Sophia LorenBenvenuta fra le stelle, SophiaNome: Sofia Villani Scicolone75 anni, 20 Settembre 1934 (Vergine), Roma (Italia) |
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![]() Lo sai che si può diventar ciechi? Chiedilo al viceparroco, e senti quello che ti dice! Ma qual è il viceparroco? Quello mezzo cieco?
dal film Una giornata particolare (1977)
Sophia Loren è Antonietta Tiberi
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Abbiamo ceduto al suo fascino stellare e lei ha ceduto alla sua vera passione per la recitazione e per il cinema. È stato uno scambio equo. Noi le abbiamo donato la bellezza eterna da diva e lei in cambio ci ha resi fieri di essere italiani, facendoci sperare che tutti, persino una povera ragazza nata a Pozzuoli, possano arrivare dove sognano nelle notti più fredde e sotto i bombardamenti americani e tedeschi, ma se credono in loro stessi e solo se vogliono. L'abbiamo vista muovere i suoi primi passi da protagonista, quando truccatissima, cantò con la voce di Renata Tebaldi nel film di Clemente Fracassi Aida (1953). Non ci è bastata, avevamo ancora fame, l'abbiamo struccata e l'abbiamo voluta affiancare a uno dei divi maggiori sotto il fascismo italiano: Vittorio De Sica. Alessandro Blasetti ci aveva visto giusto nel 1954, quando li volle assieme per l'irresistibile commedia Peccato che sia una canaglia e lei, ancora poco sofisticata, ma simpatica, ci ha conquistato e ha conquistato anche il De Sica padre che, arrivato dietro la macchina da presa, non ha più potuto fare a meno di lei. Poi è venuta l'America a portarcela via. Cary Grant ha pensato di sposarsela in Un marito per Cinzia (1958), ma l'esperimento non è andato a gonfie vele, perché il meglio Sophia Loren lo ha dato solo in patria, quando arruffata, impolverata, nervosa ha convinto tutti ne La ciociara (1960) ottenendo il suo primo Premio Oscar. Guai a chi la giudica una pessima attrice! Oltre quelle forme 95-58-95, batte un cuore d'artista. Un cuore artistico che proprio il vecchio De Sica ha saputo risaltare e accalorare, regalandoci scene cult del nostro vecchio cinema. E chi se la scorda più quando in giarrettiera e body improvvisava uno strip sotto le note de “L'abat-jour” in Ieri, oggi, domani (1963)? Ed Ettore Scola che invece l'ha colta nel pieno della maturità artistica, con le occhiaie e poco truccata, durante Una giornata particolare (1977)? Chi se la dimentica mentre si concede all'omosessuale Marcello Mastroianni? Questi sono i volti di Sophia Loren. Una donna stracolma di virtù d'interprete, mitica e che ha fatto della sua abituale fama un vizio al quale non è mai riuscita a cedere. Straordinaria, famosa, con pochi rammarichi nella carriera artistica che ha mantenuto tutte le promesse fatte diventando il simbolo della forza, dell'erotismo, della violenza dell'Italia. Per noi, non è stato un colpo di fulmine, dobbiamo riconoscerlo. Ci è voluto un po' di tempo perché in questa figura femminile sopra le righe riconoscessimo l'ultima star italiana che ha saputo controllare la sua immagine e la sua posizione faticosamente conquistata all'interno dello Star System italiano e straniero. Eppure, in quel suo sguardo ancora sognante e nel contempo gelido sono rimasti i segni della sua lotta e della costruzione di un personaggio di donna, moglie, madre, attrice che doveva avere tutto a ogni costo. Anche a spese di un contrasto irrisolto, ma felice, fra la Sofia napoletana verace che impasta sorrisi in una bocca senza rossetto e la carnalità di Sophia con la “PH” aspirante, che è diventata l'ultima superstite di un'aristocrazia recitativa. Che rimane ora di quelle labbra burrose, di quegli zigomi alti e di quello sguardo penetrante? Solo una signora con troppa lacca nei capelli, ricoperta di gioielli che recita in un perfetto inglese, ma che è ancora in grado di cantare e di recitare come se dagli Anni Cinquanta a oggi fosse passato solo un secondo.
