Jean GabinNome: Jean-Alexis MoncorgéData nascita: 17 Maggio 1904 (Toro), Parigi (Francia) Data morte: 15 Novembre 1976 (72 anni), Neully-sur-Seine (Francia) |
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![]() La gente si ama. No, la gente non si ama: non ne ha il tempo.
dal film Il porto delle nebbie (1938)
Jean Gabin è Jean
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Attore francese. Grazie al padre, artista di primo piano dei caffè concerto parigini, entra nel 1924 nel «tempio» delle Folies-Bergère come figurante. Apprende poi le basi del mestiere nelle compagnie di giro e sulle assi dei cabaret e music-hall e dal 1930 ottiene diverse parti come coprimario sui set, soprattutto in commedie brillanti e musicali. Nel 1934 incontra J. Duvivier, regista che assieme a J. Renoir e M. Carné si accingeva a codificare drammaturgicamente gli elementi peculiari del clima e del sentimento della Francia «frontista» di quegli anni nella corrente cinematografica del «realismo poetico», di cui G. con i suoi memorabili personaggi diviene l’attore-feticcio. Il sodalizio con Duvivier comincia da Il giglio insanguinato (1934), opera ancora di taglio romantico ma già marcata dalla capacità del protagonista di recitare «per sottrazione», conferendo cioè profondità e intensità al carattere da interpretare con minimi accenni gestuali e il semplice magnetismo dello sguardo («alla Gabin» appunto), che diviene celebre poiché i suoi occhi celesti, grazie alle luci di scena e alla pasta morbida della pellicola in b/n, divengono quasi trasparenti e carichi di intenzioni. Ecco così prendere vita il legionario dannato di La bandera (1935) e soprattutto Pépé le Moko di Il bandito della Casbah (1937), fuorilegge che si immola per amore. Tocca poi a Renoir plasmare ulteriormente l’arte di G. nel celebre La grande illusione (1937) e a Carné in Il porto delle nebbie (1938) e Alba tragica (1939), facendogli interpretare eroi tristi e malinconicamente rassegnati, atti a incarnare le emozioni e le paure di una orgogliosa nazione che si stava avviando alla imminente occupazione nazista. Il cinema transalpino post-bellico e degli anni ’50 lo trova intento a ritarare i suoi personaggi su registri meno mitizzanti e più consoni a una nuova stagione anche anagraficamente segnata dalla maturità. Le occasioni in tal senso non tardano a presentarsi: da Grisbi (1954) di J. Becker, storia dell’ultimo fatale colpo di un rapinatore invecchiato, fino alla miniserie dedicata al pacato e sensibile funzionario di polizia creato da G. Simenon, inaugurata con Il commissario Maigret (1957) di G. Delannoy. Nella galleria dei suoi personaggi memorabili è soprattutto da ricordare, il Jean Valjean di I miserabili (1957) di J.-P. Le Chanois, da V. Hugo. Nei ruoli successivi passa con consumata maestria da toni più leggeri e satirici (Le grandi famiglie, 1958, di D. de La Patellière) a maschere di drammatica autorevolezza come in L’affare Dominici (1973) di C. Bernard-Aubert. La sua ultima interpretazione, il grottesco La gang dell’Anno Santo di J. Girault, è del 1976. Muore poco dopo, pianto da tutta la Francia come un eroe nazionale.

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