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martedì 28 marzo 2017

Paul Newman

Il più grande personaggio del cinema del suo tempo

Nome: Paul Leonard Newman
Data nascita: 26 Gennaio 1925 (Acquario), Shaker Heights (Ohio - USA)

Data morte: 26 Settembre 2008 (83 anni), Westport (Connecticut - USA)
occhiello
È inutile essere un artista se devi vivere come un impiegato.
dal film La stangata (1973) Paul Newman è Henry Gondorff
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Paul Newman
Golden Globes 2006
Premio miglior attore secondario serie miniserie film tv per il film Empire Falls - Le cascate del cuore di Fred Schepisi

Golden Globes 2006
Nomination miglior attore secondario serie miniserie film tv per il film Empire Falls - Le cascate del cuore di Fred Schepisi

Golden Globes 2003
Nomination miglior attore non protagonista per il film Era mio padre di Sam Mendes

Premio Oscar 2002
Nomination miglior attore non protagonista per il film Era mio padre di Sam Mendes

Festival di Berlino 1995
Premio miglior attore per il film La vita a modo mio di Robert Benton

Golden Globes 1995
Nomination miglior attore per il film La vita a modo mio di Robert Benton

Premio Oscar 1994
Nomination miglior attore per il film La vita a modo mio di Robert Benton

Golden Globes 1987
Nomination miglior attore per il film Il colore dei soldi di Martin Scorsese

Premio Oscar 1986
Nomination miglior attore per il film Il colore dei soldi di Martin Scorsese

Premio Oscar 1986
Premio miglior attore per il film Il colore dei soldi di Martin Scorsese

David di Donatello 1983
Nomination miglior attore straniero per il film Il verdetto [2] di Sidney Lumet

Golden Globes 1983
Nomination miglior attore per il film Il verdetto [2] di Sidney Lumet

David di Donatello 1983
Premio miglior attore straniero per il film Il verdetto [2] di Sidney Lumet

Premio Oscar 1982
Nomination miglior attore per il film Il verdetto [2] di Sidney Lumet

Premio Oscar 1981
Nomination miglior attore per il film Diritto di cronaca di Sydney Pollack

Premio Oscar 1967
Nomination miglior attore per il film Nick mano fredda di Stuart Rosenberg

Premio Oscar 1963
Nomination miglior attore per il film Hud il selvaggio di Martin Ritt

Premio Oscar 1961
Nomination miglior attore per il film Lo spaccone di Robert Rossen

Premio Oscar 1958
Nomination miglior attore per il film La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks

Festival di Cannes 1958
Premio miglior attore per il film La lunga estate calda di Martin Ritt



La lunga carriera dell'attore, dagli esordi teatrali ai riconoscimenti, all'impegno sociale.

Paul Newman, lo "spaccone" di Hollywood

domenica 28 settembre 2008 - Stefano Lo Verme cinemanews

Paul Newman, lo Incantevoli occhi celesti, sorriso audace, sguardo intenso e un po' tormentato. Paul Newman non era "soltanto" un'icona del cinema e uno dei più popolari sex-symbol di tutti i tempi, ma anche un attore di enorme talento, capace di esprimere alla perfezione il malessere, le debolezze e la voglia di riscatto dei propri personaggi. Le sue più grandi interpretazioni restano quelle di "duri" dal cuore tenero, uomini che dietro una sfrontata spavalderia tentano di nascondere un'inconfessata fragilità: da Brick Pollitt, atleta alcolizzato e marito impotente di Liz Taylor ne La gatta sul tetto che scotta, a Eddie Felson, campione di biliardo vittima della propria ambizione ne Lo spaccone; dal gigolò che si adagia in una vita da mantenuto ne La dolce ala della giovinezza al playboy cinico e prepotente di Hud il selvaggio. Ma Paul Newman è stato anche il leggendario Butch Cassidy, ironico fuorilegge in un Far West al tramonto, ed Henry Gondorff, la simpatica canaglia intenta ad architettare con il socio Robert Redford una divertentissima "stangata". Il suo piglio ribelle, simile a quello di altri due miti appartenenti alla stessa generazione (Marlon Brando e James Dean), con il passare degli anni si era stemperato in uno sguardo bagnato di malinconia, in cui l'azzurro profondissimo degli occhi sembrava quasi evocare il rimpianto per una bellezza ormai avviata al crepuscolo.