Da Scicolone a Lazzaro
Sofia Villani Scicolone nasce a Roma, figlia illegittima di un'insegnante di pianoforte, Romilda Villani, e dell'ingegnere Riccardo Scicolone, figlio del marchese agrigentino Scicolone Murillo. Nel 1932, la madre aveva vinto un concorso per andare a Hollywood come sosia di Greta Garbo ma, rimasta incinta aveva dovuto rinunciare al viaggio, rimanendo in Italia. Riccardo Scicolone, pur riconoscendo la paternità della bambina (che chiamò oltretutto come la madre, Sofia) si rifiutò di sposare Romilda che, trovandosi in gravi ristrettezze economiche decise di andare a vivere dalla madre, a Pozzuoli (alle falde della Solfatara) assieme a un'altra figlia, Adele. Le tre donne si presero cura della piccola Sofia per tutta l'infanzia e l'adolescenza, nonostante le precarie condizioni finanziarie che la Seconda Guerra Mondiale aveva causato. A soli 15 anni e già di una bellezza statuaria ereditata dalla madre, Sofia decide di portare a termine il sogno materno e parte a Roma, dove comincia a lavorare nel cinema con il semplice nome di Sofia Scicolone che subito cambierà per un meno popolano Sofia Lazzaro.
Miss eleganza
Il primo ruolo è nel film Il voto (1950) di Mario Bonnard con Roberto Murolo e Doris Duranti, all'interno del quale è una semplice comparsa, una popolana alla festa di Piedigrotta. Poi arriva Totò con il quale lavorerà spesso: Le sei mogli di Barbablù (1950), Totò Tarzan (1950), Tempi Nostri (1954) e Miseria e nobiltà (1954). Nessuno la nota, almeno nei primi film, e così cerca di farsi notare partecipando ad alcuni concorsi di bellezza, come quello di Miss Italia. Non vince la corona, si accontenta del titolo di Miss Eleganza (un titolo che verrà creato apposta per lei) che le permette comunque di lavorare nel patinato mondo dei fotoromanzi per i quali posa. Lavora a SOGNO e CINE ILLUSTRATO: uno dei primi fotoromanzi che fa è “Non posso amarti”, mentre l'ultimo sarà “L'adorabile intrusa”. In mezzo, un amore, quello per il cantante Achille Togliani che lei conosce proprio su uno dei set fotografici. Non si dà per vinta, convinta delle proprie capacità continua la sua gavetta fra comparse e ruoli marginali, fino a quando Corrado non nota quel 95-58-95 che erano le sue forme e decide che una così bella ragazza, seppur non vista dagli spettatori, merita un po' di notorietà. Per questo motivo la invita nella conduzione radiofonica del programma “Rosso e Nero”.
Il triangolo Mastroianni-Loren-De Sica
Lentamente si conquista la sua notorietà, esattamente come un giovane attore teatrale che di nome fa Marcello e di cognome Mastroianni che si ritrova spesso come compagno di set… Scatta qualcosa fra i due, un colpo di fulmine artistico, umano. Marcello se lo ritrova compagno di comparse ne Cuori sul mare (1950), ma anche in qualche ruolo più corposo in pellicole come Peccato che sia una canaglia (1954), La fortuna di essere donna e La bella mugnaia (1955). Fra di loro, però, c'è un maturo divo italiano: Vittorio De Sica, con il quale si formerà un florido e solido triangolo artistico.
Il doppio matrimonio con Carlo Ponti
Nel 1953, finalmente l'amore vero. Quello sentimentale. Lei lavora nel film di Giovanni Roccardi Africa sotto i mari e proprio sul set incontra il produttore Carlo Ponti che, colpito dalle sue potenzialità, le offre un contratto di sette anni con l'allora Lux che lui dirigeva con Dino De Laurentiis. Scocca il colpo di fulmine fra i due, ma Carlo Ponti è sposato con Giuliana Fiastri. Poco importa, Ponti è talmente ammaliato da Sofia che a Parigi divorzia dalla prima moglie. Tornato in Italia sposa l'attrice ma, nel settembre del 1957, la coppia rischia l'accusa di concubinaggio (lei) e di bigamia (lui) perché il divorzio all'epoca non è legale in Italia. Unica soluzione fuggire a Parigi per diventare cittadini francesi. Così avviene e Ponti divorzia finalmente dalla moglie e si sposa il 9 aprile 1966 a Sèvres con la Loren che nel frattempo ha cambiato il suo nome d'arte, in quello che tutti noi conosciamo (a eccezione del PH). Prestissimo, al successo solido e popolare in patria, si aggiungono anche le gioie della maternità. Dopo due sfortunati tentativi, riesce a portare a termine due gravidanze, la prima nel 1968 con Carlo jr detto Cipì e la seconda nel 1973 con Edoardo detto Dodò. Insieme al marito, diventa anche titolare dell'importante collezione di opere d'arte contemporanee a Marino dal nome Collezione Carlo e Sophia Ponti.
