| Anno | 2023 |
| Genere | Biografico, Drammatico, Storico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 180 minuti |
| Regia di | Christopher Nolan |
| Attori | Cillian Murphy, Emily Blunt, Robert Downey Jr., Matt Damon, Rami Malek Florence Pugh, Benny Safdie, Michael Angarano, Josh Hartnett, Kenneth Branagh, Dane DeHaan, Matthew Modine, Dylan Arnold, Olli Haaskivi, Jason Clarke. |
| Uscita | mercoledì 23 agosto 2023 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,95 su 45 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 22 agosto 2023
Argomenti: Oppenheimer
Il film dedicato a Oppenheimer, lo scienziato che mise a punto la bomba atomica. Il film ha ottenuto 12 candidature e vinto 7 Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 8 candidature e vinto 5 Golden Globes, 13 candidature e vinto 7 BAFTA, 1 candidatura a Cesar, 5 candidature e vinto un premio ai People's Choice Awar, Il film è stato premiato a National Board, 13 candidature e vinto 8 Critics Choice Award, 4 candidature e vinto 3 SAG Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, ha vinto un premio ai Producers Guild, a AFI Awards, ha vinto un premio ai ADG Awards, 5 candidature a NSFC Awards, In Italia al Box Office Oppenheimer ha incassato 28,6 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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È il 1926, J. Robert Oppenheimer è un giovane studente di fisica presso l'università di Cambridge ed è così ossessionato dall'ascoltare la lezione del professore ospite Niels Bohr che, per ripicca verso l'insegnante che lo fa ritardare, arriva a un piccolissimo passo dal compiere un gesto irreparabile. È il 1954, Oppenheimer si sottopone a una serie di udienze private dove cerca di difendersi dalle accuse di comunismo, per conservare il proprio accesso allo sviluppo di progetti top secret. È il 1958, Lewis Strauss affronta un pubblico dibattimento per dimostrare la propria idoneità come Segretario del commercio di Eisenhower, ma in questa circostanza viene riesaminato il suo rapporto con Oppenheimer. In mezzo c'è naturalmente la cronaca dell'ascesa del protagonista, dai dipartimenti di fisica americana alla direzione del laboratorio di Los Alamos, dove darà vita alla prima bomba atomica.
Il primo film biografico di Christopher Nolan gioca, come tipico del regista, con la struttura temporale della storia e riesce a offrire un ritratto magnetico e sfaccettato del suo geniale soggetto, non però senza qualche squilibrio e inciampo estetico.
Gocce di pioggia sollevano increspature sull'acqua di una pozzanghera: si apre così Oppenheimer, su quello che diventerà un motivo figurativo ricorrente, ripreso per esempio mentre il protagonista guarda una mappa e immagina la caduta di bombe atomiche sulle città, le cui esplosioni sollevano increspature come la pioggia dell'incipit. In mezzo c'è un episodio enigmatico, un breve incontro con Einstein che appare come un affronto agli occhi dell'egocentrico Lewis Strauss. Questi è una figura poco geniale ma con manie di grandezza, che sta a Oppenheimer come Salieri stava a Mozart. Il vero significato di quella sorta di Rosabella che è la conversazione con Einstein si aprirà solo nell'epilogo, quando alla reazione a catena acquatica dell'incipit risponderà un tripudio di fuoco.
La circolarità tanto cara al regista dunque non manca e neppure la grandiosità. Il primo film in cui è stata utilizzata pellicola in bianco e nero IMAX 70mm. andrebbe infatti visto in una sala consona, che purtroppo in Italia continua a non esistere. È comunque consigliatissimo cercare il miglior cinema del proprio territorio, per godere al meglio di una pellicola (parola che finalmente si può tornare a usare in modo appropriato) tecnicamente superba. Sia per i già celebrati effetti speciali interamente artigianali di Scott R. Fisher, che rimandano a quelli delle opere di Stanley Kubrick e Terrence Malick (con Tree of Life il film di Nolan ha in comune anche lo stile del montaggio di una sequenza della prima ora), sia per la qualità della fotografia dello straordinario Hoyte van Hoytema, capace di destreggiarsi tra più palette cromatiche, sia per l'intensità degli interpreti, la cui recitazione è tanto sottile da reggere i primi piani più grandi immaginabili.
