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Stanley Kubrick

Stanley Kubrick è un attore statunitense, regista, produttore, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore, autore effetti, è nato il 26 luglio 1928 a New York City, New York (USA) ed è morto il 7 marzo 1999 all'età di 70 anni a Harpenden (Gran Bretagna).
Nel 1988 ha ricevuto il premio come premio speciale al David di Donatello per il film Full Metal Jacket. Dal 1959 al 1988 Stanley Kubrick ha vinto 6 premi: David di Donatello (1977, 1988), Nastri d'Argento (1959, 1965, 1973), Premio Oscar (1969).

Un capolavoro dietro l'altro

A cura di Fabio Secchi Frau

C'è un verdetto chiaro quando si parla di Stanley Kubrick: per gli appassionati di cinema di ogni generazione resta uno dei pochissimi autori capaci di trasformare ogni film in un evento, un plebiscito di immaginazione e inquietudine.
Non ha mai inseguito il successo annunciato, eppure ha finito per riscrivere le regole del cinema mondiale, imponendosi con la naturalezza di chi non competeva con gli altri, ma solo con la propria visione.
Già da ragazzo si muoveva come un osservatore instancabile: fotografava, giocava a scacchi, andava al cinema. E così la macchina fotografica, ricevuta a tredici anni, non fu un semplice regalo, ma l'inizio di un metodo: guardare, studiare, aspettare. Prima come fotografo per LOOK, poi come cineasta autodidatta, costruendo la sua identità di outsider, di autore che non apparteneva a nessuna scuola, a nessuna corrente, a nessun sistema.
E proprio questa posizione laterale (alimentata anche dalla sua identità ebraica, che lo portava a percepirsi come "altro" rispetto al mainstream hollywoodiano) diventò la chiave della sua libertà creativa.
Il suo esordio fu con un piccolo film autoprodotto con i risparmi, ma che già rivelava la misura di quanto non girasse per raccontare una storia, bensì per capire l'essere umano.
Da lì in poi, ogni opera fu un passo avanti, una sfida vinta con la determinazione di chi non accettava compromessi. Imbastì così film che erano vere e proprie dichiarazioni di poetica, riflettendo sulla guerra, l'autorità, la violenza maschile, la ribellione. Temi che sarebbero tornati come ossessioni, come linee di forza che attraversavano tutta la sua filmografia.
Quando arrivò Spartacus, il pubblico lo premiò, la critica lo osservò, mentre Hollywood cominciò a temerlo. Ma Kubrick non si lasciò sedurre dal sistema. Si trasferì in Inghilterra, dove girò tutti i suoi film successivi, costruendo un laboratorio creativo unico al mondo.
È qui che nacquero i suoi titoli più iconici: Il dottor Stranamore, 2001: Odissea nello spazio, Arancia meccanica. Film che non si limitarono a "vincere" la competizione culturale del loro tempo, ma la superarono, diventando opere-mondo capaci di influenzare generazioni di spettatori e registi.
Poi, con Barry Lyndon, portò sullo schermo una delle fotografie più raffinate della storia del cinema, realizzando un film che sembrava dipinto più che girato. Con Shining e Full Metal Jacket spiazzò ancora una volta tutti. Il verdetto del pubblico fu un successo, quello della critica diviso, ma il tempo (giudice supremo) li consacrò comunque.
E quando arrivò Eyes Wide Shut, uscito dopo la sua morte, il cerchio si chiuse. Un film che parlava di desiderio, identità, maschere sociali, come se Kubrick avesse voluto lasciare un ultimo sguardo sul mistero dell'essere umano.
Ciò che colpisce, rivedendo oggi la sua opera omnia, è la coerenza assoluta del percorso. Kubrick non cercò mai il consenso e, proprio per questo, lo ottenne. Non inseguì mai il gusto del pubblico e, proprio per questo, lo anticipò. Ogni film fu un atto di controllo totale, ma anche un invito a perdersi.
La sua calma, la sua curiosità inesauribile, la sua capacità di immergersi nei dettagli (dalle tecniche militari ai rituali sociali, dalla psicologia alla tecnologia) crearono un cinema che non assomigliava a nient'altro che a se stesso.
Se oggi dovessimo scattare una fotografia dei gusti reali del pubblico cinefilo, Kubrick sarebbe ancora lì: sul podio. Non perché sia "il migliore", ma perché è unico.
Un Maestro del Cinema che trasformò ogni film in un'esperienza, ogni immagine in un enigma, ogni storia in una domanda che continua a risuonare. E forse è proprio questo il suo lascito più grande: ricordarci che il cinema non deve rassicurare, ma aprire spazi di pensiero, di paura, di meraviglia. Spazi in cui possiamo ancora perderci e ritrovarci, ma diversi da come eravamo.
Considerato uno dei più grandi registi di sempre per la sua capacità di reinventare ogni genere, ossessionato dalla composizione, dalla simmetria e dall'illuminazione, curava ogni inquadratura come un quadro, integrando immagine, musica e ritmo in un linguaggio espressivo unico. Le sue opere, spesso costruite su tempi dilatati e recitazioni ipnotiche, privilegiavano la comunicazione visiva rispetto alla parola e si fondavano su un'estetica che dialogava con la storia dell'arte: dalla pittura settecentesca di Barry Lyndon alle suggestioni goyesche di Shining.
Innovatore tecnico instancabile, introdusse effetti speciali rivoluzionari, ottiche superluminose e l'uso magistrale della steadicam.
Nei suoi film esplorava la natura ambigua e violenta dell'essere umano (che considerava un "ignobile selvaggio"), affrontando temi come la scelta morale, la follia autodistruttiva, la perversione e l'ossessione, la brutalità della guerra. Le sue narrazioni furono spesso circolari, con finali che ritornavano all'inizio, e lasciavano allo spettatore il compito di interpretare senza imposizioni morali. Pur cercando di smussare la realtà attraverso lo stile, Stanley Kubrick rimase ancorato a un realismo rigoroso e a una visione profondamente pessimistica dell'uomo.
Ed ecco come è sceso sulla Terra un Dio del Cinema, storicamente centrale, tecnicamente inarrivabile, capace di influenzare profondamente il linguaggio cinematografico.