La pizzaiola in L'oro di Napoli
La Loren, nel frattempo lavora con i migliori attori del cinema italiano: Alberto Sordi - È arrivato l' accordatore (1952), Ci troviamo in galleria (1953), Due notti con Cleopatra (1953), Un giorno in pretura (1954, anche con Peppino De Filippo) -; Vittorio Gassman – Anna (1951) di Alberto Lattuada con Silvana Mangano, Il sogno di Zorro (1952), La tratta delle bianche (1952) di Luigi Comencini -; Tina Pica e Vittorio Caprioli – Carosello napoletano (1954) -. Ma è solo un uomo a darle ruoli che la valorizzeranno in ironia e sensualità trasformandola d'un tratto in un'attrice vibrante, passionale e drammatica: Vittorio De Sica. De Sica ce la propone prima come prorompente pizzaiola traditrice nel segmento Pizze a credito in L'oro di Napoli (1954), nel quale dirige anche la Mangano e Totò. L'America si innamora sia della Mangano che di lei, ma è solo Sofia ad avere la candidatura al Golden Globe come miglior attrice.
Il periodo americano
Le pellicole italiane nelle quali recita fanno il giro del mondo, arrivano gli Anni Sessanta, quelli della Dolce Vita, Hollywood si sdoppia: un po' in America e un po' a Cinecittà. La Loren diventa il perfetto simbolo di questa unione. Lavora accanto a Cary Grant e Frank Sinatra in Orgoglio e passione (1957), sotto Henry Hathaway e con John Wayne in Timbutcù (1957), in Orchidea nera (1958, ottenendo anche la Coppa Volpi come miglior attrice), con Anthony Perkins in Desiderio sotto gli olmi (1958), con William Holden in La chiave (1958), ancora con Grant in Un marito per Cinzia (1958), per George Cukor in Il diavolo in calzoncini rosa (1960), con Michael Curtiz in Olympia (1960) e accanto a Clark Gable in La baia di Napoli (1960). Sono i suoi film peggiori, senza ombra di dubbio. La Loren diventa un semplice burattino italiano nelle mani degli americani, fra l'altro pessimamente manovrato. Per di più viene anche derubata durante le riprese de La miliardaria (1960) con Peter Sellers (che per lei si prese una cotta mostruosa). Il ladro Ray Jones, soprannominato “The Cat” le rubò dei gioielli per un valore di circa due miliardi di vecchie lire e poi, non contento, narrò l'impresa in un libro. Forse uno degli ultimi ben riusciti film americani di Sophia Loren rimane El Cid (1961) di Anthony Mann con Charlton Heston, Raf Vallone, Geneviève Page e Massimo Serato. Suo è il ruolo di Donna Jimena De Gormaz che innamorata del Cid vede suo padre morire per la mano di un cavaliere del quale era innamorata e si chiude nel convento per disperazione. È fulgida più che mai, ma non è abbastanza.
Il primo premio Oscar per La ciociara
Nota a tutti è la rivalità fra la Loren e Gina Lollobrigida (alla quale peraltro la Lollo non diede mai adito) e quella fra la Loren e un'altra diva di casa nostra, Anna Magnani. A questo proposito, è bene ricordare che il ruolo di Cesira in La ciociara fu offerto, in un primo momento, proprio alla Magnani con la regia di Cukor. Alla Loren sarebbe spettato il ruolo della figlia di Cesira. Quando la Magnani seppe della scelta del cast si fece una risata dicendo: «La Loren mia figlia? Nella scena dello stupro degli egiziani, ci sarà da star attenti che lei non stupri loro!» e dette queste parole rifiutò la parte. A quel punto, la regia passò alle mani di De Sica che, intelligentemente, promosse la Loren al ruolo di protagonista, le affiancò Jean-Paul Belmondo e mettendo in scena La ciociara (1960). Grazie a quel ruolo la Loren batté Audrey Hepburn (Colazione da Tiffany) e Natalie Wood (Splendore nell'erba) alla corsa dell'Oscar, ottenendo la sua prima statuetta dell'Academy Award. Peccato che quando Burt Lancaster ebbe il compito di annunciare la migliore attrice, leggendo le nominations dimenticò proprio il nome di Sophia e la aggiunse mentre già stava aprendo la busta. La vincitrice, però, non era a Hollywood, ma dormiva e ricevette la notizia per telefono alle 6.45 del mattino. Sophia Loren diventa la seconda attrice italiana a vincere l'Oscar dopo Anna Magnani (La rosa tatuata). L'Italia trionfa. Oltre a questo riconoscimento si porta a casa anche un BAFTA, la Palma d'Oro a Cannes, il David di Donatello e il Nastro d'Argento. La ciociara è talmente sua che nel 1989 Dino Risi (con il quale aveva già lavorato in Il segno di Venere e in Pane, amore e…, entrambe del 1955) la ridirigerà nel remake televisivo omonimo.