Anche la colonna sonora di Ludwig Göransson è di grande impatto e questa volta si allontana, assai più che in Tenet, dai pesanti bassi con i quali Hans Zimmer ha spesso accompagnato i film di Nolan. Purtroppo l'uso che ne fa il regista è uno dei pochi punti deboli dell'opera.
L'autore inglese la impiega infatti in modo pressoché costante, facendone un collante, quasi una stampella, come temesse che all'incastro tra tre e più tempi narrativi, per non perdere coesione, non bastino il montaggio, i movimenti di macchina e il ritmo dei dialoghi. Anche peggio: quando nella terza ora del film a tenere banco sono le due udienze processuali, dopo essersi già giocato alla fine della seconda ora il "big bang" atomico, Nolan ha il disperato bisogno di un climax e spinge il volume a livelli invasivi, in una sottolineatura drammatica tanto plateale quanto banale.
L'assordamento non può essere la strategia estetica di un grande regista e non basta a compensare a una struttura narrativa - e qui è l'altro problema del film - che vuole abbracciare quante più cose possibili. Incluso il controcanto su Strauss, il cui legame con l'arco narrativo di Oppenheimer è inizialmente piuttosto fumoso e sembra appartenere a un altro film. Del resto la bipartizione è dichiarata fin dal principio, con tanto di due cartelli che battezzano Fissione e Fusione rispettivamente la vita di Oppenheimer, a colori più o meno smorzati a seconda dei periodi, e l'udienza di Strauss, in bianco e nero. Ma il bilanciamento delle due parti non trova il giusto equilibrio e il terzo atto finisce per essere assai più debole del secondo. Pur con le sue imperfezioni, che in fondo la rendono anche vitale nonostante l'approccio freddamente calcolato di Nolan al cinema, Oppenheimer è un'opera nel complesso affascinante, complessa e stratificata. Tratta dalla biografia del 2005 "Prometeo americano" di Kai Bird e Martin J. Sherwin, è una pellicola per nulla facile per la sbalorditiva quantità di dettagli storici e di personaggi coinvolti, ma sorretta da un cast stellare. I camei di grandi attori si susseguono per tre ore, senza però togliere l'attenzione da Robert Downey Jr. e soprattutto da Cillian Murphy. E non mancano i pezzi di bravura, che coincidono con i passaggi più visionari, nei quali il realismo viene trafitto dagli slanci immaginativi dei protagonisti, o in cui addirittura il tempo sembra fermarsi. È il caso dell'esplosione della bomba, dove il suono deve attendere per molti secondi, in un susseguirsi di fiamme e volti sgomenti, prima di irrompere fragoroso insieme all'onda d'urto. Oppure quando la moglie di Oppenheimer immagina il marito copulare con l'amante Jean Tatlock, nel bel mezzo delle udienze, il suo disgusto per le colpe del protagonista trova una rappresentazione più efficace di mille parole. Le scene di sesso, di cui si è tanto parlato perché fin qui pressoché assenti nella filmografia di Nolan, hanno l'importante funzione di aprire uno squarcio sulle pulsioni di un uomo che cerca la moralità nel castigo più che nella virtù. Oppenheimer infatti non si è mai pubblicamente pentito, per l'uso della bomba atomica su due città giapponesi, e la sua amata citazione del Bhagavad Gita è a un passo dal delirio di onnipotenza: «Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi». Se all'inizio del film è ancora un timido e frustrato scolaretto, con pochi freni però verso la morte altrui, solo pochi anni dopo non avrà alcuna deferenza verso il collega premio Nobel Ernest Lawrence né per Albert Einstein o Enrico Fermi. Oppenheimer punta al trionfo della volontà sulla realtà in modo in fondo quasi speculare a quello dei nazisti che dice di combattere - e che beffardamente saranno sconfitti senza il suo aiuto. In nome della propria missione sarà capace di rischiare persino la distruzione del mondo, che la bomba potrebbe scatenare con probabilità vicine allo zero ma non inesistenti. In perfetta coincidenza con la sua poetica, Nolan non vede questa reazione a catena come un pericolo scongiurato, bensì la trasla dal presente dello spazio verso l'imponderabile asse del tempo.
