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giovedì 4 giugno 2020

Robert Downey Jr.

L'insostenibile leggerezza dell'alcol

Nome: Robert Downey
55 anni, 4 Aprile 1965 (Ariete), New York City (New York - USA)
occhiello
Capitan America: "Sei grosso con quella corazza ma senza, cosa rimane?" Tony Stark: "Be', vediamo, sono un genio, un milionario, un playboy e anche un filantropo!"
dal film The Avengers (2012) Robert Downey Jr.  Tony Stark / Iron Man
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Robert Downey Jr.
Critics Choice Award 2014
Nomination miglior attore in un film d'azione per il film Iron Man 3 di Shane Black

Critics Choice Award 2013
Nomination miglior attore in un film d'azione per il film The Avengers di Joss Whedon

Golden Globes 2010
Nomination miglior attore in un film brillante per il film Sherlock Holmes di Guy Ritchie

Golden Globes 2010
Premio miglior attore in un film brillante per il film Sherlock Holmes di Guy Ritchie

Critics Choice Award 2009
Nomination miglior attore non protagonista per il film Tropic Thunder di Ben Stiller

SAG Awards 2009
Nomination miglior attore non protagonista per il film Tropic Thunder di Ben Stiller

Golden Globes 2009
Nomination miglior attore non protagonista per il film Tropic Thunder di Ben Stiller

Premio Oscar 2009
Nomination miglior attore non protagonista per il film Tropic Thunder di Ben Stiller

Golden Globes 2001
Premio miglior attore secondario serie miniserie film tv per il film Ally McBeal di Dennie Gordon, Arlene Sanford, Sandy Smolan

SAG Awards 2001
Nomination miglior attore in una serie televisiva brillante per il film Ally McBeal di Dennie Gordon, Arlene Sanford, Sandy Smolan

SAG Awards 2001
Premio miglior attore in una serie televisiva brillante per il film Ally McBeal di Dennie Gordon, Arlene Sanford, Sandy Smolan

Golden Globes 2001
Nomination miglior attore secondario serie miniserie film tv per il film Ally McBeal di Dennie Gordon, Arlene Sanford, Sandy Smolan

Festival di Venezia 1993
Premio coppa volpi straordinaria per il film America oggi di Robert Altman

Premio Oscar 1993
Nomination miglior attore per il film Charlot di Richard Attenborough

Golden Globes 1993
Nomination miglior attore per il film Charlot di Richard Attenborough



Robert Downey Jr. abbandona le vesti di figlio ribelle per diventare padre nel film di Jon Poll.

Charlie Bartlett: "cattivi" ragazzi crescono

mercoledì 28 maggio 2008 - Tirza Bonifazi Tognazzi cinemanews

Charlie Bartlett: La vita è come un mazzo di carte, quando lo tagli in due non sai mai quello che ti capita, sta a te accettare la sfida o arrenderti". Parola di Robert Downey Jr., che di recente ha vestito i panni del supereroe dall'armatura d'acciaio e il cuore artificiale, ma che continua a offrire indimenticabili interpretazioni nel circuito indie. Dopo una vita passata a incarnare il "cattivo" ragazzo in conflitto col padre (Al di là di tutti i limiti, Guida per riconoscere i tuoi santi, Iron Man), in Charlie Bartlett ha il ruolo del "cattivo" padre in conflitto con la figlia (e se stesso). La commedia generazionale di Jon Poll - al suo esordio in lungo dopo una pregevole carriera come montatore - guarda alla vita dei ragazzini americani fuori e dentro il liceo, ai loro problemi spesso mal gestiti dalle istituzioni (che siano familiari o scolastiche), mostrandoli persi senza la quotidiana dose di Ritalin. Il regista si assume il compito di far riflettere sul mondo adolescenziale dove le potenzialità di ognuno vanno scovate e incoraggiate e non messe a tacere con qualche pillola o a suon di sberle. Gli adulti, visti dai giovani, sono altrettanto persi, ma hanno ancora l'occasione di redimersi. Ne abbiamo parlato con Robert Downey Jr.