Studi
Nato a New York nel 1928, primo tra i due figli di un medico omeopatico e di una casalinga, frequentò le scuole pubbliche del Bronx.
In adolescenza, suo padre gli regalò una macchina fotografica Graflex con la quale cominciò a sviluppare la sua passione per le immagini, alimentata anche dai numerosi pomeriggi passati al cinema e dall'amore per il jazz. Studente presso la William Howard Taft High School, saltava spesso la scuola per tornare al cinema, finendo poi per abbandonarla del tutto: un evento che causò la profonda delusione di suo padre, che sperava per lui in un grande futuro.

Il lavoro come fotografo
A metà degli Anni Quaranta frequentò le lezioni serali del City College nella Grande Mela, ma nel frattempo cominciava anche a lavorare per la rivista fotografica LOOK.
Diventato improvvisamente noto per le sue narrazioni per immagini, iniziò a essere inviato in giro per il mondo per documentare la vita in alcune città europee con i suoi servizi fotografici. Eppure, il cinema era la passione che ancora e sempre lo spingeva non solo ad andare nelle sale, ma anche a studiare Elia Kazan (che aveva definito "il miglior regista americano"), Sergej Michajlovic Ejzenštejn e Max Ophüls, trascorrendo ore sui libri di teoria della Settima Arte.

I primi lavori
Grazie all'amicizia con Alexander Singer, riuscì a trovare lavoro presso gli uffici della società di produzione di cinegiornali "The March of Time", grazie alla quale firmò i suoi primi documentari e cortometraggi.
Si trattava di opere come Il giorno del combattimento (1949), sul pugile Walter Cartier; Il padre volante (1951), che raccontava la storia di un parroco cattolico che usava un piccolo aereo Piper; Mr. Lincoln (1952), che ricostruiva per la serie americana "Omnibus" la vita di Lincoln; e I marinai (1953), il suo primo film a colori, incentrato sui membri dell'Unione Internazionale Marinai.