La storia del direttore del laboratorio di Los Alamos durante il Manhattan Project che portò allo sviluppo - e al conseguente impiego - della Bomba Atomica. Questa volta Christopher Nolan non sceglie un cognome storico per raccontare tutt'altro come in Tenet e firma quello che dovrebbe essere un biopic più o meno tradizionale. Nei panni del protagonista uno smagrito Cillian Murphy, affiancato da un impressionante parterre di star: Robert Downey Jr., Emily Blunt, Matt Damon, Rami Malek, Florence Pugh, Kenneth Branagh e pure il regista Benny Safdie. Il film ha già fatto notizia perché Nolan, che notoriamente non ama la computer graphic, ha scelto di ricreare l'esplosione del celebre test nucleare Trinity con uno spettacolo pirotecnico di esplosivi.
Solido e denso film storico-politico, biopic rigoroso e introspettivo, fondato sulla paradossale vicenda del “padre della bomba atomica” che, nel tentativo di salvare l’avvenire del genere umano, collabora all’invenzione di uno strumento capace di distruggerlo per sempre; comprendendo di aver fallito proprio nel momento in cui aveva portato a termine il progetto più grandioso. [...] Vai alla recensione »
Il film diretto da Christopher Nolan, Oppenheimer, ha riempito e sta riempiendo le sale. E così è legittimo che si cerchi di estendere quel successo e quella vicenda. E lo strumento sussiste, ed è straordinariamente efficace, e naturale. Oppenheimer costruì la bomba, occorreva trovare l’uomo che la gestisse. L’uomo era un pilota militare che possedeva tutte le qualità per l’impresa. Si chiamava Paul Tibbets.
Il cinema non poteva certo non applicarsi a un personaggio del genere, il colonnello pilota comandante dell’Enola Gay, il bombardiere B29 che, alle 8.15 del 6 agosto sganciò l’atomica su Hiroshima. Sono passati 78 anni da quella vicenda e il film di Nolan è un documento complesso e completo, anche se qualche eco di reminiscenza pacifista si è espresso qua e là. Ma in quel 1945 il cinema aveva ben altro ruolo.
In guerra e in pace, in politica, Hollywood si schierava. C’era un’idea da far passare e dalla Casa Bianca qualcuno si metteva in contatto con un referente a Hollywood e l’ordine veniva smistato alle major, secondo attitudine. “Abbreviare la guerra” era stato l’immane alibi della bomba atomica. Quando il presidente Truman appose quella firma si ribellarono pochi intellettuali e pacifisti che tuttavia non facevano opinione generale. Il tradimento giapponese di Pearl Harbor era ancora troppo fresco e doloroso, era ferita ancora aperta. Ma i 250mila morti civili di Hiroshima e Nagasaki erano un numero abnorme e innaturale, non poteva essere definito da quella didascalia “abbreviare la guerra”.
Nei primi anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda, la generazione che era tornata dall’Europa e dal Pacifico, a contatto col resto del mondo che non era l’America, aveva maturato idee pacifiste. Tutti quei morti innocenti immolati in nome della necessità di “chiudere” in fretta mettevano in discussione l’assunto che non si poteva fare altrimenti. Molti ormai pensavano che… si poteva fare altrimenti.
E così, ancora una volta, dal famoso ufficio della Casa Bianca partì l’indicazione per Hollywood. L’eroe da illustrare era Paul Tibbets, appunto. La major venne identificata nella Metro-Goldwyn-Mayer e il modello in Robert Taylor.
Taylor era il divo più popolare e amato, ed era un repubblicano, un carattere patria e famiglia, insomma uno di destra. Inoltre aveva portato sullo schermo strepitosi eroi in costume come Ivanhoe, Lancillotto e il Marco Vinicio di Quo vadis. In più Robert era l’idolo delle donne del mondo. Il film si intitolava Above and Beyond, letteralmente “sopra e oltre”, tradotto in Il prezzo del dovere. Taylor rappresentò il comandante del bombardiere con grande misura, rilevando il tormento interno, profondo e, forse, il rimorso segreto. Quel sentimento individuale, trasmesso da una performance straordinariamente intensa, divenne, almeno nelle intenzioni, il sentimento della politica e del popolo. Sganciare quella bomba era costato molto, anzi moltissimo, anche alla coscienza nazionale americana.