Oggi Robert Downey Jr. è Iron man, supereroe di "ferro".

5x1: Robert Downey Jr. l'uomo tornato dall'oblio

martedì 29 aprile 2008 - Stefano Cocci cinemanews

5x1: Robert Downey Jr. l'uomo tornato dall'oblio Non ama definirsi attore ma "faker", un truffatore, un falsificatore. Probabilmente molti dei fans di Robert Downey Jr. non sarebbero d'accordo con questa definizione, riconoscendo al ragazzo di New York molte più doti di quante lui stesso sia capace di ammettere.
La sua ascesa è stata ostacolata da problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti e alcol che gli sono valsi arresti, settimane di prigionia e analisi antidroga obbligatorie sul set di alcuni film. Nel 1992 sembrava l'uomo destinato a segnare la storia del cinema: il suo Chaplin commosse e lo lanciò nell'Olimpo. Proprio il successo fece emergere gli abissi dell'animo di Robert Downey Jr., quelle stesse profondità che probabilmente gli regalano uno degli sguardi più intensi e veri di Hollywood: quando Robert guarda, vede per davvero il suo interlocutore; quando Robert piega il suo volto in una smorfia d'espressione, diventiamo noi stessi quella emozione.
Fu la televisione a recuperarlo: nella serie Ally McBeal ottenne premi e iniziò a risalire la china; il cinema tornò a celebrarlo con Kiss Kiss Bang Bang diretto da un altro grande desaparecido di Hollywood: quel Shane Black che negli anni Ottanta fu lo sceneggiatore più pagato grazie al successo di Arma Letale. Per lui fu letale l'idea di far morire il protagonista della franchigia, Martin Riggs: messo da parte da tutti, si risollevò solo con questa pellicola.
Con Iron man Robert Downey Jr. torna in grande spolvero nei panni di un supereroe: dopo essere resuscitato dalla morte professionale, combattere i terroristi in un esoscheletro di ferro non è una sfida impossibile.

Robert Downey Jr. è il primo supereroe convincente della storia del cinema.

Iron Man, quando il supereroe diventa umano

giovedì 24 aprile 2008 - Tirza Bonifazi Tognazzi cinemanews

Iron Man, quando il supereroe diventa umano Al di là di tutte le aspettative il film di Jon Favreau convince. Sarà che per la prima volta da quando il cinema ha iniziato a giocare con i supereroi - che fossero in calzamaglia o mascherati, armati di superpoteri o (co)stretti in tutine di pelle - Iron Man non mette in scena solo l'eroe, ma soprattutto l'uomo. "Nei fumetti ci sono due tipi di supereroi, quello più comune è colui che per qualche motivo si ritrova ad avere dei poteri magici. Per quanto mi riguarda il mito più bello è quando la persona fa un percorso di maturazione e decide di diventare un eroe. Iron Man non ha super poteri. Si costruisce un'armatura e si inventa eroe e in quel momento il suo cuore cambia". Parola del regista, che per trasporre l'ennesimo fumetto della Marvel si circonda di un cast eccezionale (Robert Downey Jr., Terrence Howard, Gwyneth Paltrow, Jeff Bridges) e lo rende partecipe di tutte le fasi di scrittura. Nascono così, materiale originale alla mano, i personaggi di Tony Stark, Jim Rhodes, Virginia 'Pepper' Potts e Obadiah Stane. Grazie al contributo di attori che sono stati capaci di rimanere fedeli al fumetto e al contesto attuale del mondo (la guerra in Afghanistan al posto del conflitto in Vietnam dell'Iron Man in strisce), trovando un personalissimo modo per tramutarlo in cinema d'intrattenimento.