Gli altri film di De Sica
Sarà infatti ancora una volta De Sica a metterla in luce ne I sequestrati di Altona (1962), Ieri, oggi, domani (1963, che le frutta un altro David), Matrimonio all'italiana (1964, con una memorabile Filumena Marturano che ottiene nomination all'Oscar e ai Golden Globe, ma anche un nuovo David), I girasoli (1970) e Il viaggio (1974) con Richard Burton. In parte di queste pellicole fa ancora coppia fissa con Mastroianni che ritrova anche in La moglie del prete (1971) di Risi.
Altri film
Di meno importanza sono titoli come Il coltello nella piaga (1962) ancora con Perkins, La caduta dell'Impero Romano (1964) con James Mason, Lady L (1965) con David Niven, Paul Newman e Philippe Noiret e Judith (1965) con Peter Finch. Ha persino il lusso di essere diretta da Charles Chaplin accanto a Marlon Brando in La contessa di Hong Kong (1967), diventa amica di Gregory Peck in Arabesque (1966) e si lancia persino nel fantasy con C'era una volta (1967) di Francesco Rosi. Ritrova Gassman nella divertentissima commedia degli equivoci Questi fantasmi (1967) e torna in America per l'incasinato La mortadella (1971) con Danny DeVito, ma diretta da Mario Monicelli. Lattuada, dopo anni, la dirige in Bianco, rosso e… (1972) e lei si ritrova a essere la Dulcinea di un Don Chisciotte interpretato da Peter O'Toole in L'uomo della Mancha (1972). Molto meno consigliabile è il film con Jean Gabin L'accusa è violenza carnale e omicidio (1974) e il film tv Breve incontro (1974) con Richard Burton. Va meglio in nel drammatico Cassandra Crossing (1976) con Burt Lancaster. Senza dubbio il suo peggior film è Angela – Il suo unico peccato era l'amore (1977) con John Huston, fortunatamente si risolleva con Obiettivo “Brass” (1978) con John Cassavetes e alcuni film con Philippe Noiret. A questa mediocrità di film sbagliati si aggiunge un'inchiesta della Tributaria che coinvolge l'attrice e il marito il 15 aprile 1978. Secondo lo Stato, avrebbero portato all'estero 10 miliardi di lire. Il caso finisce nel 1982 e la Loren viene persino incarcerata per 17 giorni nel penitenziario di Caserta per frode fiscale, poi attribuita al suo commercialista. Con fatica, riabilita la sua immagine, lavora in televisione in film tv come Madre coraggio (1986) e la miniserie dal titolo Mamma Lucia (1988) di Stuart Cooper con John Turturro e Annabella Sciorra. Poi si frappone agli arzilli Jack Lemmon e Walter Matthau in That's Amore – Due improbabili seduttori (1995).
L'Oscar alla Carriera
Nel 1991, vince il César onorario e, lo stesso anno, l'Academy Award le dona l'Oscar alla Carriera: «Uno dei tesori più autentici del cinema mondiale che, nel corso delle sue memorabili interpretazioni, ha portato grande lustro a questa forma d'arte». A consegnarle il premio, Gregory Peck, una Sophia molto emozionata ringrazia l'America, il marito Carlo Ponti e i suoi due figli, dimenticandosi però di ricordare Vittorio De Sica, cui doveva veramente tutto. Nel 1994, arriva l'Orso d'Oro onorario e il 26 giugno 1996 viene nominata Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Ritorno a Mastroianni
Morto De Sica, la Loren e Mastroianni faranno coppia fissa anche per altri registi. Un felice ritorno con Marcello continua con La pupa del gangster (1975), ma anche ne Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola che le frutta David e Nastro d'Argento, Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova (si sospettano moventi politici) (1978). Nel 1994, replica lo strip di Ieri, oggi, domani con Marcello Mastroianni in Prêt- à-porter di Robert Altman con Tim Robbins e Julia Roberts, grazie al quale viene nominata al Golden Globe come miglior attrice non protagonista.