Il celebre attore è scomparso all'età di 83 anni.

Paul Newman, un divo per amico

domenica 28 settembre 2008 - Pino Farinotti cinemanews

Paul Newman, un divo per amico Divo non basta, personaggio non basta, esempio non basta, e neppure eroe descrive compiutamente Paul Newman. Occorrono tutte quelle definizioni, insieme. Paul si rivelò verso la metà degli anni cinquanta, un momento favorevole per immettersi e dare indicazioni diverse. Aveva trent'anni, era conscio del proprio appeal sul quale lavorare, per cominciare; adesso si trattava di mettere a fuoco le ambizioni, di perfezionare la propria attitudine, di non fare errori. Una decina di anni prima era su una portaerei al largo del Giappone poco prima di Hiroshima. Insomma prese contatto con la guerra. E tornato a casa, entrando nell'Actor's Studio a New York, capì che molto era cambiato, era cambiata l'America e dunque il mondo. Soprattutto, e questo lo interessava da vicino, sarebbe cambiato il cinema. I reduci come lui erano stati testimoni, in Paesi lontani e diversi, di realtà devastanti e sconosciute, che adesso erano conosciute. I film tutti col lieto fine sarebbero stati imbarazzanti. L'eroe assoluto Gary Cooper, marito e padre perfetto, era sorpassato. Ce ne voleva uno nuovo. E il novo eroe fu Paul Newman, attento alla realtà, ai diritti e anche al dolore, al sociale e all'evoluzione generale. Evoluzione significava dunque "ribellione". I suoi compagni del gruppo fondatore dell'Actor's Studio furono tutti ribelli, bastano i nomi: Brando, Dean, Clift. Lui sarebbe stato il più longevo, forse il più intelligente. Aveva talento, ma non quello di un Brando, all'inizio esagerava con la maniera, nel tempo supplì con l'applicazione. Era bellissimo ma cercò sempre di non darlo a vedere. In Lassù qualcuno mi ama ha la faccia devastata del pugile Graziano, nello Spaccone (sono i due titoli che ne fecero un divo) lo picchiano e gli fratturano le mani. Nella Dolce ala della giovinezza gli fracassano il naso con un bastone. Era quasi sempre così. In Nick manofredda, dove fa il detenuto, George Kennedy lo massacra senza pietà, ma lui non cede, si rialza continuamente, maschera di sangue, ma non cede.

Cars - Motori ruggenti

* * * - -
(mymonetro: 3,17)
Un film di John Lasseter. Con Owen Wilson, Paul Newman, Bonnie Hunt, Larry The Cable Guy, Cheech Marin.
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Genere Animazione, - USA 2006. Uscita 23/08/2006.

Era mio padre

* * * - -
(mymonetro: 3,38)
Un film di Sam Mendes. Con Tom Hanks, Tyler Hoechlin, Paul Newman, Jude Law, Daniel Craig.
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Genere Drammatico, - USA 2002. Uscita 13/12/2002.

Le parole che non ti ho detto

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,62)
Un film di Luis Mandoki. Con Robbie Coltrane, Illeana Douglas, John Savage, Paul Newman, Robin Wright.
continua»

Genere Drammatico, - USA 1999.

La stangata

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,90)
Un film di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan.
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Genere Commedia, - USA 1973.

Lo spaccone

* * * * 1/2
(mymonetro: 4,58)
Un film di Robert Rossen. Con Myron McCormick, George C. Scott, Piper Laurie, Jackie Gleason, Paul Newman.
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Genere Drammatico, - USA 1961.
Filmografia di Paul Newman »

martedì 14 marzo 2017 - Loving conferma il rapporto con le donne come chiave per la definizione dell'identità di un uomo. Da giovedì al cinema.

