Sola al mio matrimonio

Film 2018 | Drammatico, 121 min.

Titolo originaleSeule à mon mariage
Titolo internazionaleAlone at My Wedding
Anno2018
GenereDrammatico,
ProduzioneBelgio
Durata121 minuti
Regia diMarta Bergman
AttoriAlina Serban, Tom Vermeir, Rebeca Anghel, Marie Denarnaud, Marian Samu Viorica Tudor, Johan Leysen, Karin Tanghe, Jonas Bloquet, Alexandra Dina, Maria Baciu, Lara Persain.
Uscitagiovedì 5 marzo 2020
DistribuzioneCineclub Internazionale
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

Regia di Marta Bergman. Un film con Alina Serban, Tom Vermeir, Rebeca Anghel, Marie Denarnaud, Marian Samu. Cast completo Titolo originale: Seule à mon mariage. Titolo internazionale: Alone at My Wedding. Genere Drammatico, - Belgio, 2018, durata 121 minuti. Uscita cinema giovedì 5 marzo 2020 distribuito da Cineclub Internazionale. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

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Una giovane madre rumena abbandona la figlia per unirsi a uomo in Belgio. Lo fa per disperazione, per sopravvivere a una vita senza prospettive.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
Il ritratto realistico di una donna in cerca di una vita diversa, di un'indipendenza da conquistare.
Recensione di Roberto Manassero
venerdì 14 febbraio 2020
Recensione di Roberto Manassero
venerdì 14 febbraio 2020

Pamela, giovane ragazza rumena, bella e appariscente, vive con la nonna e la figlia in un paese alle porte di Bucarest. Senza lavoro e senza prospettive, ha un solo obiettivo: incontrare uno straniero online e sposarlo. Grazie a un'agenzia matrimoniale conosce così il belga Bruno, e senza dire nulla alla nonna fugge da lui nella speranza poi di tornare a prendere la figlia. Per Pamela la vita in Belgio non è però facile: senza conoscere la lingua, senza una vera intesa con Bruno, senza la sua bambina le giornate passano vuote e infinite. Nel frattempo, a casa, l'anziana nonna muore e il solo amico che Pamela abbia avuto, Marian, si prende cura della sua bambina...

Tra l'est Europa e l'occidente ancora benestante, il ritratto realistico di una donna in cerca di una vita diversa e di un'indipendenza da conquistare anche a costo di mettere a rischio i propri affetti.

Pamela come un'eroina dei Dardenne, come Rosetta, come Lorna: una reietta, una donna ai margini. Dell'Europa, della società. Rumena, ragazza-madre, con la sola bellezza come mezzo per cercare altrove una vita diversa. Pamela come le migliaia di donne dell'est Europa che ancora oggi sogna di essere salvate dalla fuga oltre l'occidente (era già così nel primo film di Cristian Mungiu, Occident, e vent'anni dopo nulla è cambiato).

La regista Marta Bergman non fa mistero del modello di messinscena a cui si è ispirato per il suo debutto: fin dalla prima inquadratura la macchina da presa scruta da vicino il volto della protagonista, i suoi capelli, la sua pelle, le sue labbra; e poi, allargando lo sguardo, la misera casa che divide con la figlia e la nonna (la madre, «una puttana come te», come la definisce la nonna, è morta), il villaggio innevato alle porte di Bucarest e ancora più in là un Paese povero e abbandonato.

Pamela è sempre al centro dell'inquadratura - pedinata, scrutata, spiata - e fuori dal proprio un mondo: uno sfasamento simbolo della la sua condizione economica, sociale ed esistenziale, ma anche segnale dell'obiettivo del film, che è quello di indagare la solitudine di una donna moderna, il silenzio interiore dietro il suo volto magnetico, lo sguardo fiero, il suo desiderio di amare, essere amata e godere.

Non c'è alcun matrimonio nel film: il titolo viene da una canzone cantata dalla nonna di Pamela, e offre l'immagine ideale della protagonista, prigioniera di un mondo che non dà prospettive e poi di un'unione senza entusiasmo, forse senza futuro. Raccontando il rapporto fra Pamela e Bruno - lei dolce, timorosa, a tratti spavalda; lui timido, passivo e inerme - la regista ha il pregio di non scivolare su rischiosi luoghi comuni (l'eventualità di una violenza domestica, o l'abbandono da parte del presunto salvatore), ma anche il difetto di non approfondire le contraddizioni di entrambi, l'inedia da uomo qualunque di Bruno e l'istintiva incoscienza di Pamela.

A differenza dei Dardenne, a cui Marta Bergman guarda anche nella scelta della grigia e invernale Liegi, in Sola al mio matrimonio non c'è la ferocia dei rapporti interpersonali generati da interessi e disperazione; la paura che regola le esistenze di chi non ha nulla come Pamela, e si gioca tutto - soldi, affetti, radici - per sopravvivere, e il fallimento di chi non ha mai saputo conquistarsi nulla, come Bruno.

La prova della bravissima, famelica Alina Serban, è così parzialmente sprecata da una messinscena rigorosa ma priva di tensione. Oltre alla violenza sottile del mondo in cui Pamela si muove, non si scorge nel film la ferocia da sopravvissuta della protagonista, che nel finale va incontro, se non a una possibile via d'uscita, almeno a una piccola, inevitabile consolazione.

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RECENSIONI DELLA CRITICA
venerdì 7 febbraio 2020
Barbara Corsi
VivilCinema

Una volta c'erano 40 mq di Germania, oggi le case sono più confortevoli ma persiste il rapporto di subalternità fra uomo e donna, specie se immigrata: il film dell'esordiente belga Marta Bergman fa ripensare al film del turco Tevfik Baser (1986). Là un operaio turco emigrato in Germania faceva arrivare la neosposa dal suo paese ad Amburgo per rinchiuderla nel piccolo appartamento, al sicuro dalle tentazioni [...] Vai alla recensione »

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