The Italian Cinderella
Dopo il David alla carriera nel 1999, nel 2002 torna in pista con Gérard Depardieu, ma diretta da suo figlio Edoardo in Cuori estranei, poi prende simpaticamente parte allo spot pubblicitario della TIM con Christian De Sica ed Elisabetta Canalis, nei panni di una suora che esclama: «Aiutateme!» (e non possiamo non citare l'«Accattatavillo!» di un noto spot di salumi). Nel 2007, è fra le pagine del Calendario Pirelli e, nel 2009, recita nel musical Nine con Daniel Day-Lewis e Nicole Kidman. L'ex musa di Vittorio De Sica, la moglie (purtroppo vedova) di Carlo Ponti, ha finito con i grandi ruoli, ma ha lasciato l'impronta con il tocco calente e femminilissimo della folle veracità napoletana che ha conquistato il cuore degli italiani, di Hollywood e del mondo intero. Agguerrita, dotata di irripetibile sex-appeal, conquista autori e si adatta a qualsiasi cinema, piegandosi con un solenne inchino di fronte a chi, a
Golden Globes 1995
David di Donatello 1978
Nastri d'Argento 1978
David di Donatello 1974
David di Donatello 1970
David di Donatello 1965
David di Donatello 1964
Premio Oscar 1964
Premio Oscar 1961
Festival di Cannes 1961
Nastri d'Argento 1961
David di Donatello 1961
Festival di Venezia 1958
Ispirato all’Otto e mezzo felliniano e ignaro che quel titolo si riferisca al numero dei film girati da Fellini fino a quel momento (era il 1963), Nine è il nuovo musical di Rob Marshall a un passo e a un giro di danza dall’uscita. Dopo lo scoppiettante Chicago e il dimenticabile Memorie di una geisha, il regista americano traduce per lo schermo l’omonimo musical di Broadway, a cui Fellini rifiutò il consenso. Così, diversi anni e sogni dopo, Marshall trasforma l’analisi autoriflessiva sulla creatività cinematografica del Maestro di Rimini in una cattiva soap opera, che viaggia sulle piste battute dal genere e lungo la sua linearità da favola. Il protagonista è naturalmente Federico Fellini, alias Guido Anselmi, alias Guido Contini, regista sull’orlo di una crisi creativa e sotto le gonne (o le lenzuola) di attrici avvenenti, dive sublimi, prostitute robuste, giornaliste patinate. Indubbiamente Marshall sa allestire una visualità seducente da spot di lusso che non mancherà di incantare ma manca completamente il sogno e la metacinematografia di Fellini. A Roma per presentare il suo musical onirico, il regista ci racconta la sua idea di dolce vita, con buona pace di Sofia Loren, interprete del film accanto a Daniel Day-Lewis, Penélope Cruz, Marion Cotillard, Kate Hudson, Judi Dench e Nicole Kidman.
Questo penultimo weekend di gennaio si fa strada nei cinema occupati dagli avatar con ben sei uscite, ciascuna detentrice del proprio genere. Se il fenomeno di James Cameron ha portato e continuerà a portare incassi strepitosi al botteghino, non è da sottovalutare il ritorno nelle sale di un genere non molto presente nelle scene italiane, il musical, che con Rob Marshall acquista il nome di Nine. L'opera del regista americano punta in alto (forse troppo in alto) tentando di tradurre per lo schermo l'omonimo musical di Brodway ispirato all'Otto e mezzo di Fellini, capolavoro del cinema nostrano attraverso il quale lo stesso Fellini ha cercato di snocciolare la sua crisi esistenziale e creativa. L'eleganza del profondo catturata a fatica dal regista italiano, sempre al limite tra realtà e fantasia, sfugge a Marshall che convoglia l'attenzione sulla capacità seduttiva delle dive Penélope Cruz, Marion Cotillard, Kate Hudson, Judi Dench, Nicole Kidman e Sophia Loren, protagoniste del film.
