Dal Premio Goncourt al cinema: la deriva del giovane Anthony tra amori tossici e tensioni razziali, mentre il mito del benessere industriale svanisce sulle note dei Nirvana e degli Springsteen. Dal 14 maggio al cinema.
di Roberto Manassero
E i figli dopo di loro è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore francese Nicolas Mathieu, uscito nel 2018, vincitore del Premio Goncourt (il riconoscimento letterario più importante in Francia) e best seller da più di 400.000 copie vendute (da noi è arrivato nel 2019 per Marsilio).
La storia – che i due registi e sceneggiatori del film, i gemelli Ludovic e Zoran Boukherma, hanno in buona parte mantenuto – racconta di un ragazzo, Anthony, che dal 1992 al 1998 da adolescente si fa adulto nel paese in una zona industriale della Francia orientale in cui è nato. Innamorato della bellissima Stephanie, che ricambia il suo amore ma asseconda le proprie spinte autodistruttive, e coinvolto in una faida con il coetaneo di origini marocchine Hachine, responsabile del furto e dell’incendio della sua moto, Anthony non controlla nulla della sua vita e anno dopo anno vede ogni cosa sfuggirgli di mano, rabbioso, appassionato e sconfitto.
Al centro della vicenda ci sono gli anni ’90, rievocati dalle canzoni che nel libro danno il nome ai capitoli (ad esempio, "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana per il 1992 e "You Could Be Mine" dei Guns ‘n Roses per il 1994) e da altre che nel film accompagnano le avventure dei personaggi, da Springsteen ai Red Hot Chili Peppers. I due registi sono nati proprio nel ’92 e usano il passato per ricollegarsi a un mondo che non possono ricordare ma dal quale sanno di provenire.
E i figli dopo di loro è un racconto di formazione, una dolorosa e romantica educazione alla vita; al tempo stesso è anche un ritratto della classe operaia francese e dei suoi cambiamenti alla fine del secolo scorso.
A incarnare la parabola socio-culturale di milioni di persone che hanno perso l’identità e visto stravolto il loro mondo, è il padre di Anthony, Patrick, interpretato dall’attore e regista Gilles Lellouche, il primo a suggerire ai due registi il romanzo di Mathieu. In questo personaggio violento e stanco c’è tutta la delusione di chi ha conquistato diritti e benessere e ha poi visto poco alla volta morire le proprie illusioni tra i fumi degli impianti industriali e il vuoto degli stabilimenti abbandonati.
Nel corso degli anni ’90, mentre vede il suo amore allontanarsi, Antonhy coglie la tragedia vissuta dal padre e dagli operai come lui, incarnandone pur in maniera meno militante e più egoistica la disillusione che apre le porte al razzismo contro gli immigrati di prima e seconda generazione e il loro tentativo di integrarsi in Francia.
Tutto questo emerge in un film in cui gli aspetti socio-economici fanno da sfondo a una storia melodrammatica, raccontata con uno stile debitore del cinema americano, ritmato dal rock-pop, dall’importanza di oggetti e costumi (motociclette, jeans, sigarette) e attraversato da una vena di esasperazione che esplode alla fine, nell’estate del 1998, quando la Francia ospitò i Mondiali di calcio e nel tripudio collettivo li vinse.
Soprattutto, però, il film deve la sua forza alla grandissima prova del cast: tra gli esperti Lellouche, per l’appunto, e Ludivine Sagnier, che interpreta la madre di Anthony, Hélène, donna un po’ facile ma affettuosa, emerge il talento di Paul Kircher, che per la sua prova in E i figli dopo di loro vinse il Premio al Miglior Attore Esordiente a Venezia.