L'esordio alla regia
Dopo il discreto successo dei suoi primi cortometraggi, Kubrick lasciò definitivamente il lavoro alla rivista LOOK per dedicarsi al cinema a tempo pieno, realizzando nel 1953 il suo primo lungometraggio, Paura e desiderio (1953). Un'opera poi divenuta quasi introvabile e che lo stesso regista, anni dopo, avrebbe definito "un tentativo serio realizzato in modo maldestro", ma che ebbe comunque un ruolo decisivo nel permettergli di acquisire sicurezza, padronanza tecnica e consapevolezza del mezzo cinematografico, avviando così la sua vera carriera da autore.

I primi film
Dopo la firma di un contratto con la United Artists, nel 1956 Kubrick fondò una piccola società con il produttore James B. Harris e realizzò il suo secondo e terzo lungometraggio: Il bacio dell'assassino (1955) e Rapina a mano armata (1956). Due opere asciutte e tesissime, sostenute da una tensione sorprendente: film poverissimi di mezzi, ma che mostravano già un giovane Kubrick capace di uno stile visivo personale, sperimentale e sorprendentemente maturo per dei noir indipendenti.

I titoli con Kirk Douglas
Nel 1957, finanziato da Kirk Douglas (che fu anche protagonista del film), firmò Orizzonti di gloria, un capolavoro antimilitarista di straordinaria forza morale e formale, diretto con lucidità e rigore. La ricezione fu immediatamente entusiasta, lodando la denuncia dell'ottusità del potere militare e la capacità del film di mostrare l'assurdità della guerra attraverso una narrazione implacabile.
Kubrick aveva costruito un'opera aspra e ironica che mirava alla giugulare dell'ipocrisia del potere, a smascherare la crudeltà della gerarchia militare e la distanza tra chi comanda e chi muore. Un manifesto kubrickiano intrinsecamente legato alla celebre carrellata nelle trincee, alla contrapposizione visiva tra il fango dei soldati e il lusso degli ufficiali, nonché all'uso espressionistico degli spazi: elementi simbolici e tecnicamente impeccabili. A questo si aggiunsero la forza interpretativa di Kirk Douglas e la fedeltà al romanzo di Humphrey Cobb, che rafforzarono la dimensione etica del film.
Volendo cavalcare l'onda, Douglas gli chiese di dirigere un altro film con lui come protagonista (anche perché aveva appena licenziato Anthony Mann). Kubrick accettò quindi la regia di Spartacus (1960), ma l'esperienza si rivelò difficile. Il regista non si sentiva a suo agio senza il pieno controllo creativo e visse con tensione il rapporto con l'attore protagonista e produttore del film. Nonostante ciò, Spartacus divenne un kolossal di enorme successo, all'epoca il più costoso mai realizzato, premiato con quattro Oscar e accolto con grande favore dal pubblico. Terminata questa esperienza, Kubrick decise di trasferirsi definitivamente in Inghilterra e di dedicarsi solo a progetti in cui potesse esercitare un controllo totale su ogni fase della produzione, scelta che segnerà tutta la sua carriera successiva.
Massimo esempio di kolossal, di solidità drammatica, di costruzione dei personaggi e di equilibrio tra spettacolarità e profondità narrativa, impreziosito da scenografie eccellenti, da un cast di interpreti di grande livello (Kirk Douglas, Laurence Olivier, Charles Laughton, Peter Ustinov) e da una regia sicura e abile, capace di gestire mezzi produttivi enormi senza sacrificare coerenza, tensione e qualità artistica complessiva, Spartacus divenne un classico del genere sword and sandals, anche grazie alla sceneggiatura di Dalton Trumbo.

