| Titolo originale | Heel |
| Anno | 2025 |
| Genere | Horror, Drammatico, |
| Produzione | Polonia, Gran Bretagna |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Jan Komasa |
| Attori | Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon, Callum Booth-Ford, Austin Haynes Kit Rakusen, Savannah Steyn, Monika Frajczyk. |
| Uscita | venerdì 6 marzo 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Filmclub Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,14 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 4 marzo 2026
Dopo una notte di eccessi, Tommy, 19 anni, si ritrova prigioniero di una famiglia che vuole "rieducarlo": presto vittima e carnefice si confondono. Il film è stato premiato a Roma Film Festival, In Italia al Box Office Good Boy ha incassato nelle prime 3 settimane di programmazione 31,6 mila euro e 17,1 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Tommy, diciannovenne sregolato di Londra, passa con gli amici una notte folle, tra droghe, locali, sesso e violenza estemporanea. Tornando a casa esausto e soddisfatto, viene inspiegabilmente sequestrato. L'autore dell'azione è un uomo apparentemente mite, un padre di famiglia che vive in campagna con la moglie e il figlio adolescente e da poco ha assunto un'immigrata irregolare come donna di servizio. La sua intenzione, condivisa dal resto della famiglia, è quella di incatenare Tommy nello scantinato e costringerlo a diventare un "bravo ragazzo". Inizialmente sconvolto, poco alla volta Tommy dovrà scegliere tra la fuga e la redenzione.
Tra Kubrick, Haneke e Lanthimos, il polacco Komasa gira una coproduzione internazionale che riflette in toni chiaramente metaforici sul confine labile tra libertà e coercizione, comunità e isolamento.
Il destino della "vittima colpevole" Tommy - figura riconducibile ad Alex di Arancia
meccanica, ugualmente dedita al piacere e alla violenza - è quello di subire un lavaggio
del cervello con nuova cura Ludovica. Incatenato in uno scantinato, Tommy osserva le sue
gesta violente e gratuite orgogliosamente caricate in rete e alla lunga reagisce con un
disgusto che non è visivo - come invece succedeva al personaggio creato da Anthony
Burgess e Kubrick - ma morale. Tommy arriva a comprendere l'immoralità delle sue
azioni, o quantomeno a coglierne le conseguenze, perché si riconosce in un'analoga
condizione di coercizione e impotenza.
L'interesse di Komasa e degli sceneggiatori Bartek Bartosik e Naqqash Khalid non è
dunque per l'esplorazione del piacere della visione (cosa che fa di Arancia meccanica un
film perennemente attuale), ma per la distanza che separa il gesto violento dal suo rifiuto;
e prima ancora per la differenza tra libertà e interesse.
In altre parole: nel caso si redimesse dai suoi peccati, Tommy lo farebbe per reale
comprensione o semplicemente per liberarsi dalle catene? L'aspetto centrale del film
diventa il rapporto fra il prigioniero e i suoi carcerieri, i quali vivono isolati in una grande
villa immersa nella brughiera inglese e dai toni chiaramente simbolici (come una zona
franca in cui il patto sociale è saltato) e impongono un'idea di felicità fondata su buone
maniere e rispetto, responsabilità e punizione, a un ragazzo malvagio ma privato della
libertà.
Sotto gli occhi di un'ulteriore figura esterna (una ragazza macedone chiamata dai
carcerieri di Tommy a fare da ideale spettatrice del loro spettacolo di rieducazione), il
prigioniero guadagna spazio e affetto, comprende ragioni e interessi degli altri, ma
nonostante ciò rimane incatenato. Il rimando evidente diventa allora il cinema di Lanthimos
(Doogtooth, Il sacrificio del servo sacro) e prima ancora di Haneke (Benny's Video, Funny
Games), come del resto facevano già pensare altri film di Komasa come The Hater o
Corpus Christi, in cui la riflessione sul rapporto fra identità individuale e collettiva, fra la
libertà del singolo e le imposizioni di una società, assumeva toni grotteschi e paradossali.
Ciò che però manca al regista polacco per raggiungere i suoi modelli è un'idea di
messinscena altrettanto forte. Le composizioni geometriche dei registi citati (per non
parlare della messinscena di Kubrick, sempre sospesa fra ragione e caos) esprimono la
rigidità mentale del pensiero assolutista, mentre in Good Boy la messinscena rimanda a
lavori come Saltuburn di Emerald Fennell, in cui il contrasto tra l'eleganza inglese e la
violenza dei gesti è espresso dai colori, dai toni ironici e tragici di una fiaba morale. A tale
effetto contribuiscono anche gli interpreti, in particolare Stephen Graham e Andrea
Riseborough (rispettivamente il padre e la madre della famiglia di moralista sequestratori),
la cui mitezza e anonimità nasconde l'orrore delle buone intenzioni.
Good Boy non è un film piatto, né tantomeno scontato: l'idea della struttura in ferro che
permette a Tommy di muoversi per casa incatenato è ad esempio notevole. Eppure la sua
evidenza metaforica ne fa un film prigioniero di un'idea troppo forte. Un film a tesi,
incapace di dare allo spettatore la libertà di considerarlo qualcosa di diverso da ciò che è.
Al suo interno, insomma, siamo tutti prigionieri.
Jan Komasa alla ricerca della «sottile linea di demarcazione tra amore e tirannia, silenzio e violenza». Questo, secondo il regista polacco (Corpus Christi,The Hater), è l'umore che permea Good Boy. Del resto, se guardiamo al suo cinema, sembra quasi interdetto l'accesso alla profondità ultima dei personaggi, a una loro verità che sia verità più di altre, più stringente, più radicale, più precisa. Vai alla recensione »