Robert Taylor era un attore, ma Paul Tibbets era un uomo, c’è differenza. Pilota dell’aeronautica civile, uscito da una selezione severissima, fu a capo di un progetto che non aveva l’imponenza del Manhattan di Oppenheimer, ma gli si avvicinava. Il suo sentimento, quando vide là sotto il fungo che uccideva tanta gente, era quello vero, non della fiction. È morto nel 2007 a 92 anni. Molte cose erano cambiate. Erano cambiati il consenso e la cultura. Erano rimasti in pochi a pensare che di quella bomba non si potesse fare a meno. Tibbets è stato un militare per tutta la vita. Il “senso del dovere” che gli ha fatto compiere quella missione si deve essere certamente evoluto. Per anni l’esercito lo usò come manifesto di quell’azione necessaria. Ma nel tempo il vecchio pilota si espose sempre di meno. Poi tacque. Poi disse a un suo amico, Gerry Newhouse, di non volere né un funerale vistoso né una lapide sulla sua tomba. Temeva che si trasformasse in luogo per manifestazioni di protesta. Come sarebbe accaduto dagli anni Sessanta, col Vietnam e tutte le nuove dialettiche e consapevolezze. Così, anche il comandante Tibbets, “direttissimo” interessato, aveva capito.
Anche con Oppenheimer Christopher Nolan conferma l’importanza della colonna sonora per il suo cinema. E ancora una volta divide critica e pubblico per l’uso estremo che ne fa. Gli archi di Ludwig Göransson, già con Nolan in Tenet, sono invasivi, ossessivi, impossibili da evitare o anche solo trascurare. Ogni pensiero di Robert Oppenheimer è accompagnato da un crescendo, da un contrappunto sonoro alle visioni di morte e ai suoi sensi di colpa. Spesso la colonna sonora si fa così tonitruante da occultare i dialoghi, o da competere con loro per catturare l’attenzione dello spettatore. Un effetto che non ha mancato di esporre il film a critiche, ma che è fortemente voluto dal regista, che nella sua carriera, ma in particolare in Oppenheimer, sceglie le maniere forti per comunicare una sensazione di instabilità, psicologica al pari di quella atomica studiata dallo scienziato. Pensieri paranoici, con la sensazione di essere perseguitato, che si mescolano alla visione di un’apocalisse incombente, provocato da una scienza che ha abbattuto le ultime barriere.
L’incredibile lavoro di Cillian Murphy, che ricorre a smorfie e tic quasi impercettibili per restituire la turbolenza in atto nella psiche del fisico, ha obbligato Göransson a seguirlo passo passo, a cercare di donare sfumature nuove che potessero assecondare i mutamenti del viso o le espressioni dello sguardo di Murphy. Nella congerie di avvenimenti che caratterizzano il film di Nolan è complicato concentrarsi sui singoli dettagli, ma lo sforzo è ben ripagato: nulla è lasciato al caso nel connubio tra saliscendi musicali e recitazione del protagonista.
Un esempio di questa sinergia è regalato dalla traccia "Can You Hear the Music": la scena è quella dell’incontro tra un giovane Oppenheimer e Niels Bohr. Quest’ultimo intuisce subito le qualità dello studente e gli chiede di ascoltare la musica che suona nella sua testa, un concerto di elettroni in orbita e visioni di meccanica quantistica, germoglio delle idee che Robert elaborerà in seguito. Göransson ha rilasciato dichiarazioni sull’estrema difficoltà di elaborare il brano, dai cambi di ritmo alle accelerazioni improvvise e incontrollabili. Uno sforzo senza precedenti per provare a raccontare in musica la cascata di intuizioni nella mente dello scienziato. "Fission", un movimento tripartito, è altrettanto indicativa per rappresentare le contraddizioni in seno a Oppenheimer: violino e arpa si alternano e si inseguono, tra momenti forti e parentesi di quiete. Ma non manca la dolcezza, sintetizzata dai rintocchi di piano di "Meeting Kitty", dedicata a colei che diverrà moglie di Robert Oppenheimer. Un brano dalle atmosfere delicate e rassicuranti, proprio come la fermezza di una donna che sarà ancora del marito nei momenti più complicati.
Originario di Linköping, in Svezia, Göransson porta già nel nome – scelto dai suoi genitori pensando a Beethoven - il destino di un talento obbligato a lasciare il segno nella musica. Non solo di classica si è occupato, visti i trascorsi con Childish Gambino – di cui ha prodotto tre album – e con la Disney, per cui ha musicato Black Panther (guarda la video recensione) e The Mandalorian. E se la saga di Star Wars è sopravvissuta, e in parte è rinata, molto lo si deve all’accompagnamento sonoro dal sapore western che caratterizza la serie televisiva dedicata al mandaloriano. Il sodalizio tra Göransson e Nolan ha inizio con Tenet, un’altra opera estremamente complessa, in cui lo svedese ha dovuto adattare le proprie partiture ai salti temporali e alle premonizioni della intricata vicenda sci-fi.