I film con Peter Sellers
Nel 1962 ribaltò l'impianto del romanzo "Lolita" di Vladimir Nabokov, trasponendolo in un film con Sue Lyon, Peter Sellers, James Mason e Shelley Winters. Concentrandosi sul dramma morale di Humbert Humbert e trasformando una storia potenzialmente scandalosa in un racconto di "grandezza quasi tragica", capace di evitare l'erotismo esplicito e di valorizzare invece la dimensione psicologica e simbolica (pur riconoscendo qualche eccesso stilistico e qualche caricatura), Lolita diventò un'opera tecnicamente curata, una satira nera brillante, audace e sorprendentemente godibile, capace di conquistare critica e pubblico nonostante il tema scabroso. Accolto con grande interesse negli Stati Uniti, fu definito "la prima nuova commedia americana dai tempi di Preston Sturges". Questo approccio trasformò un materiale potenzialmente respingente in un'opera brillante, intelligente e culturalmente pungente e, nonostante le polemiche, Lolita ottenne una candidatura agli Oscar e cinque ai Golden Globe.
Ritroverà Peter Sellers nel satirico grottesco Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964), anch'esso fortemente antimilitarista: una parabola macabra e ironica sulla follia atomica, ma soprattutto una straordinaria prova di Sellers, che con virtuosismo interpretò tre personaggi caricaturali e memorabili, incarnando l'umorismo nero e il sarcasmo sulfureo che sostenevano l'intero film.
La critica e l'Academy lo apprezzarono e lo percepirono come un'opera rivoluzionaria: una commedia che smascherava l'assurdità della logica militare durante la Guerra Fredda, mantenendo un tono realistico negli ambienti e totalmente folle nei personaggi. La sceneggiatura, scritta da Kubrick insieme a Peter George e Terry Southern, fu lodata per l'adattamento brillante del romanzo "Allarme rosso", trasformato da thriller serio in satira politica senza perdere tensione né coerenza narrativa.

2001 - Odissea nello spazio
Nel 1968 arrivò il suo primo capolavoro: 2001: Odissea nello spazio.
Il film venne universalmente riconosciuto come un'opera rivoluzionaria. Per la critica italiana fu addirittura un film "inclassificabile", una folle scommessa vinta in cui Kubrick superò le avanguardie senza proclami e inaugurò una nuova era del cinema, firmando probabilmente l'opera più ambiziosa mai realizzata, tanto per ciò che mostrava quanto per ciò che lasciava volutamente irrisolto. La grandezza del film risiedeva nella perfezione e nella suggestione delle sue immagini fantascientifiche, mai viste prima né più eguagliate dopo, e nella capacità di condensare ignoto e sacro nel simbolo potentissimo del monolite, trasformando l'avventura spaziale in un viaggio interiore che riprendeva il mito dell'apprendista stregone.
L'Academy decantò la regia, la sceneggiatura e gli effetti speciali, riconoscendo alla pellicola una rivoluzione formale e concettuale che ridefiniva il linguaggio della fantascienza attraverso una scrittura filosofica sull'intelligenza artificiale, il destino della specie, il ruolo della conoscenza e il contatto con l'ignoto (lo script era firmato da Kubrick assieme ad Arthur C. Clarke, autore del racconto "The Sentinel", da cui il film era tratto) e un uso degli effetti speciali (supervisionati dal regista con un team di professionisti) mai visto prima.
Nel giro di qualche anno diventò uno dei massimi capolavori della storia del cinema e una svolta epocale nel genere fantascientifico. La sua direzione, basata su movimenti di macchina lenti, composizioni geometriche e un uso rivoluzionario della musica classica, contribuì a creare un linguaggio cinematografico nuovo.