Anche il Ryan Bingham di Jason Reitman (Thank You for Smoking, Juno) è un uomo affascinante, non a caso questo ruolo è stato scritto appositamente per George Clooney, personaggio principale di Tra le nuvole. In un'era in cui la tecnologia ci impone conversazioni mediate da cellulari, computer e cercapersone, Reitman si interroga sulla possibilità di stabilire legami autentici e duraturi e sulle effettive capacità dell'uomo odierno di esprimere i propri sentimenti. Ispirato al romanzo di Walter Kirn e sulla linea degli anti-eroi reitmaniani, si racconta di un tagliatore di teste aziendale che vive tra aeroporti, alberghi e automobili in affitto, sempre pronto a partire per il prossimo viaggio. La sua apparente spavalderia e sicurezza e la sua gioia nel viaggiare "senza bagaglio" si riveleranno effimere e ingannevoli, nascondendo soltanto una grande solitudine.
Sul tappeto rosso sotto una pioggia battente si sono presentate tutte le grandi star che hanno partecipato alla 67° edizione dei Golden Globes Awards: la maggior parte dei grandi divi presenti alla serata ha indossato una spilla per mostrare il supporto per Haiti devastata dal terremoto, e durante la trasmissione sono stati fatti dei richiami per donare soldi ed aiutare la popolazione.
Una serata di eleganza e glamour che non si è fatta mancare nemmeno i consueti pettegolezzi (fra cui la presenza di Elisabetta Canalis al fianco di George Clooney).
I pronostici che vedevano Avatar vincitore sono stati rispettati, visto che il film ha vinto il premio sia per il miglior film drammatico sia per la miglior regia. La vera sorpresa della serata pare essere però Una notte da leoni che ha vinto come miglior commedia: davvero film sorpresa 2009, superando il record di Beverly Hills Cop piazzandosi al primo posto al box office come commedia con rating r di tutti i tempi, e battendo il record come commedia su dvd più venduta con 8,6 milioni di pezzi. Un sorpreso Todd Phillips assieme al cast ha ritirato il premio. Migliore attore nel film drammatico è stato Jeff Bridges per Crazy Heart che ha ritirato il premio con tutto il pubblico in sala in piedi ad applaudirlo; miglior attrice drammatica è risultata Sandra Bullock per The Blind Side, un film che è stato una sorpresa negli Usa, superando già i 200 milioni di dollari al botteghino; per la sezione commedia hanno vinto Robert Downey Jr. per Sherlock Holmes e Meryl Streep per Julie & Julia.
Per la sezione miglior film straniero, presentata da Sophia Loren, il nostrano Baaria è stato battuto da Il nastro bianco.
In gennaio uscirà nelle sale Nine, film musicale diretto da Rob Marshall, uno che ha familiarità col genere, avendo firmato nel 2002, Chicago. Il percorso è lo stesso di allora e di tanti musical che ripresero la fase teatrale per farla diventare un film. Nine tiene da tempo i palcoscenici di Broadway, ci sono tutti i presupposti per un percorso felice, lo stesso, appunto, di grandi classici come Show Boat, My Fair Lady, Tutti insieme appassionatamente, Jesus Christ Superstar, e tanti altri.
Riforma
Il musical è un genere fatto apposta per evoluzioni, riforme e anche rivoluzioni. In That's Entertainment, la storia dei musical della Mgm, Frank Sinatra offre una definizione fulminante e perfetta del genere agli albori: "lui e lei litigano, poi lui, cantando e ballando, la riconquista." All'inizio succedeva questo e solo questo. Bastava che ci fossero Fred Astaire e Ginger Rogers che il resto passava inosservato, battute banali, vicenda infantile, episodi senza nesso. Il pubblico aspettava che la coppia di cantanti ballerini si producesse in quei numeri strepitosi, buoni per sempre. La formula era possibile perché sullo schermo c'erano Fred e Ginger. Loro bastavano, appunto. Poi negli anni cinquanta arrivò Gene Kelly che riformò, appunto, portando una sceneggiatura che avesse un senso nel racconto e dei balletti, non fini a se stessi, ma che si integrassero nel plot. Un americano a Parigi è la vicenda di un reduce che decide di rimanere a Parigi per fare il pittore. In È sempre bel tempo si racconta di tre amici che tornano a casa, a New York, alla fine della guerra, ciascuno andrà per la propria strada, ma decidono che si incontreranno dieci anni dopo, in quello stesso ritrovo. Erano storie che avrebbero avuto vita anche senza musica, certo, con le musiche, soprattutto quelle di Gershwin... erano migliori.