Quando la musica ha il compito di rappresentare ciò che non è umanamente concepibile per il senso della vista, come nel caso degli ultimi due film di Nolan, al compositore è richiesto uno sforzo straordinario. Göransson è riuscito ad assecondare la concezione di cinema come impresa irripetibile, cara all’ultimo Nolan, e a conferire sfumature espressive senza le quali opere come Tenet o Oppenheimer sarebbero semplicemente inconcepibili. Quando tra qualche anno ritorneremo su questi lavori, riannodando i fili della memoria con il nostro vissuto, a guidarci saranno senza alcun dubbio le partiture di Ludwig Göransson.
Qualche volta la grande storia si svolge in stanze molto piccole. Scegliendo di aprire il suo monumentale Oppenheimer sul volto del protagonista eponimo incorniciato da quattro mura, Christopher Nolan dimostra subito di averne colto l’essenza: Julius Robert Oppenheimer è il perfetto personaggio tragico.
Storicamente parlando questa prima scena si svolge a Washington nell’aprile del 1954, nella sala 2022 dell’edificio T3, una sorta di prefabbricato di due piani eretto nella capitale durante la Seconda Guerra Mondiale. La struttura, concepita per essere demolita in tempi rapidi, ospitava la direzione di ricerca dell’AEC, la Commissione americana per l’energia atomica fondata sotto Truman nell’agosto del 1946 - un anno dopo la vetrificazione di Hiroshima e Nagasaki - per promuovere e controllare lo sviluppo pacifico del nucleare. È esattamente lì che Oppenheimer, ‘padre della bomba atomica’ (scopri i migliori film e serie tv dedicati alla bomba atomica) proverà per quattro settimane a difendere il suo onore e la sua “autorizzazione di sicurezza” dalle grinfie del maccartismo. Ma come si arrivò a tanto?
Per far luce sul destino del suo eroe, bruciato dopo essere stato incensato, Nolan si concentra sul risentimento e sul complesso di inferiorità di Lewis Strauss, presidente dell’AEC e influente membro del consiglio di amministrazione dell’Institute for Advanced Study di Princeton, celebre rifugio di Albert Einstein dopo il suo esilio dalla Germania nel 1933.
Nel 1947, Strauss si fece in quattro per reclutare Oppenheimer come direttore. Da par suo, il fisico, allora all’apice della sua fama, si fece desiderare a lungo, troppo a lungo per il suo fragile ego. Ma la strada che il protagonista seguirà fino al calvario non è semplicemente il risultato della gelosia di un malvagio mediocre. Senza il suo carattere, senza le sue azioni, senza le sue scelte e la sua incapacità a mentire, il risentimento di Strauss sarebbe scivolato su Oppenheimer come l’acqua sulle piume di un germano reale.
Il carburante per alimentare la sua corsa verso la catastrofe lo fornì soprattutto Boris Pash (Casey Affleck), cacciatore di talpe e mangiatore di comunisti, che vedeva dappertutto. Le parole di Oppenheimer, il suo idealismo, la sua disposizione all’apertura e alla condivisione, se non addirittura alla comunione scientifica, colpirono le orecchie di Pash con la forza di una bomba che avrebbe impiegato un decennio per esplodere. Con o senza Strauss, il martirio di Oppenheimer aveva tutte le caratteristiche di una maledizione antica. Se preferite, di una reazione a catena destinata a raggiungere il punto di criticità.
C’è qualcosa di ancora più potente in Oppenheimer dell’Imax 70 millimetri, dell’esperimento della prima detonazione di una bomba nucleare realizzato senza effetti digitali eppure così impressionante, della splendida fotografia di Hoyte van Hoytema e del bombardamento della musica di Ludwig Göransson. Sono gli interpreti del film con i quali peraltro Christopher Nolan ama avere una certa consuetudine. Come se il mestiere dell’attore, nei suoi stessi film, andasse coltivato, curato, innaffiato e infine colto.
