| Titolo originale | A Fistful of Dollars |
| Anno | 1964 |
| Genere | Western, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Sergio Leone |
| Attori | Clint Eastwood, Gian Maria Volonté, Marianne Koch, Wolfgang Lukschy, Sieghardt Rupp Antonio Prieto, José Calvo, Margarita Lozano, Daniel Martin, Benito Stefanelli, Bruno Carotenuto, Mario Brega, Joseph Egger, Aldo Sambrell, Umberto Spadaro. |
| Uscita | lunedì 16 settembre 2024 |
| Tag | Da vedere 1964 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| MYmonetro | 3,57 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 12 settembre 2024
In una cittadina al confine tra Stati Uniti e Messico, dominata da due famiglie di prepotenti, giunge un pistolero che, fingendo d'allearsi ora all'una ora all'altra, le fa sterminare a vicenda. Ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Per un pugno di dollari ha incassato 96,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Pistolero solitario, Joe arriva a San Miguel, cittadina al confine tra Stati Uniti e Messico divisa dalla lotta per il monopolio di due famiglie, i Rojo e i Baxter, che commerciano rispettivamente in alcol e in armi. Fingendo di vendersi ai primi, Joe fa in realtà il doppio gioco con lo scopo di mettere gli uni contro gli altri e trarre profitto dalla reciproca eliminazione delle forze antagoniste. Scoperto l'inganno, i Rojo torturano Joe che, salvatosi in extremis, sferrerà l'ultimo colpo in uno spettacolare duello.
Straordinario successo al botteghino di un titolo che inaugurerà la fruttuosa stagione del cosiddetto "spaghetti western", Per un pugno di dollari costituisce la prima astutissima mossa di quella "trilogia del dollaro" che, insieme a Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, consegnerà il cinema di Sergio Leone alla storia del cinema. Per certi versi inferiore ai due successivi movimenti, più compositi e articolati, rappresenta una lezione insostituibile per quella rappresentazione grafica della violenza che sarà assorbita da molti cineasti attivi tra i Sessanta e i Settanta. Differentemente dal western classico, il tema della conquista della frontiera, qui, lascia il passo a una "dimensione più privata", a rondò estremamente fisici il cui motore primo sembra essere quello della sete di vendetta. Da un soggetto fortemente ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa, che fece causa e fu risarcito con i diritti esclusivi di distribuzione in Estremo Oriente, Leone mette a punto, di fatto, un nuovo linguaggio in cui la fanno da padrone nichilismo e pessimismo, raggelante ironia e una generale brutalità a livello visivo, ritmico, recitativo, è il caso della bidimensionalità di ogni personaggio.
Imitatissimo e inimitabile, Per un pugno di dollari è un film spartiacque non solo per il cinema italiano che nasconde in sé più di quanto mostri ad una sommaria visione: «in esso confluiscono liberamente richiami all'Iliade e all'Odissea, all'Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni, a Shakespeare (del resto il film di Kurosawa rilegge Red Harvest di Dashiell Hammett, punto d'incontro ideale tra letteratura noir americana e tragedia elisabettiana...)» (Stefano Della Casa, Cinema popolare italiano del dopoguerra in Storia del Cinema Mondiale vol. VII, Einaudi, p. 805).
Nell'ottica di un sfruttamento commerciale internazionale, i titoli di testa celano dietro a pseudonimi anglofoni i realizzatori: Leone diventa Bob Robertson (in omaggio al padre regista che si firmava Roberto Roberti), tra gli altri, il direttore della fotografia Massimo Dallamano è Jack Dalmas e Gian Maria Volonté appare come John Wells.
All'intensità della visione contribuisce non poco il lavoro svolto da Ennio Morricone (alias Don Savio), alla prima collaborazione con il regista, autore di una partitura resa indimenticabile anche dal fischio di Alessandro Alessandroni. Girato in Almeria.
In una cittadina messicana di frontiera arriva un pistolero sconosciuto che cerca di mettere contro le due famiglie criminali del paese, dividendosi tra le due fazioni e traendone i propri vantaggi. Sin dai primi minuti si ode la frase “Tutti qui sono o molto ricchi o morti”; è il riassunto emblematico di questo western italo-ispanico che fece scalpore in Italia (ma anche [...] Vai alla recensione »
Miti, leggende, sono termini che possono entrarci, magari un po’ enfatici, vanno usati con discrezione. La definizione “giganti” non è certo impropria. Riguarda tre cineasti, chiamiamoli così, che sessant’anni fa hanno invaso il cinema, per molti aspetti cambiandolo. Trattasi di Sergio Leone, Clint Eastwood, Ennio Morricone. Quel 1964 era lì ad aspettarli.
