In anteprima al Giffoni, un insolito documentario che narra il legame tra la regista e un giovane rifugiato somalo.
di Giancarlo Zappoli
Il quattordicenne Alì fugge dalla guerra in Somalia e viene internato in un carcere in Ucraina. Lì nel 2012 incontra Paula Palacio che gli offre il suo aiuto ed inizia, anche con la collaborazione alle riprese da parte del ragazzo, a raccontarne la vita sino al 2024. È un documentario inusuale quello che la regista spagnola, alla sua seconda prova nel cinema non di finzione, ci propone. Perché ci mostra la trasformazione da adolescente a uomo di un rifugiato in cui entrambi i soggetti (Paula e Aìì) finiscono con il passare attraverso diverse modalità di rapporto.
Se inizialmente è il ragazzo ed essere colui che ha bisogno di una guida in questa Europa non sempre accogliente, progressivamente prova a prendere le redini della relazione per poi ritrovarsi su un piano finalmente paritario. Ciò che però può più interessare è il fatto che la narrazione evita il più possibile la retorica dell’europea cattiva e dell’africano buono addentrandosi invece nelle variabili che ogni essere umano in relazione può doversi trovare ad affrontare.