È il caso di Cillian Murphy, l’enigmatico attore irlandese quarantasettenne, che è l’interprete, subito dopo Michael Caine, ad aver lavorato in più film di Nolan, ben sei, anche se in parti non da protagonista, dallo Spaventapasseri nella trilogia del Cavaliere Oscuro, a Inception, Dunkirk (guarda la video recensione) e ora Oppenheimer. «Questa volta il film è tutto sulle tue spalle» ha detto Nolan di Murphy che ha optato per una somiglianza camaleontica con il vero Julius Robert Oppenheimer fatta non di trucco prostetico ma di profondità di sguardo, di zigomi sempre più affilati, di occhi azzurri glaciali, penetranti ma, nel fondo, sempre interrogativi e di una magrezza che non riempie gli abiti eleganti del fisico dalla carriera fulminante.
Accanto a lui le sue donne fondamentali interpretate da due attrici esordienti con Nolan, Florence Pugh nei panni di Jean Tatlock con cui il fisico ebbe una relazione prima e dopo il matrimonio con la combattiva moglie Katherine interpretata da Emily Blunt. Una scena di nudo di Pugh, dalla forte carica erotica, è stata pure digitalmente oscurata in alcuni paesi tra cui l’India.
Mentre molti degli altri interpreti maschili sono delle vecchie conoscenze del cinema di Nolan. Come Matt Damon, apparso in Interstellar, che ora ha il ruolo fondamentale del generale Leslie Groves che affida a Oppenheimer la direzione del progetto Manhattan. Proprio a 9 anni da Interstellar ritroviamo Casey Affleck a cui è stato affidato il delicato ruolo di Boris Pash, un ufficiale dell’intelligence dell’esercito degli Stati Uniti che indagò sul legame di Oppenheimer con il Partito Comunista.
C’è poi Kenneth Branagh che, buon ultimo, ha ormai stretto un sodalizio con il regista che l’ha voluto negli ultimi suoi film, Dunkirk e Tenet, e ora nei panni del fisico danese Niels Bohr anch’egli sodale del Progetto Manhattan.
Riappare invece nel cinema di Nolan Gary Oldman che, dopo la trilogia di Batman dove era il commissario James Gordon, in Oppenheimer è addirittura il presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman che saprà essere molto sgradevole con il fisico particolarmente preoccupato dalla proliferazione nucleare dopo il lancio delle bombe atomiche sul Giappone. Josh Hartnett, che aveva avuto contatti con Nolan per partecipare, senza successo, a The Prestige e poi a Il cavaliere oscuro, interpreta il fisico nucleare Ernest Lawrence.
Di tutta questa lunga teoria di comprimari, tra cui troviamo anche Rami Malek nei panni del fisico David Hill, Benny Safdie in quelli del collega Edward Teller e Matthew Modine in quelli dell’ingegnere Vannevar Bush sostenitore del Progetto Manhattan, il volto e il personaggio che rimane più impresso, oltre al protagonista naturalmente, è quello di Robert Downey Jr. che, ancora una volta, sorprende per la sua grande prova attoriale nei panni del machiavellico Lewis Strauss, il presidente della Commissione per l’Energia Atomica degli Stati Uniti che finì per fare la guerra a Oppenheimer. Si tratta di un’interpretazione così profonda e sfaccettata, per un personaggio talmente ambiguo e intimamente cattivo, da apparire quasi come il villain del film. Anche se è difficile vedere Julius Robert Oppenheimer come un buono tout court, lui che citando un verso di un testo indù, ripeteva di essere «diventato Morte, il distruttore di mondi».
In quell'universo di particelle fisiche che è l'industria cinematografica e i suoi costituenti, pochi attori possiedono la minacciosità e la detonante energia dell'irlandese Cillian Murphy, 47 anni compiuti a maggio e il primato di essere l'attore più nominato agli Irish Film and Television Awards (ben sei candidature).
Christopher Nolan è stato uno dei primi a sospettarlo e ha sperimentato con lui, che allora era uno dei sopravvissuti a una Londra infestata dagli zombie (28 giorni dopo, 2002), una serie di interazioni che gli hanno poi permesso di vincolarlo a ruoli di secondo piano inquietanti e inquieti. Un binomio di incarnazioni che Murphy ha portato davanti alla cinepresa apparentemente senza sforzo, anche quando si trattava di farli reagire con una certa dose di freddezza mentale, e anche lì dove la psiche appariva più oscura, confusa... omicida.
