| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Messico, Francia |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Nathalia Acevedo |
| Attori | Sam Louwyck, Erwan Kepoa Falé, Michelle Astrid, Simone Bucio . |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 10 settembre 2026
Una città senza nome, un salone decadente: un parrucchiere accoglie malati terminali. Tra routine e acquari, sopravvive il ricordo di un passato vivo.
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CONSIGLIATO NÌ
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Una città senza nome colpita da un'epidemia. Un salone di bellezza ormai decadente. Questo luogo gestito anche ora dal suo proprietario, un parrucchiere gay chiamato l'Individuo, offre rifugio a malati terminali rifiutati dagli ospedali. Si occupa di loro ma non gli fa nessuna promessa. La quotidianità segue sempre lo stesso ritmo: la preparazione dei letti e dei pasti, solo uno al giorno. Eppure una volta quel posto era coloratissimo e pieno di vita, punto di ritrovo della comunità queer locale. L'unico collegamento con quel passato felice è la presenza degli acquari; l'Individuo infatti alleva piccoli pesci e si ferma a lungo a guardarli, incantato e intrappolato in una dimensione dove spazio e tempo sembrano dissolversi.
Un buco nella parete. La camera si avvicina a questo dettaglio che si allarga e l'immagine si apre sul mare.
In Salón de belleza ci sono tanti muri, visibili o anche nascosti, che separano il presente e il passato, la dimensione funerea da quella più vitale. L'attrice messicana Nathalia Acevedo, conosciuta soprattutto per il suo ruolo da protagonista in Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas, esordisce alla regia adattando per lo schermo il celebre romanzo omonimo di Mario Belletin pubblicato nel 1994. Costruisce un racconto sulla perdita della felicità, soffermandosi spesso sul volto e anche sul dettaglio degli occhi del protagonista interpretato dal ballerino, coreografo e attore belga Sam Louwyck, conosciuto tra gli altri per Le meraviglie di Alice Rohrwacher. Attraverso i piani sul suo personaggio, intraprende un viaggio mentale che richiama un po' quelli che faceva Wim Wenders con Rüdiger Vogler o Bruno Ganz. Anche se non si vedono, prendono forma i suoi tormenti, in un continuo contrasto dove le tonalità accese del passato (come i flashback musicali) sono sostituiti da un'ambientazione cupa sottolineata dalla fotografia di Balthazar Lab in cui i rumori prevalgono sui dialoghi.
Se nel libro la misteriosa epidemia (che veniva chiamata "il male" o "la peste") si riferiva all'Aids, nel film invece è diretto il richiamo al Covid, come si sente dalla voce del notiziario in tv che parla di "mare di mascherine azzurre". Invece dal romanzo riprende il simbolismo dell'acquario come dissoluzione/percezione distorta del tempo; la morte dei malati terminali va infatti di pari passo a quella dei pesci con un mondo che sta progressivamente scomparendo. Sottolineato da un'insistente voce fuori-campo, Salón de belleza non si libera dalla sua letterarietà anzi la forza quando ha bisogno di una frase per sottolineare che "ciò che prima era destinato alla bellezza, ora è festinato alla morte". Acevedo cerca di imporsi con uno stile riconoscibile e allusivo con ingombranti metafore come quella dell'acqua (dall'acquario al mare con la statua sepolta, segnale di una fine imminente) e una forzatura estetica nel mettere a fuoco le forme di decadenza del piacere con echi fassbinderiani. La cineasta non rende mai fluido il confine tra realtà e allucinazione e la cupezza esibita, gli spettri degli amori passati e definitamente perduti, danno l'impressione di essere una dimostrazione di stile senza però che ci sia la necessaria capacità di padroneggiarla ed è proprio per questo che il suo simbolismo ripetuto finisce per diventare esasperante.
Una città senza nome colpita da un’epidemia. Un salone di bellezza ormai decadente. Questo luogo gestito anche ora dal suo proprietario, un parrucchiere gay chiamato l’Individuo, offre rifugio a malati terminali rifiutati dagli ospedali. La quotidianità segue sempre lo stesso ritmo: la preparazione dei letti e dei pasti, solo uno al giorno. Eppure una volta quel posto era coloratissimo e pieno di vita. L’unico collegamento con quel passato felice è la presenza degli acquari.
L’attrice messicana Nathalia Acevedo esordisce alla regia adattando per lo schermo il celebre romanzo omonimo di Mario Belletin. Costruisce un racconto sulla perdita della felicità, soffermandosi spesso sul volto e anche sul dettaglio degli occhi del protagonista interpretato dal ballerino, coreografo e attore belga Sam Louwyck. Se nel libro la misteriosa epidemia si riferiva all’Aids, nel film invece è diretto il richiamo al Covid.
Dal romanzo riprende il simbolismo: la morte dei malati terminali va infatti di pari passo a quella dei pesci con un mondo che sta progressivamente scomparendo.
Non più uomini e topi alla Steinbeck, ma uomini che fissano i pesci. Non più piani per il futuro destinati a fallire, ma una desolata attesa in cui ci si limita a seppellire gli altri e poi a morire. Mentre un morbo misterioso decima la popolazione di un paese ignoto, un disilluso parrucchiere gay (Sam Louwyck, visto ne Le meraviglie di Alice Rohrwacher) decide di votare alla morte ciò che prima era [...] Vai alla recensione »
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