Dolittle

Dolittle

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,63)
Un film di Stephen Gaghan. Con Robert Downey Jr., Rami Malek, Selena Gomez, Marion Cotillard, Emma Thompson.
continua»

Genere Commedia, - USA 2020. Uscita 30/01/2020.
Avengers: Endgame

Avengers: Endgame

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,74)
Un film di Joe Russo, Anthony Russo. Con Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson.
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Genere Azione, - USA 2019. Uscita 24/04/2019.
Avengers: Infinity War

Avengers: Infinity War

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,59)
Un film di Joe Russo, Anthony Russo. Con Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Chris Evans, Scarlett Johansson.
continua»

Genere Azione, - USA 2018. Uscita 25/04/2018.
Spider-Man: Homecoming

Spider-Man: Homecoming

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,95)
Un film di Jon Watts. Con Tom Holland, Marisa Tomei, Zendaya, Robert Downey Jr., Michael Keaton.
continua»

Genere Fantastico, - USA 2017. Uscita 06/07/2017.
Captain America: Civil War

Captain America: Civil War

* * * - -
(mymonetro: 3,37)
Un film di Anthony Russo, Joe Russo. Con Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Jeremy Renner.
continua»

Genere Azione, - USA 2016. Uscita 04/05/2016.
Filmografia di Robert Downey Jr. »

lunedì 27 aprile 2020 - Quello tra letteratura e cinema è sempre stato un rapporto ambiguo, stretto e tormentato.

Dal libro al cinema: i film che bisogna vedere (e quelli che andavano evitati)

Pino Farinotti cinemanews

Dal libro al cinema: i film che bisogna vedere (e quelli che andavano evitati) Il corso che ho tenuto alla IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione, fa parte del “Master in arti del racconto: letteratura, cinema, televisione”: direttori scientifici Gianni Canova e Antonio Scurati. Le materie erano due: il rapporto fra il libro e il film e i film che è indispensabile aver visto. Argomenti larghi e affascinanti, naturalmente, che presupponevano delle scelte, delle prospettive. In realtà le due “materie” hanno finito per assimilarsi, seppure non in assoluto, perché molti dei film figli di grandi romanzi, in automatico diventavano “indispensabili”.

Ho deciso un criterio di selezione e di visuale, partendo dai libri. Che la letteratura, arte nobile, prevalga, è  legittimo, attestato da una verità impietosa: salvo rare anomalie non esistono libri tratti da film ma solo film tratti da libri. Starò ad alcuni dei temi primari. Costretto dallo spazio.

Il rapporto fra cinema e letteratura è sempre stato stretto e tormentato. Stretto perché non c’è romanzo importante che non abbia avuto la sua versione cinematografica, -  due eccezioni, rilevanti, "Il giovane Holden" di Salinger e "Cent'anni di solitudine" di Marquez - tormentato perché le due discipline hanno regole molto diverse. Il cinema ha toccato tutti gli autori, tutti i giganti. Da Omero a Shakespeare alla Christie, da Goethe a Mann a Grass, da Hugo a Proust a Flaubert a Bernanos, da Manzoni a Moravia a Lampedusa, da Fitzgerald a Hemingway a King, da Dickens a Kipling, Da Tolstoj a Sol?enicyn, a Kafka a Joyce, Joseph Roth a Garcia Marquez a Tolkien.

Non c’è dubbio che ad essere privilegiato sia il cinema, al romanzo appartengono profondità, introspezione, verità, al cinema spettacolo e happy end. Il lieto fine ha spesso stravolto i contenuti dei romanzi. Si tratta di accettare due termini: licenza e contaminazione. Il cinema ha tutti i diritti alla licenza, la letteratura avrebbe tutti i diritti alla salvaguardia della propria identità. Va anche detto che alla fine “pesando” licenze e contaminazioni, nell’insieme della collaborazione, il barometro volge di qualche grado al bello. Fra libri e film si è instaurato un rapporto di mutuo soccorso che naturalmente ha favorito la letteratura, anche se nell’era recente il cinema ha tentato un’emancipazione, ha risalito qualche posizione di merito.

