenuti quattro dei doppiatori principali: Pino Insegno che dà la voce a Diego, la tigre dai denti a sciabola, Claudio Bisio, il bradipo Sid e due new entry, Francesco Pannofino nei panni di Capitan Sbudella e Filippo Timi all’esordio come doppiatore di Manny il mammuth (negli episodi precedenti doppiato da Leo Gullotta). Il film, già record di incassi nei trentaquattro paesi in cui è uscito lo scorso fine settimana (80 milioni di dollari in 72 ore), sarà distribuito nelle sale italiane il 28 settembre.
Eravamo state avvertite, ma non siamo state salvate. Dopo aver messo alla berlina i maschi, il team Brizzi-Martani-Bruno-Pulsatilla mette in luce difetti e principali errori delle femmine, tacciate di essere manipolatrici e accusatrici per partito preso. Il secondo capitolo del dittico, Femmine contro Maschi, esce in sala con il logo Medusa, anche e soprattutto perché vede protagonista di una delle tre storie principali il duo comico Ficarra e Picone, che a Medusa è legato da un rapporto di esclusiva. A loro va il grazie più sentito, per aver portato un po’ di buonumore e di leggerezza dentro una commedia che fa un uso ampio di clichés e di opinioni al limite del pregiudiziale. Tiepido l’applauso della platea all’anteprima stampa. Riscaldano l’atmosfera gli attori presenti, molti dei quali comici, dentro e fuori lo schermo.
Si può chiedere al regista quale dei due film preferisce?
Brizzi: Me lo hanno chiesto tutti, ma non risponderò mai, nemmeno sotto tortura. Come sapete i due film sono stati girati contemporaneamente, con un piano di lavorazione mischiato, uno al mattino e uno al pomeriggio o viceversa, per cui faccio fatica a differenziarli, anche se so che nel risultato sono molto diversi: uno più comico e spettacolare e l’altro più tenero e romantico. Paradossalmente Femmine contro Maschi è finito per primo, ma è uscito per secondo.
Con Ex hai iniziato la tua personale rivisitazione della commedia sentimentale, con questo dittico prosegui sulla stessa strada. Dove vuoi arrivare? Qual è il tuo obiettivo?
Brizzi: Voglio continuare a fare film che mi piacciono, avere una lunga carriera e divertirmi. Non voglio fare film drammatici, perché sono il primo ad annoiarmi quando ne vedo uno.
Alla fine dei conti, chi esce meglio dal confronto?
Brizzi: Le femmine. Pulsatilla, nonostante in fase di sceneggiatura fosse una contro tre di noi, ha azzeccato tutti i nostri difetti, non c’era modo di ribattere.
Bisio: Aggiungerei che mi pare che le donne di questo film siano più vere e tridimensionali delle donne che vediamo sui giornali.
Ficarra: La più grande verità del film è che l’obiettivo delle donne è cambiare gli uomini, se avessero l’uomo perfetto non saprebbero cosa farci.
Littizzetto: In realtà è vero che ci innamoriamo dei difetti degli uomini, dei maschi un po’ stronzi e un po’ pirla, poi però li troviamo fastidiosi e viviamo male. Gli uomini, invece, se ne sbattono, fanno la loro strada, e fanno bene. Siamo noi donne che vogliamo per forza tenere insieme tutto, figli, lavoro, e inseguiamo un ideale impossibile.
Il film mette in campo anche la figura della suocera e porta sul grande schermo una protagonista del piccolo: Wilma De Angelis.
Wilma De Angelis: non avevo mai partecipato ad un film prima d’ora. Quando mi hanno chiamato ho accetto per incoscienza, poi mi sono trovata benissimo, mi pareva di sognare. Ad un certo punto ho detto: “Fausto, pizzicami. Così mi sveglio”. Ho visto il film finito per la prima volta ieri sera e ho pianto per l’emozione.
Brizzi: Al nostro primo incontro, pensava che io fossi un inviato di "Scherzi a Parte", che fosse tutto finto, per cui diceva “si” a tutto, ai tempi, ai compensi… Io sono uscito pensando che fosse una pazza, lei si è trovata imbarcata nel progetto.
Il personaggio della Littizzetto “riformatta” le abitudini del marito, approfittando di una sua grave amnesia. Per formattare le donne, invece, cosa ci vorrebbe?
Littizzetto: Non mi piace che delle donne in gamba si dica che hanno “le palle”. Io non ho mai avuto l’invidia del pene. Nostalgia qualche volta, invidia mai.
Solfrizzi: Anch’io penso che seguendo il modello maschile, le donne abbiano perso qualcosa. Gli uomini sono più dediti al gioco, sia esso il calcio o le figurine, ma non credo che per questo debbano essere riformattati. Ci vuole solo più rispetto, che è una cosa che ogni tanto nelle coppie si perde, per colpa del tran-tran quotidiano.