Jeff Nichols e le donne: una poetica fondata sul bisogno di protezione

Paola Casella cinemanews

Jeff Nichols e le donne: una poetica fondata sul bisogno di protezione Al centro della poetica di Jeff Nichols, lo sceneggiatore e regista americano appena 38enne, c'è il rapporto con le donne come elemento fondante nella definizione di ciò che fa di un maschio un uomo. È un'affermazione impegnativa, ma calza in pieno a quello che la rivista "Wired" ha definito "il prossimo autore di blockbuster" per la sua capacità di combinare rigore artistico e appeal commerciale. Come pochi altri registi americani contemporanei, infatti, Nichols riesce a raccontare le donne senza angelicarle, descrivendo il loro istinto di sopravvivenza come una potente forza vitale e contemporaneamente un vettore con il quale la controparte maschile, assai più fragile e smarrita, deve confrontarsi per ridefinire il proprio ruolo e la propria identità. C'è una scena in Loving, l'ultimo, magnifico lungometraggio diretto da Jeff Nichols, apparentemente semplice e in realtà ricco di livelli di lettura, che riassume perfettamente questo concetto: al culmine di una lunga battaglia per vedere riconosciuto il proprio matrimonio interrazziale nella Virginia di fine anni '50, battaglia in cui l'afroamericana Mildred Loving combatte in prima linea mentre suo marito resta in trincea, Richard Loving scoppia a piangere dicendo: "Volevo solo proteggerti". La capacità degli uomini di proteggere le proprie compagne, e il senso di inadeguatezza che deriva loro dal non poterlo (o saperlo) fare, è al centro di tutta la filmografia di Nichols: non a caso il primo film che ha portato il regista all'attenzione del mondo, dopo l'esordio con Shotgun Stories, è stato Take Shelter (letteralmente: "trova rifugio", metaforicamente "corri ai ripari"), il cui protagonista, interpretato dall'attore feticcio di Nichols, Michael Shannon, cercava disperatamente di costruire un bunker per proteggere moglie e figlia da un'apocalisse imminente, di cui solo lui aveva (pre)cognizione. In quel film l'uomo trovava nella propria moglie l'ostacolo al suo progetto poiché lei, con tipico pragmatismo femminile, dubitava del senno del marito. La frase finale del film, che non riveleremo per non fare spoiler, è l'essenza di quel rapporto coniugale, e più in generale del rapporto fra maschile e femminile delineato da Nichols.

lunedì 6 marzo 2017 - Nessuna come lei, tra le First Lady un'eroina perenne, Jacqueline è al cinema.

Jackie, first per sempre fra leggenda e realtà

Pino Farinotti cinemanews

Jackie, first per sempre fra leggenda e realtà Natalie Portman, nel ruolo Jacqueline Kennedy nel film Jackie, ha conteso l'Oscar a Emma Stone che lo ha vinto, meritatamente, per la sua performance in La La Land. Il film, evocando Jackie, ha smosso tutta una letteratura e la vedova Kennedy è stata rivisitata ancora una volta. In uno dei servizi è emersa una Jacqueline che non era quello che sembrava. E così ecco il racconto di questa donna "mascherata", fredda e calcolatrice, della sua collezione di amanti: dai massimi divi come Holden, Brando, Sinatra, Newman ai cognati, soprattutto all'amatissimo Teddy. Era la donna più famosa del mondo, e c'era uno scotto da pagare, che di solito viene pagato postumo. Scotto come "grande pettegolezzo", certo con buone ragioni. Ma dico che ha poca importanza. In chiave di modello per il mondo resiste l'immagine della leggenda. E' la solita storia della leggenda che si scontra con la realtà. Il quesito che risolse John Ford in un suo film. La realtà perde. Il film di Pablo Larrain, racconta la vicenda della first lady nei giorni successivi l'assassinio di suo marito John Kennedy. Il promemoria riferito a Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis è quasi superfluo, trattandosi di eroina perenne. Non c'è letteratura o cinema adeguati alla vicenda della ragazza, donna, predestinata. Nata in una famiglia di alta condizione sociale di New York era amazzone di vaglia, "debuttante dell'anno" nel 1948, studentessa alla Sorbona, padrona delle lingue più importanti, collaboratrice del Washington Times e dunque inserita nell'ambiente politico. Era la principessa pronta per l'incontro col principe ereditario. E infatti non si fece scappare Kennedy. Poi tutto il resto, enorme, come la tragedia. Jackie significa, di fatto, first. Nessuna come lei, appunto. E dopo tanta "Jackie" mi sembra corretto, e storicamente opportuno dedicare piccole storie alle sue colleghe. Stazionando nell'era recente e andando a ritroso.

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