| Titolo internazionale | The Life Ahead |
| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia, USA |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Edoardo Ponti |
| Attori | Sophia Loren, Renato Carpentieri, Massimiliano Rossi, Abril Zamora, Babak Karim Francesco Cassano, Ibrahima Gueye, Iosif Diego Pirvu, Babak Karimi, Malich Cissé, Vittoria Loiacono, Cesare Pastanella, Costanta Fana Pirvu, Rav Mario Sonnino, Simone Surico, Nicola Valenzano, Luca De Massis, Anouar H. Smaine. |
| MYmonetro | 2,58 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 9 dicembre 2020
La trasposizione al giorno d'oggi di uno dei romanzi francesi più famosi del '900. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 4 candidature e vinto un premio ai Nastri d'Argento, 2 candidature e vinto un premio ai David di Donatello, 2 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 3 candidature e vinto un premio ai Satellite Awards, 3 candidature a Critics Choice Award,
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CONSIGLIATO NÌ
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Bari vecchia, crocevia di etnie e di culture. Mohammed detto Momò ha 12 anni ed è immigrato in Italia dal Senegal con la mamma quando era piccolo. Ma sua madre è morta e Momò viene affidato ad un medico, il dottor Cohen, che non sa come prendersi cura di lui. Un giorno Momò borseggia al mercato una donna anziana, Madame Rosà, rubandole due candelabri d'argento, ma il dottor Cohen lo scopre e gli chiede di riportare il maltolto a quella signora che conosce da anni. E approfitta per chiedere a Rosà di accogliere Momò in casa sua, insieme ai figli delle prostitute di cui la donna è stata un tempo collega. È l'inizio di una convivenza travagliata, in cui c'è in gioco la reciproca fiducia fra un'anziana che ne ha passate tante e un ragazzino che non crede più a nessuno.
Edoardo Ponti e Ugo Chiti si ispirano al celebre romanzo di Emile Ajar (al secolo Romain Gary) "La vita davanti a sé", già trasposto sul grande schermo nel '77 da Moshé Mizrahi, con un'indimenticabile Simone Signoret nei panni di Madame Rosà. Film, quello, che arrivò a vincere l'Oscar come Miglior film straniero nel '78.
In questo adattamento la protagonista è una magnifica Sophia Loren, madre del regista-cosceneggiatore, molto lontana dalla Signoret, anche fisicamente: una splendida over-80 dritta come un fuso, con l'espressione indomita che l'attrice ha sempre avuto e la sua classica mano sul fianco in atteggiamento di simpatica sfida. Ma Loren mette a servizio del suo ruolo anche i cedimenti fisici del passaggio del tempo e la dolcezza dietro la spavalderia.
In questo ritratto di una donna che ha conosciuto il campo di concentramento e una vita di stenti ma non ha perso l'empatia verso il prossimo c'è la napoletanità generosa di un'attrice di classe che non ha mai dimenticato le sue origini popolari e la carità per chi è meno fortunato. Quando dice "So vecchierella ormai" da un lato non le credi, perché è ancora bellissima, dall'altro noti le sue braccia esili e le sue mani segnate.
Accanto a lei un cast di spessore che comprende Renato Carpentieri (il dottor Cohen), Babak Karimi (il negoziante arabo Hamil, musulmano come Momò) e Massimiliano Rossi, e alcune gradite new entry, come la trans Abril Zamora (Lola, già nota per la serie spagnola Vis a Vis) e il piccolo Josif Diego Pirvu (Josif). Ma questa storia di sopraffazione e riscatto che strizza l'occhio a I miserabili (citato letteralmente e nel furto iniziale dei candelabri d'argento) non avrebbe funzionato senza la presenza carismatica di Ibrahima Gueye, al suo debutto sullo schermo nei panni di Momò: una presenza intensa e dignitosa, capace di cimentarsi con il lato dark come con quello tenero del suo personaggio, e soprattutto in grado di tenere testa ad un mostro sacro come la Loren, come richiede il suo ruolo nella storia.
La loro reciproca fascinazione risulta perfettamente credibile perché sono due figure Alpha, benché immerse in una realtà Zeta (o Zero). Se il messaggio del film è che "la vita dipende dagli incontri", quello fra Ibrahima e Sophia è stato davvero fortunato.
La messinscena è equilibrata, ma non priva di cura dei dettagli e alcune inquadrature allontanano La vita davanti a sé dallo standard televisivo che altrimenti avrebbe la meglio. La regia di Ponti insegue una semplicità che contrasta con la complessità della vicenda raccontata, e non giudica nemmeno la fase in cui Momò gestisce un lucrativo spaccio di droga. I dialoghi sono convenzionali ma credibili, colorati da parolacce accettabili nel contesto (anche se sentirle in bocca alla Loren fa un certo effetto), e le musiche (la colonna sonora è di Gabriel Yared) sono ben scelte, in particolare "Vengo dalla luna" dei Maneskin e "Milionario" di Guè Pequeno.
Se questo è un lavoro per sale cinematografiche (più fiction che film) significa che la carenza di idee originali è grave, oltretutto, adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 1975 e già presentato al cinema nel '77. Mamma, mamma...mi interpreti il personaggio femminile così mi dai una mano? E non poteva di certo dire no al figlio la carismatica [...] Vai alla recensione »
«La vita davanti a sé», prodotto dalla Palomar di Carlo Degli Esposti insieme al colosso dello streaming Netflix che lo rende disponibile sulla piattaforma da oggi, valorizza il ritorno di Sophia oppure succede esattamente all' opposto? La risposta è facilissima perché la nuova trasposizione del romanzo di Romain Gary quella realizzata in Francia nel 1977 e insignita dell' Oscar per il migliore film [...] Vai alla recensione »