E veniamo a Ficarra e Picone…
Brizzi: La scena del bacio tra Ficarra e la Inaudi è stata girata il primo giorno delle riprese e Ficarra l’ha sbagliata almeno 20 volte, apposta.
Ficarra: Invece Picone con la Autieri ha fatto un solo ciak, buona la prima. E si vantava. Gli ho detto: “ma sei scemo?”
Picone: è vero, ci ho pensato dopo. Sono arrivato impreparato.
Quanto è difficile fare i comici quando la realtà supera la fantasia?
Brizzi: Molto. È per questo, oltre che perché mi interessa di più, che io preferisco parlare di sentimenti piuttosto che di politica o di società.
Picone: Noi registriamo Zelig il martedì e la trasmissione va in onda il venerdì. In quei due giorni in mezzo viviamo nel terrore che la realtà annulli i nostri sforzi.
Littizzetto: Il comico deve ribaltare la realtà, ma se la realtà è già ribaltata devi fare il doppio salto mortale e non sempre ti riesce. Scivolare, diventare offensivi, è un rischio reale, appena dietro l’angolo.
Bisio: Diciamo che la televisione è come fosse un quotidiano e il cinema un libro. Credo che con questo film abbiamo scritto un bel libro.
Nancy Brilli sta diventando un’attrice feticcio di Fausto Brizzi?
Brilli: Ma io dico: la rinascita del cinema italiano non poteva succedere dieci anni fa? Io ho quasi 47 anni e soffro del razzismo verso le attrici della mia età, però Fausto dieci anni fa era in fasce, non si poteva fare. Non so se è così, ma mi piacerebbe molto essere una sua attrice feticcio.
La canzone del film, “Vuoto a perdere”, è stata scritta da Vasco Rossi per Noemi.
Noemi: La canzone dipinge la figura di una donna di grande sostanza, che non ha paura di fare un resoconto della sua vita e dire che, malgrado tutto, l’ha vissuta al massimo. Il video è interpretato da Carla Signoris e Serena Autieri, per la regia di Brizzi stesso.
Medusa e il fatturato record del momento. Reinvestirete? Come?
Letta: Speriamo non sia solo un momento, perché ciè che accade ora è frutto di un impegno cominciato diversi anni fa con gli autori, i produttori, gli attori e le attrici, vale a dire della ricerca di storie di qualità, di un certo tipo e di un certo stile. Da sempre abbiamo reinvestito i risultati principalmente nel cinema italiano e continueremo a farlo. Per avere un listino eterogeneo, che spazi dalla commedia al film di Natale, al film drammatico, dal film comico all’opera prima, quando ci sono dei progetti che ci interessano particolarmente.
Il prossimo progetto di Fausto Brizzi è Sex 3D. Credi davvero nel futuro di questa tecnologia?
Brizzi: Sì, io credo che il 3D tra poco sarà lo standard. Ho appena girato un videoclip e sono entusiasta del risultato. Quello che conta in un film continuerà ad essere la sceneggiatura, il 3D non salva un film che non funziona, ma non ha nemmeno più bisogno di contenuti ad hoc, sarà sempre meno invasivo. Vedremo il cinema che ora vediamo in 2D girato e proiettato in 3D semplicemente perché l’effetto è più bello.
Come il mondo ha due emisferi, ogni singolo paese ha (almeno) un Nord e un Sud. Nelle sue piccole dimensioni, lo stivale italiano riesce a fare anche di meglio in quanto a divisioni interne, ma, nelle linee sia storiche che culturali, si può dire che la differenziazione sia ormai da lungo tempo la stessa: l'operoso, frenetico e nebbioso Nord, contro il solare, rilassato e sanguigno Sud. Adattando a questo schema il "ciclone" francese del comico Dany Boon, che solo tre anni fa con Giù al nord conquistò tutti con una commedia leggera sugli stereotipi relativi all'estrema punta dell'hexagon, Luca Miniero (Incantesimo napoletano, Questa notte è ancora nostra) rilegge l'idea di un direttore delle poste che sogna il trasferimento ma trova solo l'incubo del luogo comune. Se nell'originale i due comici francesi Kad Merad e Dany Boon davano vita a un confronto giocato principalmente sulle incomprensioni linguistiche fra francese e inflessione piccarda, nella versione italica il milanese Claudio Bisio e il campano Alessandro Siani si fronteggiano anche sulle tradizioni, in un contrasto fra la nebbiosa Padania del gorgonzola e delle ronde e la soleggiata rocca di Castellabate dei caffè e del calcio balilla. Con Benvenuti al sud, la storia di Boon, nella sua leggerezza, dimostra di sapersi adattare bene alle varie identità locali e, nel mettere in primo piano i differenti retaggi, confessa l'universalità del suo messaggio e dei valori dell'amicizia e dell'ospitalità.
