| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Belgio |
| Durata | 94 minuti |
| Regia di | Marta Bergman |
| Attori | Salim Kechiouche, Zbeida Belhajamor, Clara Toros, Abdal Razak Alsweha, Lucie Debay Michael Abiteboul, Yoann Zimmer, Isabelle de Hertogh, Marie Denarnaud, Bogdan Zamfir, Natali Broods, Catherine Proulx-Lemay, Nicole Colchat, Christophe Hermans, Jean-Michel Balthazar, Othmane Moumen. |
| Uscita | giovedì 7 maggio 2026 |
| Distribuzione | Cineclub Internazionale |
| MYmonetro | 2,55 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 7 maggio 2026
Un'opera che intreccia cinema civile e tensione narrativa, portando sullo schermo una storia capace di interrogare lo spettatore senza offrire risposte semplici. Clara è 146° in classifica al Box Office. mercoledì 13 maggio ha incassato € 73,00 e registrato 315 presenze in totale.
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CONSIGLIATO NÌ
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Sara e Adam, una coppia proveniente dalla Siria, attraversano il Belgio muovendosi tra i campi dei rifugiati con l'obiettivo di attraversare il confine e sbarcare nel Regno Unito. Con loro c'è la figlioletta Clara, di due anni. Dopo essersi affidati a dei trafficanti, salgono su un furgone pieno di altri migranti per un trasporto notturno in autostrada, che però viene monitorato dalle forze di polizia. Una pattuglia si mette all'inseguimento e dopo un confronto prolungato ad alta velocità, il poliziotto Redouane spara un colpo che provocherà una tragedia.
Direttamente dalle pagine più nere della cronaca migratoria recente, il secondo lungometraggio di finzione di Marta Bergman ci riporta al 2018 e a una storia che fece scalpore in Belgio, come punto d'incontro tra i temi sempre critici dell'accoglienza ai rifugiati e della violenza poliziesca.
Bergman la mette in scena senza fronzoli, con una certa efficienza stilistica che arriva rapidamente al lungo inseguimento notturno e costruisce una sequenza centrale ricca di tensione.
Prima e dopo c'è il desiderio di ricostruire la vicenda senza sbilanciarsi, con occhio umano più che politico, e abbracciando tutte le prospettive: la decisione più forte della regista è di includere il punto di vista del poliziotto che finirà poi per sparare, premurandosi di trattarlo non come un mostro o un capro espiatorio. Ci viene presentato (attraverso il volto di Salim Kechiouche, uno dei protagonisti della trilogia di Mektoub, my love per Kechiche) come padre di famiglia e operatore coscienzioso, che decide perfino di non arrestare un ragazzo privo di permesso di soggiorno all'inizio di quella fatidica serata.
La sua figura è giustapposta a quella di Sara e Adam, giovane coppia capace di trovare nell'unione un modo di astrarsi dalle circostanze (li vediamo la prima volta sospesi in uno spazio immaginifico dai toni caldi, che si rivelerà essere l'interno di una tenda da campeggio). Vittime e poliziotti finiranno in modi diversi per essere fagocitati dagli ingranaggi mediatico-governativi, in una ricostruzione certamente d'impatto, che però a mente fredda sembra rimanere troppo a distanza di sicurezza.
La distanza è la chiave anche nella scena dello sparo, nella quale la regista (che viene dal documentario) stacca su una prospettiva esterna e decide di non sbilanciarsi su quale versione degli eventi sia effettivamente la più veritiera; di scelte di montaggio che racchiudono intere questioni etiche è del resto piena la storia del cinema. Più facile è chiudere sulle ipocrisie di stato, con una visita degli esponenti politici e un'incursione nei piccoli compromessi morali della sfera privata. È il tipo di cinema in cui si è di recente specializzato Dominik Moll, con gli straordinari La notte del 12 e Il caso 137. Bergman non ne ha la finezza capace di essere comunque incisiva, e si ferma a uno stadio di cronaca apprezzabile ma più elementare.
Belgio, maggio 2018. La polizia è sulle tracce di un furgone carico di migranti in cerca di futuro nel Regno Unito. Dopo un turbolento inseguimento, il veicolo sospetto viene fermato; eppure qualcosa è andato storto e l’esito dell’operazione è tragico. Un evento che porta l’Europa a un accesso dibattito sulla tutela dei diritti umani, sull’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine e sulle liceità delle politiche anti migratorie.
Alcuni anni più tardi la documentarista Marta Bergman – già alla regia del lungometraggio del 2018 Sola al mio matrimonio − sceglie questo fatto di cronaca per riaccendere una luce sulle vite dimenticate di chi è costretto a lasciare il proprio paese nella speranza di un’esistenza più sicura e dignitosa altrove. Anche se in molti non sopravvivono al viaggio.
Dopo Matteo Garrone e il suo Io capitano (2023), con Clara (2026) è Bergman a indagare il punto di vista di chi, quella traversata infernale, la vive sulla propria pelle. Se Garrone raccontava l’epopea di due giovani senegalesi in viaggio da Dakar verso l’Europa, Bergman mette invece a fuoco la vicenda di una giovane coppia siriana e della loro bambina, Clara, mentre cercano di lasciare il Belgio per raggiungere l’Inghilterra.
Nell'incipit quasi onirico si vive l'intimità familiare. Ma presto si scopre che è solo un'angusta tenda, una delle tante nella tendopoli ai margini di qualche città. La giovane famiglia di emigrati, Adam (Abdal Razak Alsweha), Sara (Zbeida Belhajamor) e la piccola Clara (Klara Toros), sono rifugiati siriani e la fuga li ha portati nel cuore dell'Europa, qui, nel florido Belgio, ma la loro destinazione [...] Vai alla recensione »