Arancia meccanica
Il progetto successivo doveva essere un film su Napoleone, pensato per Jack Nicholson, ma non vide mai la luce. Il clamoroso insuccesso commerciale di Waterloo (1970), troppo simile per tema, e soprattutto l'enorme budget previsto (circa 40 milioni di dollari, impraticabili per l'epoca) convinsero gli Studios a bloccarlo, trasformandolo in uno dei più celebri film non realizzati della storia del cinema.
Così, tra il 1969 e il 1970, Kubrick prese in mano Anthony Burgess e si dedicò a un altro lavoro. Nacque così Arancia meccanica che, dopo aver ottenuto dalla Warner Bros. Pieno controllo su regia e produzione, cominciò a realizzare nell'autunno del 1970, completandolo nel febbraio 1971. Senza saperlo, aveva appena firmato il suo secondo e consecutivo capolavoro e una nuova pietra miliare nella storia del cinema.
Il film, uscito a New York a dicembre, suscitò immediatamente forti controversie in molti Paesi per la sua violenza e per il suo stile provocatorio, ma diventò rapidamente una delle opere più influenti del cinema moderno, grazie al suo mix di generi e alla potenza della sua visione. Nonostante le censure (soprattutto negli Stati Uniti, in Italia e in Inghilterra), Arancia meccanica ottenne un enorme successo e ricevette quattro nomination agli Oscar del 1972 e sette ai BAFTA, venendo presentato anche al Festival di Venezia.
Mai come allora Kubrick apparve come un uomo cupo e inquieto, ossessionato dall'idea che la tecnica moderna non si limitasse più a minacciare il mondo materiale (come già denunciava in Il dottor Stranamore) ma mirasse a distruggere "l'anima" stessa dell'uomo, svuotandolo dall'interno. Negli anni in cui non si parlava ancora di ingegneria genetica o di genoma, il regista ripeteva con voce sempre più angosciata che politica, televisione, vita collettiva, lavoro competitivo e persino il cinema stavano provocando una "morte dell'anima", dimenticando che l'essere umano viveva anche di spirito e di idee, e non soltanto di bisogni materiali. Un pensiero allucinato, profetico e gravemente carico di presagi.
Anche in questo caso siamo di fronte a una regia radicale, una sceneggiatura audace e una costruzione visiva e tematica che trasformarono il romanzo di Burgess in un'opera cinematografica disturbante, innovativa e culturalmente potentissima.
L'opera fu percepita come un altro salto in avanti nel linguaggio del cinema. Kubrick adattò il romanzo in un film che mescolava satira sociale, distopia politica, violenza stilizzata e riflessione filosofica sul libero arbitrio, mantenendo la struttura narrativa del libro e trasformandola in un'esperienza audiovisiva unica. La critica riconobbe la forza della sceneggiatura per la capacità di preservare il linguaggio Nadsat, la voce narrante di Alex e il tono ironico e crudele del romanzo, rendendo cinematografico un materiale letterario complesso. Il film ricevette quattro nomination agli Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale, segno di un riconoscimento istituzionale molto forte per un'opera così controversa.
Grandangoli, movimenti fluidi e un'estetica oscillante tra grottesco e sublime, con una fotografia di John Alcott che contribuiva a creare un mondo visivo riconoscibile e disturbante, mentre la colonna sonora elettronica di Wendy Carlos, basata su Beethoven, rafforzava il contrasto tra cultura alta e violenza. Inoltre, la performance di Malcolm McDowell, considerata una delle più iconiche del cinema britannico, incarnò un protagonista repellente ma magnetico e, nonostante le polemiche e i divieti (in Italia il film rimase vietato ai minori di diciotto anni), venne riconosciuta come culturalmente, storicamente e artisticamente significativa.
Nel 1975 continuò i suoi progressi tecnico fotografici con lo straordinario Barry Lyndon. Oscillando tra l'elogio e la stroncatura, il titolo si rivelò con il tempo "IL film per antonomasia", un altro piccolo e totale cult, capace di ricreare e perfezionare un intero universo settecentesco grazie alla regia di Kubrick, alla fotografia di Alcott (che riuscì a girare molte scene in interni utilizzando esclusivamente la luce delle candele, grazie a un rarissimo obiettivo Zeiss Planar progettato per la NASA) e alle scenografie di Ken Adam.
Un'altra esperienza visiva unica che alcuni critici, non particolarmente concordi, etichettarono come un'opera puramente decorativa, formalmente splendida ma narrativamente piatta, un mero adattamento pedissequo del romanzo di William Makepeace Thackeray, che non coinvolgeva mai davvero e che soffriva anche della prova inespressiva di Ryan O'Neal.
Arrivarono altre sette nomination agli Oscar: tre di queste (film, regia e sceneggiatura non originale) vennero attribuite a Kubrick, incredibile creatore di una messa in scena "stately, gorgeously crafted" (ispirata direttamente ai dipinti di William Hogarth e alla pittura dell'epoca), di un'epica storica costruita con un controllo assoluto del ritmo e dell'immagine, qualità che la critica considerò un esempio di cinema d'autore al massimo livello.