Perché un remake?
Giampaolo Letta (AD Medusa): Perché quando abbiamo visto l'originale francese abbiamo tutti pensato che fosse un film perfetto per la realtà italiana. Per questo abbiamo acquistato i diritti per un rifacimento prima ancora di distribuire il film in Italia e riscontrare anche da noi il successo di Giù al nord.
Riccardo Tozzi (Cattleya): Ci siamo incontrati a metà strada con la produzione Medusa. Loro è stata l'intuizione di acquistare i diritti del film di Dany Boon, noi della Cattleya abbiamo poi coinvolto Luca Miniero e Massimo Gaudioso per l'adattamento. Inizialmente volevamo che si trattasse di un rifacimento molto personale, ma è stato poi Gaudioso – sceneggiatore, fra vari film, anche di Gomorra - a decidere di tenersi più vicino alla sceneggiatura originale perché si adattava perfettamente anche alla nostra realtà.
Luca Miniero: Fare un remake è un po' come adattare un romanzo, L'originalità non sta tanto nella storia, ma nell'anima che puoi darle. Una storia come quella di Giù al nord si adattava perfettamente alla realtà italiana e alla nostra lunga tradizione della commedia, a cominciare dallo storico viaggio a Milano di Totò, Peppino e la malafemmina. L'importante era direzionare il racconto su altri conflitti culturali. Ad esempio, rispetto al film di Dany Boon, abbiamo cercato di ridurre l'effetto comico relativo al cliché verbale e di giocare più sulle tradizioni e sulle abitudini.
Da attori, come ci si adatta ai cliché?
Alessandro Siani: Rispetto alla sceneggiatura, c'è stata data molta possibilità di improvvisare e modificare alcune cose. Ad esempio, ho chiesto di cambiare il nome del mio personaggio da Ciro a Mattia, perché non sembrasse troppo stereotipato. Inoltre, in alcune scene abbiamo discusso su come lavorare sulla parlata e sui modi di presentare i personaggi affinché il luogo comune facesse emergere sempre l'umanità dei personaggi anziché solo il cliché. E soprattutto abbiamo cercato di evitare la rappresentazione del sud che vediamo in televisione, dove si vedono sempre cinque persone in motorino e i panni stesi sullo sfondo. Ma quei panni non asciugano mai?
Valentina Lodovini: Da toscana, per me è stato più anomalo degli altri adattarmi all'idea del cliché e interpretare una ragazza del sud. Tuttavia, mi sono divertita più a giocare con lo stereotipo del ruolo della donna che con quello campano. Nel film, sono l'unica donna di questo gruppo strampalato, una ragazza saggia e sicura di sé che vuole riconquistare il proprio uomo e fargli superare una sorta di complesso di Edipo.
Claudio Bisio: Ho visto Giù al nord da spettatore prima ancora di essere coinvolto in questo progetto e la prima cosa che ho pensato è stata in effetti perché non ci abbiamo pensato prima noi? I conflitti geo-culturali non esistono certamente solo in Francia, anzi, direi forse che da noi in Italia sono pure troppo forti. I nostri conflitti spesso infatti non si limitano al puro folklore, ma contaminano anche la politica e l'intera identità dell'Italia. L'idea forte del film per me era quella di mostrare questi conflitti irrisolti navigando sul filo della commedia. Non era quindi importante mostrare i discorsi di Bossi alla tv o la spazzatura di Napoli, ma far apprezzare un messaggio sul valore della diversità. Il mio personaggio e sua moglie sono in sostanza due persone ignoranti nel senso di due persone che ignorano completamente la diversità di luoghi, culture e usanze. Non si tratta di persone cattive, ma di persone che devono ancora comprendere e imparare l'importanza della diversità. Io stesso, per esempio, non conoscevo affatto il Cilento, pur avendo girato spesso in Campania. In questo senso, spero sia un film che stimoli delle curiosità e che mi piacerebbe vedessero in tanti, anche chi viene bonariamente "deriso" nel film, sia del nord che del sud.
Angela Finocchiaro: In realtà, messo a confronto con un nord come quello della Germania o della Scandinavia, ci rendiamo conto che nel "nostro" nord non c'è poi tanto motivo per fare i galletti. Il mio personaggio è a tutti gli effetti una persona ignorante: una personcina piccola ed egoista che purtroppo rappresenta molto bene sia una parte di me che di tanta altra gente. È la tipica rappresentante di una cultura di chiusura che guarda solo al proprio piccolo orto e che non usa la tradizione per guardare al futuro ma per chiudersi nelle proprie abitudini.
Come avete scelto la location?
