| Anno | 2026 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 54 minuti |
| Regia di | Francesco Cordio |
| Attori | Elio Germano, Filippo Tantillo . |
| Uscita | mercoledì 29 aprile 2026 |
| Distribuzione | Own Air |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento giovedì 26 marzo 2026
Un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne del Molise.
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Ci sono zone dell'Italia che hanno subìto un progressivo isolamento: sono quelle aree interne che negli ultimi cento anni hanno perso il 75% della popolazione, dove mancano scuole, ospedali, farmacie, uffici postali, distributori di gasolio, connessioni web, e a volte non arrivano neppure l'acqua e la corrente elettrica, nonostante la presenza massiccia di pale eoliche nei campi circostanti. Eppure quelle aree costituiscono il 60% del nostro territorio nazionale e sono ancora (dis)abitate da 13 milioni di persone, ovvero un quarto della popolazione italiana.
È da questa considerazione che prende le mosse il documentario Ritorno al tratturo, nato da un'idea di Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, di Elio Germano, che appare spesso e volentieri nel documentario, e del regista Francesco Cordio, coautore della sceneggiatura insieme a Tantillo, Germano e Gemma Barbieri, che è anche montatrice, in una collaborazione artistica che, come la storia che racconta, non spreca nulla e ottimizza le risorse in uno sforzo collettivo e solidale.
Siamo in Molise, un "territorio di media montagna al margine dei margini, caratterizzato da un forte fenomeno di spopolamento negli ultimi 40 anni", attraverso luoghi sperduti "dove non c'è niente" ma dove, "nel silenzio dei margini sta nascendo un mondo nuovo".
È un mondo di persone che, dopo aver ottenuto un'istruzione superiore e abitato in centri urbani più serviti e popolosi, sono tornate per realizzare un sogno, anche in conseguenza della nuova disoccupazione e povertà diffuse nel nostro Paese. C'è l'architetto che coltiva farro in pochi ettari di terreno e l'ingegnere diventato viticoltore; c'è l'imprenditrice di un'azienda agricola dove crescono amarene, cicoria e zucca luffa; e c'è Valerio, che alleva capre con rabbia e ostinazione. La rabbia è dovuta all'assenza delle istituzioni nei confronti di chi prova a ritornare alle origini e a produrre latte come facevano gli antichi, sfuggendo a quel mondo economico che favorisce l'approccio industriale.
Anche Elio Germano, ormai diventato una sorta di "ambasciatore del Molise nel mondo", si indigna davanti alla latitanza dello Stato in quelle aree "invisibili alla politica" e alla presenza soffocante di una burocrazia che fa da filtro (e da ostacolo) ai fondi pubblici destinati all'agricoltura che "non arrivano dove serve". Servono invece "reti di scambio, mutualismo, resistenza, nuove comunità", dice il documentario, che mostra l'operosità del trio di giovani che ha aperto una libreria in un'epoca in cui nessuno legge più sulla carta, della ristoratrice che ha aperto il suo locale nella ex cascina del bisnonno, o della signora che continua a produrre formaggio artigianale.
Il percorso di ritorno di alcuni verso il Molise ricorda, come suggerisce il titolo, l'andirivieni della transumanza "lungo i tratturi che collegano l'Abruzzo alla Puglia attraversando aree interne, dalle zone d'altura alle zone temperate, come infrastrutture della civiltà pastorale del sud Europa". "Anche milioni di uomini hanno attraversato queste strade portando con loro notizie, informazioni, merci, sapienze", e oggi quel movimento di ritorno segna una nuova fiducia nelle possibilità di certi territori, ma anche una sfiducia crescente nelle aree in cui la qualità della vita, al netto delle maggiori comodità, è diventata inferiore.
Se il cinema di Robert Zemeckis nel 1985 utilizzava il viaggio nel tempo come espediente per preservare lo status quo familiare e sociale, il documentario di Francesco Cordio, Ritorno al tratturo, compie un'operazione speculare e profondamente politica. Il film non si limita a mappare un territorio, ma rovescia la direzione del progresso: il "ritorno" non è nostalgia reazionaria, ma la ricerca di una [...] Vai alla recensione »