| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Nigeria, Germania |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Damilola Orimogunje |
| Attori | Bimbo Akintola, Tosin Adeyemi, Lanre Hassan . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 11 settembre 2026
Anni '90 in Nigeria: due sorelle divise tra fede e sogni affrontano violenza, matrimonio e fuga, inseguendo un futuro diverso tra illusioni e sacrifici. In Italia al Box Office Dear Ajayi ha incassato 318 .
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CONSIGLIATO SÌ
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Anni Novanta, Nigeria sud-occidentale. Le sorelle Ade e Titi Ajayi vivono in due case dello stesso condominio. Una, fedele devota, è sposata con due bambini, tiene in piedi la casa e si prende cura della madre allettata. L'altra, invece, più indipendente e sognatrice, vuole sfondare nel mondo della musica, ma i suoi sogni sono frustrati da uomini bavosi e opportunisti: subisce uno stupro, poi si lascia sedurre da un tassista apparentemente buono che la sposa e la mette incinta. Ade, invece, deve confrontarsi con l'inquietudine del marito Michael, pittore frustrato e squattrinato che, un giorno, lascia il villaggio e si reca a Lagos dall'amico Fred per dare una svolta alla sua carriera.
L'opera seconda del nigeriano Damilola Orimogunje è un'ode alla sorellanza che rifiorisce nella diversità e nel dolore inconsolabile, un j'accuse sussurrato ma risoluto contro la cultura patriarcale e l'abbandono emotivo.
Dear Ajayi, in concorso alle Giornate degli Autori 2026, entra a buon diritto nell'African wave che, da qualche anno, reclama cittadinanza nei maggiori festival europei: da Atlantique di Mati Diop ad Augure, senza dimenticare perle come Aïcha o Dahomey (Orso d'Oro a Berlino 2024), questo film occhieggia a My Father's Shadow di Akinola Davies Jr. che l'anno scorso ha incantato a Cannes (primo film nigeriano nella sezione Un Certain Regard). Entrambi condividono, infatti, la famiglia come epicentro d'analisi, dove si agitano personaggi maschili contraddittori, oltre all'ambientazione nella Nigeria militarizzata di fine secolo. Ritorna, inoltre, la focalizzazione sulla quotidianità gravosa nei villaggi contrapposta a Lagos: la grande città dove realizzare i sogni frustrati dalla vita in campagna. Dal canto suo, Orimogunje compone una soave poetica delle piccole cose, una dignificazione di gesti, preghiere, riti, abitudini e valori del ceto medio nigeriano. Non perdendo mai il calore simpatetico e rifugiandosi nella tenerezza, il film concede nel finale anche un flebile filo di speranza.
Grazie a una recitazione misurata del quartetto principale, mai sovraeccitata e sempre scarnificata per enfatizzare minimi gesti, silenzi, lacrime e contemplazioni, la regia è, sin dall'inizio, classica e sorvegliata: centrata sugli interpreti e quasi sempre statica, valorizza costumi e scenografie (gli abiti, le macchine, gli edifici, le vallate) sgargianti dai potenti contrasti visivi. Su questa scacchiera il regista distende le peripezie di tre donne diverse ai limiti dell'incomunicabilità e dell'incompatibilità, ma legate da un vincolo familiare che non si spezza. Madri e donne che chiedono di essere amate dagli uomini ma ne scontano il disconoscimento affettivo: la più anziana, allettata, che soffre di paraplegia da quando è vedova; un'altra, Ade, chiamata ad annullarsi per tenere unita la famiglia (assiste la madre, rigoverna la casa, cresce i bambini e con il suo lavoro da infermiera porta a casa i soldi che il marito disilluso non guadagna); e, infine, Titi, la più volitiva, vulcanica, talentuosa e sofferente. La sua vocazione è calpestata da uomini che non sanno far altro che oggettificarla: spasimanti che la stuprano, produttori musicali che la ricattano e il tassista che, diventato suo marito, la reclama come un possesso in casa, violentandola e gravandola di una maternità indesiderata. Il dramma familiare di Orimogunje è una finestra spalancata su una società africana in trasformazione, infestata ancora dalla cultura del possesso maschilista, un veleno di cui non si scorgono le cause e di cui tutti subiscono le conseguenze, ma che nessuno riesce a eradicare. Dear Ajayi, per questo, conquista per la postura di sguardo: non scade mai nel pregiudizio, rifiuta facili soluzioni a un problema complesso e condanne sommarie (merito della sceneggiatura dello stesso regista). Vuole raccontare in punta di piedi le contraddizioni dell'essere umano anelando la rinascita di donne chiamate, ora e sempre, ad alzarsi da un letto di morte. Per andarsene verso una nuova vita.
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