Nei suoi personaggi inquieti, si riconosce la necessità di un riposato equilibrio e, nel contempo, l'impossibilità di raggiungerlo, perché ogni gesto e azione sono volte all'ostinato desiderio di arrivare a una meta. L'emaciato Oppenheimer dell'omonimo film è proprio l'ultimo di questi uomini. Il suo senso morale gli impone di prendere consapevolezza della pericolosità della sua invenzione e della discutibilità della sua applicazione, trasformandolo in un incerto Prometeo americano sul consegnare il fuoco agli uomini o lasciarlo nelle mani degli Dei.
Invece, i suoi personaggi inquietanti sono un assemblaggio di fredde e pericolose sezioni lucide, silenti e delicate, che potrebbero però provocare mortali ondate d'urto. È il caso di quando si ripulì del suo accento irlandese (imitando perfettamente quello americano) per essere Jonathan Crane, psichiatra dell'Arkham Asylum e identità sotto il sacco di juta dello Spaventapasseri, all'interno della Trilogia del Cavaliere Oscuro. La sua ossessione clinica per la paura e l'uso di una droga allucinogena, progettata per controllare le fobie di Gotham, è il segno più incisivo di una mente corrotta dal morboso desiderio di controllo degli altri.
Nella carriera di Murphy sono stati questi ultimi a superare i primi e lo hanno fatto fin dall'inizio. Non è servito a nulla sorvolare la guerra civile irlandese degli Anni Sessanta come ironica donna transgender, in odore di Golden Globe, per Breakfast on Pluto. Il Marchio del Male lo aveva già raggiunto, imprimendo in quegli occhi gelidi, in quegli zigomi alti e in quell'aspetto efebico, un'ambiguità morale, il cui apice è stato raggiunto con l'antieroe Tom Shelby, capo della banda criminale di Birmingham dei Peaky Blinders, che gli ha fatto ottenere una candidatura ai BAFTA come miglior attore.
Il cinema e la televisione lo hanno voluto principalmente così: cattivo col volto angelico. Che fosse un sicario sopra un aereo in Red Eye o un Guardiano del Tempo che inseguiva Justin Timberlake in In Time, non aveva alcuna importanza, perché Cillian Murphy era l'uomo da temere. Una formazione e una coesione tra attore e character che avrebbe irritato anche i volti più avvezzi ai ruoli da antagonista, ma non lui. Forse anche grazie a quelle misurabili pause di respiro che Nolan stesso, Ken Loach, Danny Boyle e molti altri gli hanno saputo offrire, vestendolo da medico ribelle (Il vento che accarezza l'erba) o come spaventato soldato a Dunkirk (guarda la video recensione). Diversamente, sarebbe stato il decadimento e l'impoverimento professionale.
Un rischio che sembra definitivamente stato allontanato proprio grazie al fido Nolan, che lo libera finalmente dalle sue seconde file per dargli un posto d'onore nel biopic Oppenheimer.
Non c'è malignità in questo fisico nucleare a capo del Progetto Manhattan, che vuole mettere fine alla Seconda Guerra Mondiale. È (solo) un uomo geniale, ma imperfetto. Frammentato nei legami d'attrazione con gli altri esseri umani che ruotano nella sua vita, fondendo la sua mente con quella degli altri scienziati o cambiando il suo stato di moto nella scelta di una donna da amare.
E che cosa fa questo interprete che da ragazzino sognava di essere una rockstar o un avvocato, ma che aveva appeso toga e basso al chiodo? Cerca di essere all'altezza della prova. Riprende in mano le nozioni di fisica che aveva studiato con il celebre divulgatore scientifico Brian Cox per Sunshine (2007), dove era un fisico che doveva innescare una bomba stellare per far evitare lo spegnimento del sole, e riparte da lì per affrontare il complicato script affidatogli. Poi, sotto consiglio di Nolan, ruba il look al Thin White Duke di Bowie, e arriva a nutrirsi di una sola mandorla al giorno per mantenere la magrezza del vero Robert Oppenheimer.
Il risultato è una performance che tende all'Oscar. Eppure Cillian Murphy esprime solo un rammarico: non essere stato il protagonista di Interstellar, non aver potuto vestire i panni di quello scienzato che viaggia in un wormhole in cerca di una nuova casa per l'umanità. Aggiungere, insomma, un'altra brillante ma inquieta mente a quelle nelle quali è già penetrato.