Una contaminatio, filologicamente disastrosa, spettacolarmente efficace, è Troy. Sì, l’Iliade. Inutile stilare una lista degli errori, non basterebbe… un’altra Iliade, però si possono rilevare alcuni falsi sostanziali e “impossibili”, diciamo così. Per esempio la morte di Menelao, reso odioso dagli autori fin dall’inizio. Viene ucciso da Ettore per difendere il fratello Paride umiliato. Il regista Petersen vanifica così un episodio del sequel Odissea, dove Telemaco, alla ricerca del padre Ulisse, ritrova il re di Sparta a casa, con la moglie Elena al suo fianco, forse eroticamente placata, comunque perdonata. Ma c’è di peggio, anche Agamennone ci lascia le penne, sgozzato da Briseide schiava-amante di Achille. Ed ecco azzerato il ciclo di Agamennone che ha alimentato la successiva Orestea di  Eschilo.
Un altro gigante devastato è Shakespeare. Troppo grande è la tentazione. Il massimo autore inglese scriveva per il cinema quattro secoli fa, tutto incredibilmente perfetto: il ritmo del racconto, gli artifici, il sangue (soprattutto quello blu) gli amori e le guerre. I film ci hanno proposto Amleto in costumi da corte viennese, Riccardo III fra i nazisti, Romeo e Giulietta a Los Angeles e Titus nel palazzo dell’Eur.   L’espressione “ufficiale”, seppure toccata dal tempo, di Shakespeare rimane l’Amleto di Olivier del ’48, essenziale e pulito, rispettoso in assoluto del testo. Come a dire: William si beveva, già allora, tutti gli sceneggiatori. Un altro maestro eroe della contaminazione è Ernest Hemingway. Quasi tutti i suoi romanzi sono diventati film e anche molti dei racconti. Lo scrittore di Chicago odiava il cinema, non mise mai il piede sul set di un film tratto da un suo libro. Hemingway era perfetto per essere maltrattato dal cinema, la sua sindrome si chiamava “lieto fine”. Si sa che l’happy end è la condicio sine qua non di gran parte del cinema americano. Alla letteratura, specie a quella di Hemingway, il lieto fine non si addice.

 
Molto spazio è stato dedicato al grande antagonista, chiamiamolo così, di Hemingway, Scott Fitzgerald. Il cinema lo ha trattato meglio. Nelle varie versioni del “Grande Gatsby” l’intervento degli sceneggiatori sul testo originale andava esplorato. La cadenza dei rifacimenti di Gatsby presenta quattro film a partire dagli anni Venti. Il primo, un “muto”, Fitzgerald fece in tempo a vederlo. Nel 1926 Hollywood acquistò i diritti del romanzo uscito l’anno prima. C’era fretta di farlo. L’edizione era firmata da tale Herbert Brenon, un mestierante di non grande talento, Gatsby era Warner Baxter. Quel film non esiste più: la pellicola è andata perduta. Ma nel ‘49 la Paramount riacquisì i diritti e organizzò una produzione all’altezza. La regia era di Elliott Nugent, buon artigiano, e il ruolo di protagonista ad Alan Ladd, un “Gatsby” perfetto. Un quarto di secolo dopo, ancora la Paramount affidò la storia a Jack Clayton e il ruolo a Robert Redford. La performance di Redford vive più del suo appeal che dell’identificazione: Redford è un californiano nato bene, il mistero scuro di Gatsby gli appartiene solo in parte.

L’ultimo Gatsby, del 2013, appartiene a Leonardo DiCaprio. La scelta è buona. Anche Leonardo è californiano ma possiede quella cifra opportuna di ansia che lo rende perfetto per il “febbrile” arrampicatore Gatsby. E non dà la sensazione, come Redford, di aver ottenuto tutto troppo facilmente dalla vita. Il regista Luhrmann è autore dal linguaggio visibile e aggressivo. Ama ridurre le storie a propria immagine e somiglianza. Ma "Il grande Gatsby" è una storia che sa benissimo tutelarsi da sola. Sono passate  le sequenze dell’incontro fra Gatsby e Nick Carraway, l’io narrante. “Sono io, Gatsby”. Al “giallo” è stato dedicato lo spazio dovuto. Privilegiando colui che “in principio era”, cioè Sherlock Holmes. Partendo dall’era recente, procedendo a ritroso.

