| Titolo originale | La venue de l'avenir |
| Anno | 2025 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 124 minuti |
| Regia di | Cédric Klapisch |
| Attori | Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile De France, Vincent Perez, François Berléand, Sara Giraudeau, Fred Testot, Raïka Hazanavicius, Alexandra Ansidei, Louise Pascal, Jonas Paz-Benavides, Amandine Partensky, François Chattot, Virginie Sibalo, Alice Grenier, Angèle Garnier. |
| Uscita | giovedì 13 novembre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Teodora Film |
| MYmonetro | 3,30 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 13 novembre 2025
Una famiglia si ritrova a condividere una vecchia casa nella Normandia rurale. Il film ha ottenuto 3 candidature a Cesar, I colori del tempo è 148° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 154,00 e registrato 143.419 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nella Francia di oggi, un gruppo di sconosciuti viene riunito in quanto discendente di Adèle, donna di fine ottocento che dalla Normandia era partita alla volta di Parigi in cerca della madre che l'aveva abbandonata. Dovendo ispezionare la casa in rovina di Adèle per decidere cosa fare della proprietà, gli emissari del gruppo - Guy, Céline, Seb e Abdel - mettono insieme pezzo dopo pezzo il lontano passato della loro famiglia. Parallelamente, durante la Belle Époque, Adèle si avventura nella grande città assieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, scoprendo una capitale nel vortice del cambiamento, tra zone ancora rurali e i salotti della borghesia moderna, e tra le arti figurative e l'avvento della fotografia.
Un riuscito esercizio di cinema popolare che - solcando tra le epoche - mette in connessione le frustrazioni del mondo moderno con una visione idealizzata della mistica ottocentesca.
Nel mezzo, un gioco di specchi che riflette sul valore dell'immagine (dipinta o fotografata) e sugli intrighi affettivi che si fanno segreto dei grandi momenti di svolta della storia francese.
Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l'equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c'è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. In fondo anche chi non ne ricorda il nome conserverà memoria del grande successo de L'appartamento spagnolo, dei relativi seguiti oppure, prima ancora, di Aria di famiglia.
Con La venue de l'avenir, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po', dirigendo con brio un grande cast corale (tutt'attorno a Vincent Macaigne c'è una carrellata di figli d'arte, specialmente della nuova generazione a partire da Suzanne Lindon, e chissà che non sia una strizzata d'occhio ai temi del film) che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca.
Il filo rosso che attraversa la vicenda è quello dei legami familiari e di una certa suspense genealogica, ma altrettanto importanti per Klapisch (come sempre alla sceneggiatura con Santiago Amigorena) sono i rapporti esterni che ci si sforza di stabilire con persone nuove, e che forse, chissà, saranno suggellati di fronte a una strada che una sera si illuminerà di una tecnologia nuova.
I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un'energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare - quella che contribuisce alla coscienza collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.
Un bel film che si vede con piacere , illuminato dai colori di Monet e dalle musiche di Debussy . L'idea dei due piani temporali ? particolarmente intelligente e riuscita . Non ci sono pause e tutto scorre perch? il passaggio da un'epoca all'altra , dopo la sorpresa iniziale diventa col passare del tempo naturale . Si passa dalle carrozze a cavalli ai TGV con leggerezza e simpatia .
Nel suo primo film passato a Cannes, I Colori del Tempo (in originale: La venue de l’avenir), Cédric Klapisch firma un omaggio alla Parigi di ieri e di oggi, immaginando un gruppo di sconosciuti contemporanei legati dalla comune discendenza da un’unica donna, Adèle Meunier, vissuta al tempo dell’Impressionismo. Frugando tra le vecchie foto, le lettere e i dipinti, quattro degli eredi ricostruiscono la sua storia e i suoi amori e scoprono di possedere un passato incredibile.
Il film pone a confronto la Parigi della Belle Epoque e la Parigi contemporanea. Come ha lavorato visivamente e narrativamente a questi due piani?
È stato questo il punto di partenza del film: la constatazione che Parigi oggi è quasi identica a com’era nel diciannovesimo secolo. Ci sono delle inquadrature in cui passo da un punto della città, nel passato, allo stesso punto oggi e non è cambiato niente, l’immagine è la stessa. È vero, ci sono i semafori, le strisce pedonali, le insegne luminose dei negozi, ma se guardiamo all’altezza del primo piano dei palazzi, tutto è esattamente com’era nell’Ottocento. È questo che mi interessava esplorare. Dopodiché, per costruire bene questo confronto, è stato fatto un lavoro di documentazione enorme. Io stesso in fase di sceneggiatura ho dedicato molto tempo a guardare le foto dell’epoca, perché nel film c’è proprio la volontà di mostrare cos’era Montmartre, cos’era la Parigi haussmanniana, la vecchia Parigi, insomma. Ci tenevo ad essere preciso nella ricostruzione.
Il più giovane degli eredi che visita la casa di Adèle, Seb, trova nel passato il coraggio per adottare un sé più autentico nel presente. Il cinema e la letteratura trattano spesso della trasmissione intergenerazionale dei traumi, qui invece si parla di un’iniezione di coraggio, che viene da lontano. È così?
Sì. Il personaggio di Seb è legato alla modernità, vediamo che ha Instangram, che lavora per YouTube, usa i social, e le sue creazioni sono legate a questi strumenti. All’inizio non ha nessuna voglia di andare nella vecchia casa di famiglia, lo fa solo perché suo nonno lo spinge a farlo, ma poi scopre qualcosa. Scopre delle vecchie foto, che lo interessano, comincia a domandarsi chi erano le persone che avevano abitato in quella casa abbandonata, come vivevano, e alla fine si trova a dire: “Ho sempre vissuto rivolto verso futuro, ma ora mi rendo conto che mi ha fatto bene guardare al passato.” Questo dice il film: esiste un piacere nel riguardare il passato. Uno degli oggetti che mi hanno ispirato sono quegli opuscoli, che si trovano per esempio a Roma o a Pompei, in cui è possibile vedere le rovine romane come sono oggi e lo stesso luogo al tempo dell’antica Roma. Il film di fatto fa lo stesso: cerca di immaginare come si viveva in un’altra epoca e di affermare che non c’è ragione alcuna di annoiarsi guardando indietro. Quando si pensa ai musei si pensa a posti polverosi e faticosi, ma in realtà guardare le vecchie foto di famiglia o le tracce di un mondo scomparso, può essere molto piacevole. Il film è una pubblicità del tempo antico.
Sconosciuti scoprono di essere parenti ed eredi d'una casa in Normandia, chiusa da 80 anni, apparteneva a una certa Adèle. Quattro degli eredi vanno a vedere la proprietà, vi trovano un quadro senza cornice, lettere, foto. E il film si fa doppio, alle vicende del presente si alternano le scene della vita di Adèle, arrivata ventenne a Parigi nel 1895 in cerca della madre Odette, mai conosciuta.