Christopher Nolan, uno dei maggiori registi-star della nostra epoca (Batman Begins, Il cavaliere oscuro, Interstellar) ha deciso di fare un film, presumibilmente senza iperspettacolo, effetti speciali e fantasy. Trattasi di una delle vicende, forse “la vicenda” che più di tutte ha cambiato la storia del secolo scorso. Titolo Oppenheimer, basato sul libro vincitore del Premio Pulitzer “Robert Oppenheimer il padre della bomba atomica. Il trionfo e la tragedia di uno scienziato”, firmato da Kai Bird e Martin J. Sherwin. A interpretare lo scienziato sarà Cillian Murphy, già nei cast di Nolan in Batman Begins, Inception e Dunkirk (guarda la video recensione). La produzione inizierà nel febbraio prossimo. Il regista ha chiamato alcuni dei suoi più fedeli collaboratori: Hoyte Van Hoytema alla fotografia, Jennifer Lame al montaggio e il premio Oscar Ludwig Göransson per la musica.
Non c’è enfasi nella definizione di “padre”. Oppenheimer, era un nome leggendario nell’ambito degli studi della fisica quantistica. Era stato a capo delle ricerche dei maggiori atenei, Harvard, Princeton e Cambridge, fra gli altri. E quando l’amministrazione Roosevelt prese la fatidica decisione, la scelta cadde su di lui.
In quello che venne chiamato Progetto Manhattan, lo scienziato coinvolse i più importanti fisici nucleari del mondo, a cominciare da Enrico Fermi, formando il gruppo di ricerca più largo e importante che sia mai esistito nella storia della scienza. Più di tutti gli altri “cervelli” Oppeheimer fu sempre consapevole della responsabilità, abnorme, per quell’invenzione “mostruosa”. Assistendo a quello che venne chiamato il Trinity Test, la “prova” della bomba, avvenuta dal quartier generale di Alamogordo, New Mexico, venti giorni prima di quei fatidici 6 e 9 agosto, i giorni di Hiroshima e Nagasaki, disse: “Sono diventato morte, il distruttore di mondi”. E dopo le esplosioni fu più esplicito: “I fisici hanno conosciuto il peccato”.
Oppenheimer era un genio, ed era un carattere controverso e imprevedibile. Si impegnò con quello sforzo mentale e fisico che gli costò dolori e ripensamenti. Dopo essere stato il creatore dell’immenso fungo che ha cambiato il mondo per sempre, divenne sostenitore della messa al bando degli ordigni nucleari e di una scienza guidata da principi morali.
Questa sua posizione, che all’apparato politico e militare appariva in contrasto con la sua azione, venne ritenuta sospetta. E lì cominciò la reazione ottusa di una parte della società americana. Erano gli anni del Maccartismo e della caccia alle streghe. Nel 1954 Hoppenheimer fu colpito da un’inchiesta al termine della quale gli fu vietato l’accesso ai segreti atomici, fu accusato di filocomunismo, processato e rimosso da ogni incarico. L’uomo non era abituato ad affrontare prove del genere. Ci sono immagini che lo mostrato imbarazzato, titubante, quasi impaurito, alle domande dell’accusatore. I media cavalcarono la vicenda: Com’era possibile che l’”uomo più intelligente del mondo”, non sapesse affrontare una situazione come quella? Allora si mosse un altro personaggio, decisamente intelligente, Albert Einstein, capo della comunità scientifica e dopo pochi mesi Oppenheimer fu reintegrato nel suo ruolo di direttore e professore dell’ Institute for Advanced Studies di Princeton. Ruolo che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1967 quando aveva 63 anni.
Ma nel 1963 era intervento un altro personaggio che contava, il presidente Kennedy, che volle, per lo scienziato, una riabilitazione ufficiale, seppure tardiva, e si adoperò perché gli venisse conferito il Premio Enrico Fermi. Così Oppenheimer divenne il testimone della contraddizione e del dolore lacerante dell’uomo di fronte all’impiego bellico del nucleare.
Dieci anni fa, a proposito di Interstellar, chiudevo la recensione con queste parole: «La sensazione, in definitiva, è quella che il film esista contemporaneamente negli stati di Capolavoro e Boiata. Interstellar è, cioè, un film quantistico: il gatto di Schrödinger del cinema di Nolan». Scherzavo un po', cioè, sulla passione per la fisica sviluppata dal regista - di fatto, il film era un tentativo [...] Vai alla recensione »