Shining
Cinque anni più tardi, inaspettatamente, arrivò il suo terzo capolavoro, un'opera più vicina al thriller paranormale che all'horror puro: Shining (1980).
Kubrick mise le mani sulla ghost story di Stephen King e la riplasmò in un'opera "gotica" e frenetica, spingendo Jack Nicholson a un istrionismo così estremo da risultare sgradevole a molti. Universalmente ne venne riconosciuta la perfezione formale e l'originalità spettacolare, ma si osservò anche che l'opera poteva lasciare perplessi per la sua vicinanza ai prodotti costruiti sull'eccesso di effetti traumatici, suggerendo che la potenza visiva rischiasse talvolta di sovrastare la dimensione narrativa.
Gli appassionati di horror amarono comunque il film, meritevole di aver trasformato un romanzo di paura in una fuga psicologica dal terrore più unica che rara, costruita su atmosfera, tensione crescente e immagini iconiche che ridefinirono il genere, nutrendola con elementi simbolici e culturalmente memorabili (le gemelle Grady, il triciclo di Danny, la scritta REDRUM, l'ascensore pieno di sangue, fino alla celebre scena della porta sfondata).
L'inquietudine, scandita attraverso ritmo, silenzi, spazi vuoti e un uso innovativo della macchina da presa, creò un titolo che non puntava sul jump scare, ma su un orrore che nasceva dalla percezione dei protagonisti, dal loro isolamento e dalla lenta discesa nella follia: un approccio che influenzò profondamente l'horror successivo (Ari Aster, Robert Eggers, Jordan Peele), tra corridoi infiniti, simmetrie ossessive, carrellate fluide e l'Overlook Hotel come personaggio vivente.

Full Metal Jacket
Devono passare altri sette anni prima di rivedere una locandina di un nuovo film di Stanley Kubrick fuori dai cinema. Nel 1987 arrivò Full Metal Jacket, un film sconvolgente e visivamente splendido, in cui Kubrick (trent'anni dopo Orizzonti di gloria) continuò a colpire con forza la follia dell'ideologia bellica, capace di annientare le menti prima ancora dei corpi.
Il fragore delle armi, pur assordante, impallidiva di fronte al turpiloquio brutale che attraversava il film, rendendolo un'esperienza intensa e disturbante, tanto che, nonostante i tagli, i critici avvertirono che gli spettatori più sensibili avrebbero fatto meglio a scegliere qualcos'altro.
La sceneggiatura, con una struttura divisa in due blocchi autonomi ma complementari, era il risultato della trasformazione del romanzo "The Short-Timers" in un adattamento di grande impatto psicologico: dall'inferno dell'addestramento a Parris Island al caos della guerra in Vietnam.