Quell’ anno venne distribuito nelle sale uno strano western, e uno strano film, Per un pugno di dollari. Nei primi giorni passò quasi inosservato, poi cominciò a decollare. Poi divenne un successo al box office, poi un trionfo. Piaceva al pubblico, soprattutto al pubblico giovane. Erano gli anni della decadenza del genere, qualcuno decise che l'ultimo grande titolo western era stato L'uomo che uccise Liberty Valance, del 1962, di John Ford. Nelle stagioni classiche del western l'eroe era senza macchia, il cattivo era cattivo e basta, le donne erano contorni gradevoli che occupavano poco spazio, la giustizia alla fine trionfava. Sergio Leone decise che quella stagione andava sorpassata. Per un pugno di dollari stabilisce un confine e, a posteriori, si è rivelato un'invenzione che ha ritoccato il cinema, non solo di genere. Forse neppure Leone si aspettava quella rivoluzione, forse voleva semplicemente fare qualcosa di diverso. Comunque il regista, che era uomo colto e veniva, per famiglia, dal cinema - suo padre Vincenzo, firmandosi Roberto Roberti, era stato un buon regista, fin dal tempo del "muto"- espresse tutti i codici che lo avevano portato a quel tipo di linguaggio. Linguaggio che poi esportò dovunque, anche in America, patria, gelosa, del western. E non è roba da poco.
Al primo titolo, che determinò anche la definizione, pessima "western spaghetti", seguirono Per qualche dollaro in più, Il buono il brutto e il cattivo, C'era una volta il west e Giù la testa. Quest'ultimo non racconta una vicenda dell'ovest, ma un segmento della rivoluzione messicana, quella di Villa e Zapata, primi anni del secolo scorso. Con C’era una volta in America, storia della malavita newyorkese, una sintesi completa e riconosciuta, amatissima da pubblico e critica, Leone chiuse il suo percorso di artista. Su di lui stati scritti libri, il suo stile è stato analizzato nel profondo, come si fa con gli inventori. Dunque in questo spazio corto non posso che stare ad alcune sintesi. La prima è l'eroe: che non è più senza macchia. Clint Eastwood non ha neppure un nome, può essere "il biondo". Non ha mai la barba fatta, non ha a che fare con le donne, certo uccide i cattivi, ma per la taglia. Alla fine, proprio alla fine, forse è un po' più buono che cattivo. La cosiddetta amicizia virile che nel genere classico poteva essere quella fra John Wayne e Dean Martin (Un dollaro d'onore) in Leone era quella fra Eastwood e Van Cleef, un altro cacciatore di taglie.
Il western è il mio genere prediletto, alludo a quello classico detto sopra. Da ragazzo non ero un appassionato di Leone poi l’ho apprezzato per il linguaggio e le invenzioni. Non c'è dubbio che Leone abbia rappresentato il west più che il western, fra il cinema e la realtà c'era una differenza abissale. Gli eroi non erano Gary Cooper e James Stewart con le loro camicie stirate, e il cappello Stetson perfetto, ma era la schiuma sporca che arrivava laggiù da tutto il mondo. Le donne non erano le bellissime hollywoodiane prestate all'immagine dell'eroina Calamity Jane, che era un mostro, basta guardare le immagini dell'epoca. L'abbigliamento erano gli spolverini incrostati che indossano Bronson, Robards e Fonda in quei film. Un'estetica che venne raccolta, come ho detto, dai maestri americani. A cominciare da Sam Peckinpah che fece Il mucchio selvaggio, un classico che potrebbe essere di Leone. Il "Mucchio" è del 1969, significa che l'americano aveva già visto i quattro western dell'italiano. E i western attuali, quei pochi che vengono prodotti, soprattutto dai network televisivi, nell'estetica e nei contenuti non possono prescindere dal "modello Leone”.
Non è roba da poco: Leone ha imposto un certo cinema agli americani, abituati da sempre a imporre il loro. I suoi li abbiamo visti e rivisti, può essere inteso come un doppio segnale: ci siamo abituati, non hanno più niente da dirci. Oppure: continuano ad avere un gradimento molto alto sul piccolo schermo. Cinema di invenzione e di esportazione quello di Leone, che riprendeva, parzialmente, il filo d'oro del grande cinema italiano dei decenni precedenti.
Ennio Morricone è uno dei maggiori musicisti da cinema dell’ultima epoca. Centinaia di colonne composte. Geniale e a sua volta rivoluzionario, deve molto a Per un pugno di dollari, dove ha composto dei fraseggi che non solo stanno sotto le sequenze, ma le accompagnano con una potenza melodica importante, quasi, come la regia e le immagini. Abbiamo tutti nelle orecchie quelle musiche. Da allora Morricone è stato chiamato da molti dei maggiori registi di tutti i continenti. Ha vinto due Oscar, uno alla carriera e uno per The Hateful Eight (guarda la video recensione) di Quentin Tarantino.
Clint Eastwood da quei primi western si è emancipato firmando titoli su tutti i temi della civiltà, della politica, della cultura e del sentimento americani. Grandissimo, riconosciuto artista. Un segnale sono, è legittimo citarli, gli Oscar, cinque. Uno alla carriera, due, come film e regia per Gli spietati, due, film e regia per Million Dollar Baby.
Clint Eastwood ha 94 anni e continua a fare film dietro e davanti la cinepresa.
Il suo volto è una pietra scavata dalle rughe, e non solo è espressione del cinema americano. E’ l’America.
Il 28 agosto 1964 Firenze, in un «pidocchietto» cinema vicino alla stazione di Santa Maria Novella, esce Per un pugno di dollari, primo western di Sergio Leone. Nessuno crede nel film. La Jolly, società di produzione, ha addirittura acquistato qualche decina di biglietti perché l’esercente non lo smonti. Incassa 400.000 lire il venerdì, 500.000 il sabato, 800.