Sette giorni per godersi il meglio del cinema italiano di sempre; commedie, grandi film d'autore, western e impegno per una carrellata con i successi del grande schermo nostrano. Domenica si comincia all'insegna della risata con Un americano a Roma (Sky Italia 11.35), intramontabile classico diretto da Steno con un Alberto Sordi da antologia. In serata Claudio Bisio si dimostra interprete ironico ma di spessore nell'originale film di Manfredonia, Si può fare (Premium cinema, 21.00), in cui il comico è alle prese con una cooperativa di ex degenti psichiatrici post legge Basaglia. Si chiude in bellezza con le commedie di due maestri come Mario Monicelli, che propone l'ironia graffiante del secondo capitolo di Amici miei (Amici miei atto II, Rete 4, 23.30) e Pupi Avati, con il sequel del suo Regalo di Natale, La rivincita di Natale (Italia 1, 2.40), in cui i protagonisti dell'originale tornano a sedersi attorno a un tavolo da poker. Lunedì storie di famiglie che si fondono con la Storia; Mio fratello è figlio unico (Premium Emotion, 19.15) mette a confronto Riccardo Scamarcio e Elio Germano, fratelli di opposte fazioni politiche, mentre il Tornatore di Nuovo cinema paradiso (Sky Italia, 21.00) racconta 30 anni di Storia attraverso l'amore per il cinema di un bambino in un paesino siciliano. Ancora famiglie complicate in Come dio comanda (Premium Cinema, 21.00) di Salvatores, trasposizione dell'omonimo romanzo di Ammaniti con un Filippo Timi padre violento e appassionato. Infine un Adriano Celentano "d'autore" nei panni dell'ingenuo pastore raccontato da Pietro Germi in Serafino (Iris, 21.00).
L'anno che verrà si apre con il film più atteso del 2010: a metà gennaio scopriremo infatti i segreti dell'ultima creazione di James Cameron, Avatar. Già un successo in America, dove è uscito a Natale e ha superato i 200 milioni di dollari di incasso, il progetto ultradecennale del regista di Titanic si svelerà finalmente al pubblico italiano in tutta la sua spettacolarità. La tecnologia live action, arricchita di effetti speciali all'avanguardia sviluppati in oltre 4 anni di lavorazione, promette infatti una grandiosa resa cinematografica per il viaggio interstellare dell'ex marine Jake Sully.
Ricostruendo suggestioni fantascientifiche, di fumetti, e televisive dei tempi della sua infanzia, Cameron ha creato un'opera mastodontica che, grazie anche al battage pubblicitario, sarà un successo di pubblico anche solo per curiosità.
Altra opera grandiosa, ma totalmente differente, Nine di Rob Marshall (Chicago): un cast stellare che va dal protagonista premio Oscar Daniel Day-Lewis alle donne della sua vita (Penelope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman fino a Sophia Loren e Judi Dench) per la storia che fu di Fellini in 8 ½: l'intricata vicenda di Guido Contini (nell'originale interpretato da Mastroianni), regista in crisi professionale e psicologica che si trova a dover affrontare tutte le donne protagoniste della sua vita, dalla madre all'amante. Remake ambizioso e frutto del lavoro di un esperto in musical, Nine non mancherà di stupire (e forse scandalizzare anche) per la rivisitazione dell'originale felliniano. Garanzia di qualità di questa versione musical (già apprezzata a teatro) sono lo strepitoso coreografo Rob Marshall, ma anche lo sceneggiatore Michael Tolkin, autore de I protagonisti di Altman, che ha rivisto il testo originale di Fellini e Flaiano.
Altra pellicola attesa in Italia dopo l'uscita americana è l'ultima fatica di George Clooney: Tra le nuvole, originale film di Jason Reitman (figlio d'arte già autore di Thank you for smoking e Juno) che crea anche in questo caso un personaggio che non si dimentica, il tagliatore di teste Ryan Bingham, un affascinante uomo in volo, solo e fiero di esserlo, che rischia da un momento all'altro di perdere il lavoro e la sua indipendenza. Una brillante riflessione sulla solitudine e sui rapporti umani.
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