Eyes Wide Shut
Dopo Full Metal Jacket, Kubrick lavorò a lungo ad Aryan Papers, adattamento del romanzo "Wartime Lies" di Louis Begley, un progetto sulla Shoah che però abbandonò quando Steven Spielberg iniziò le riprese di Schindler's List e perché lui stesso riteneva l'Olocausto una storia impossibile da rappresentare senza tradirne l'orrore, cosa che lo mise in forte disagio creativo.
Si dedicò allora a un altro progetto coltivato da anni, tratto dal racconto di Brian Aldiss "Supertoys che durano tutta l'estate", pensato per essere diretto da Spielberg mentre lui avrebbe prodotto. Anche questo venne rimandato per motivi tecnici legati alla tecnologia digitale ancora immatura (dopo la sua morte, Spielberg riprese il progetto e lo trasformò in A.I. - Intelligenza Artificiale).
Kubrick decise quindi di concentrarsi su Eyes Wide Shut, che si rivelò essere il suo ultimo film.
Tra la delusione e il riconoscimento della sua ambizione, il film apparve come l'ombra del capolavoro che il Kubrick quarantenne avrebbe potuto realizzare, trasformato da un genio settantenne in un'odissea urbana poco credibile sulla frustrazione sessuale: un'opera autunnale e faticosa, nella quale si percepiva lo sforzo creativo dietro ogni scelta. Un viaggio nell'immaginario della sessualità, della gelosia e del desiderio, dove eros e morte si intrecciano in un racconto colto, ricco di riferimenti letterari e non facilmente divulgabile, ma capace di delineare con precisione le ansie e le contraddizioni della coppia contemporanea.
All'estremo opposto, ci fu chi lo liquidò come un dramma giallo erotico morboso e inconcludente, lento fino alla noia e appesantito da un procedere "da tartaruga zoppa" tra fantasie sessuali e realtà, segnando così una delle accoglienze più dure riservate all'ultimo film di Kubrick.
In realtà, si trattava di un ottimo film americano, un'opera profondamente stratificata, elegante e psicologicamente complessa, che vedeva nel dramma coniugale un viaggio onirico e simbolico sul desiderio, il potere e l'identità.
La regia di Kubrick fu ipnotica: movimenti di macchina lenti, composizioni geometriche, uso espressivo delle luci natalizie e un'atmosfera sospesa che trasforma New York in un labirinto mentale. Una passeggiata "incubotica", costruita sul subconscio, che cercava il conflitto tra natura e cultura, individuo e società.
La sceneggiatura, vista come un adattamento colto e fedele allo spirito di "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler, venne letta come un'estensione moderna del suo immaginario psicoanalitico (desiderio, gelosia, autoinganno, pulsioni represse, dinamiche di potere), ampliato con sottotesti legati al potere occulto e alla società contemporanea.
L'uso di star hollywoodiane (Tom Cruise e Nicole Kidman), il rifiuto dei codici narrativi commerciali, la scelta di un ritmo contemplativo, di dialoghi carichi di ambiguità e di una messa in scena che invitava a molteplici interpretazioni furono elementi che contribuirono a ridefinirlo come un film "da leggere su più livelli", perfettamente in linea con la tradizione mitteleuropea del sogno, dell'inconscio e del dramma borghese.

Vita privata
Stanley Kubrick sposò nel 1948 la sua compagna di liceo Toba Metz, ma divorziarono nel 1951 a causa del suo legame sentimentale con la ballerina Ruth Sobotka, con la quale convisse per i tre anni successivi e che scelse come attrice per il film Il bacio dell'assassino.
Dopo essersi sposati nel 1955, i due sciolsero la loro unione nel 1958, anche perché il regista si era innamorato di un'altra attrice, Christiane Harlan, conosciuta sul set di Orizzonti di gloria, che sposò lo stesso anno del suo secondo divorzio e con la quale rimase fino alla morte.
I due ebbero due figlie: Anya Kubrick, fondatrice e direttrice della Palace Opera, e la regista Vivian Kubrick. Kubrick adottò inoltre la figlia di Christiane Harlan, Katharina Kubrick, nata da una precedente relazione, che divenne poi una nota pittrice, attrice e direttrice artistica.

Il celebre regista morì il 7 marzo 1999, stroncato da un infarto all'età di 70 anni, appena sei giorni dopo aver consegnato alla Warner Bros. Il montaggio finale di Eyes Wide Shut.

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lunedì 4 giugno 2018
Roy Menarini

Non si sa da dove cominciare, quando si scrive - cinquant'anni dopo la sua uscita in sala e in occasione della nuova distribuzione - di 2001: Odissea nello spazio. Dal significato del monolite che compare misteriosamente durante il film? Dall'alba dell'uomo e dalla dissolvenza più famosa della storia del cinema, da osso ad astronave? Dagli effetti speciali, non solo stupefacenti per l'anno in cui furono pensati ma ancora in grado di reggere l'usura del tempo? Dal valzer di Strauss sulle immagini dello spazio? O dall'intelligenza artificiale, HAL 9000, che ha prefigurato un intero filone della fantascienza sull'umanizzazione della macchina? Insomma, Stanley Kubrick creò un tale prototipo, un'opera così densa di significati espliciti e nascosti, da fornire il carburante interpretativo alla sua pellicola, e da renderla in grado di giungere quasi intatta fino ai giorni nostri

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