Luca Miniero: Il Cilento è stato scelto in quanto presenza scenografica straordinaria, ma anche perché i suoi paesi sono realtà di periferia estremamente virtuose e con una forte umanità. Il paese si mostra con un'identità molto diversa rispetto a Napoli o altre location. Avevamo infatti l'intenzione di mostrare una zona che potesse dare un'immagine diversa rispetto alla Campania dei telegiornali, della spazzatura e della camorra.
Come avete affrontato i contrasti più attuali?
Luca Miniero: La contrapposizione nord-sud è a livello politico molto recente. Molto più profondo e antico è invece il contrasto culturale, che si esprimeva nello sfottò e molto meno spesso degenerava nell'intolleranza. Quel che è certo è che in tutta Italia vive tuttora un grande senso di appartenenza e un legame forte con le proprie tradizioni; è però l'identità nazionale a farsi però sempre più travagliata. Il film cerca di rendere questa contraddizione puntando soprattutto sui contrasti meno evidenti ed aggressivi. D'altronde, penso che nessuno riesca a essere un leghista 24 ore al giorno e che il conflitto politico si situi a un livello molto più superficiale.
Da venerdì 26 febbraio, in prima serata per Canale 5, con Due imbroglioni e… mezzo! tornano le divertenti avventure di Gina (Sabrina Ferilli) e Lello (Claudio Bisio): i Bonnie e Clyde de noantri, affiancati dal piccolo Nino (Gianluca Grecchi, il Carlo Ferrucci di Raccontami). Non una fiction, ma 4 film (100 minuti ciascuno), a detta del Direttore Fiction Mediaset Giancarlo Scheri, prodotti da Fulvio e Paola Lucisano (padre e figlia) per I.I.F..
Semplice ed equilibrato, delicato e gradevole, il film di Giulio Manfredonia presentato questa mattina al Festival di Roma - e distribuito da Warner nelle sale a partire da domani in cento copie - è stato accolto dalla stampa con un lungo applauso. Nata dalla penna di Fabio Bonifacci (autore del soggetto e della sceneggiatura scritta a quattro mani con il regista), Si può fare è una commedia umana che, senza pretese, ha messo d'accordo tutti i giornalisti. "Perché, ci chiediamo, non è stato presentato in concorso?". "A dire il vero se ne era parlato", ha risposto Manfredonia, ma poi si è deciso così. Non mi ritengo Manoel De Oliveira e quindi va bene lo stesso".
Dopo vagonate di celluloide consumate in nome dell'amore giovanile - da quello "moccioso" a quello prima e dopo gli esami passando per le 'ricercatezze' stilistiche dei Muccino Bros. – è giunto il momento dell'amore un tantino più adulto, quello dai trenta in su e dai cinquanta abbondanti in giù, quello in crisi per via del sesso (quando troppo e quando niente), del lavoro, dei figli che cambiano tutto e non sempre in meglio, dei conti da far quadrare e di quelle interminabili, odiatissime (dal gentil sesso, ovvio), sudatissime ma allo stesso tempo irrinunciabili partite di calcetto del giovedì sera, unico giorno in cui il dio Calcio, quello vero, riposa in pace. Troppo complicato e spinoso sarebbe stato fare un film sullo sport più amato dagli italiani e allora ecco una divertente commedia sentimentale sul suo surrogato di più largo consumo, una sorta di manuale d'amore per uomini (e soprattutto per donne) sull'orlo di una crisi di nervi che usa la brillante metafora del calcetto e la conseguente divisione in ruoli per raccontare tanti modi diversi di vivere la vita di coppia, il sesso, l'amicizia e la vita lavorativa in tempi complicati e sentimentalmente scombinati come quelli odierni. Il calcetto come pretesto per riunire gli uomini di oggi, di diverse generazioni ma dal comune spirito goliardico, un rituale maschile che in questo Amore, bugie e calcetto, diretto dal Luca Lucini di Tre metri sopra il cielo e scritto dal regista insieme al bravo Fabio Bonifacci (Notturno Bus, Lezioni di cioccolato), riesce paradossalmente a raccontare meglio le donne, spesso vere e proprie vittime di fidanzati e mariti 'pallonari', che i diretti interessati.
Per la terza settimana consecutiva il film d'animazione I Croods si riconferma in testa alla classifica dei film più visti al cinema in Italia con un incasso di 1.265.857 euro (per un totale di 9.579.029), ma al secondo posto entra direttamente il film italiano (tratto dall'omonimo romanzo di D'Avenia) Bianca come il latte, rossa come il sangue, con 1.163.036 euro al primo weekend di programmazione. Scende di una posizione Benvenuto presidente!, con Claudio Bisio, che guadagna circa 1 milione e 100 mila euro, mentre al quarto posto troviamo un'altra new entry, il nuovo film di Derek Cianfrance Come un tuono, con un incasso di 832.245 euro.
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