Dalle prime sequenze ti sembra di essere in un film-zibaldone che punta a fare grandi incassi, dunque punta al pubblico giovane. Poi c’è Sherlock Holmes-Robert Downey jr.. Holmes non è solo un detective o un personaggio, è una cultura potente e trasversale che abbraccia l’ultima parte dell’ ottocento, attraversa il novecento e… continua. Una chimica nella memoria, che puoi trattare, contaminare, rivisitare, ma che sempre resiste. Nel film di Ritchie trovi tutto a cominciare dalla  ricostruzione vittoriana decadente, quella vicina allo Holmes originale: ombre lunghe della notte londinese, il porto delle nebbie (di Londra non di Brest) i laboratori con spirali di vetro e soluzioni chimiche rudimentali di allora, il popolo dei reietti che si rintana nelle fogne all’alba perché sta per levarsi un’ombra di sole pericoloso. E poi il gotico.

E poi… Steven Seagal, Chuck Norris, Michael Craig (sì, loro) e poi la velocità connaturata del karate del kung fu, del boxing, e relativo sapore di mission impossible, e anche di Jack Sparrow, e poi sapore, immancabile, di playstation e di fumetto (Lionel Wigram). Può l’Holmes dei romanzi di Conan Doyle sopravvivere a tutto questo? Certo che può, per due ragioni. La prima è che Holmes sopravvive a tutto. La seconda che trattasi di ottima evasione. Ottima e furba, applicante la formula a volte imperfetta, ma efficace, per stile e botteghino, di Ritchie. Il regista gioca su alcuni codici, certo rivisitandoli, che sono certamente alla Doyle: l’occulto, la magia nera e “pratica” (lo dicono nel film), la fantasy, il mistero, le messe nere; e poi il “fascinans, il mirum e il tremedum”, per dirlo alla Rudolf Otto, che sono ingredienti irresistibili di quella categoria di storie.  Interessante la contaminatio di una delle prime sequenze, dove il regista applica il sistema deduttivo di Holmes a un incontro che dovrebbe essere a pugni nudi ma è di tutte le arti marziali dette sopra. Sherlock, al rallenty studia i punti deboli dell’avversario: il plesso solare già compromesso, una zona di costole incrinate, la mascella delicata, il punto focale della nuca. E poi in ripresa accelerata porta i colpi. In realtà nella fase action c’è pochissimo di compassato, di “inglese” e di “Holmes”. Ma è utile artificio, appunto. Nella sequenza del combattimento a mani nude, dopo che Holmes si è sbarazzato dell’avversario, afferra una bottiglia e toglie il tappo coi denti. Ecco, questa caduta di stile sir Arthur Conan Doyle certamente non l’avrebbe lasciata passare.

Ma lo Sherlock più Sherlock è Basil Rathbone che è entrato in quei panni dandogli l’identità perfetta. Come se Doyle lo avesse davvero conosciuto e si fosse ispirato a lui. La Universal applicò a Rathbone le sue brave contaminazioni, ma sono solo li­cenze quasi dovute. Holmes-Rathbone nasce nel ’39, c’è la guerra, e un modello così forte e popolare non può non esservi applicato. Ma è solo un fatto estetico, relativo a certi episodi: non più car­rozze ma automobili, non più case basse ma la Londra di quegli anni. Per il resto Holmes mantiene le sue abitudini i suoi riti e i suoi tic, soprattutto i suoi metodi. E mantiene un altro carattere classico, il suo amico dottor Watson interpretato da Nigel Bruce. I film fu­rono 14, perfetti come il detective e il medico. Sono state mostrate sequenze del titolo che più identifica quella serie: Il mastino dei Baskerville. Dopo il modello Rathbone è accaduto di tutto. Nel quadro del mantenimento della tradizione e in quello opposto dell’evoluzione. Come abbiamo visto.


Continua: nel prossimo intervento il focus sui “film indispensabili”.

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