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La politica degli autori: Sergio Leone

Cineasta controverso, amato dal pubblico e trattato con sufficienza dalla critica.
di Mauro Gervasini

In foto il regista Sergio Leone.
Sergio Leone 3 gennaio 1929, Roma (Italia) - 30 Aprile 1989, Roma (Italia). Regista del film Per un pugno di dollari.

mercoledì 25 giugno 2014 - Approfondimenti

Per la particolare sua configurazione spettacolare che in un clima di esasperata e talora terrificante violenza raffigura una ricorrente serie di crimini e massacri descritti e raffigurati con crudo e sanguinario verismo, questo film, pur non essendo vietato, è sconsigliato ai minori». La lunga didascalia campeggia sul flano originale di Per un pugno di dollari, anno di grazia 1964, opera seconda di un regista romano, Sergio Leone, che si firma Bob Robertson anche in omaggio allo pseudonimo del padre (Roberto Roberti, cineasta pure lui ai tempi del muto). Non è il primo spaghetti-western in assoluto, gli è di poco precedente Massacro al Grande Canyon di Sergio Corbucci (lui e Leone sono i Bartali-Coppi del filone), ma è il primo a trionfare a livello nazionale (3 miliardi e 182 milioni d'incasso: oltre tre milioni i biglietti staccati) e poi a creare una tendenza, imponendo uno stile fatto di crudo realismo appunto "sanguinario", come recita la pubblicità. Sarebbe più corretto parlare di iperrealismo, dato che nella parabola dello "straniero" Clint Eastwood, conteso "tra due padroni" in un villaggio del Messico ricostruito in Almeria, si fatica a riscontrare alcun verismo. Ma tant'è. Tra duelli dilatati all'infinito (quello finale tra Clint e John Wells/Volontè dura 8 minuti, ma si sfiora l'eternità con il "triello" di Il buono, il brutto, il cattivo, 1966), violenza esaperata e colonne sonore tra l'epico e il ridondante (anche Ennio Morricone traccia un solco destinato a continuare all'infinito) lo spaghetti western nasce e cresce sotto l'egida leoniana.

Ancora oggi cineasta controverso, amatissimo dal pubblico, spesso trattato con sufficienza dalla critica. Nonostante solo un pugno di film (se si esclude il primo, Il colosso di Rodi, 1961, sei titoli in tutto) Sergio Leone è autore di culto anche all'estero. Alla sua trilogia del dollaro si sono massicciamente ispirati a Hong Kong e a Hollywood, magari senza ammetterlo. Tuttavia la critica italiana ancora stenta a ritenerlo uno dei grandi, anzi il suo nome e i suoi film, in particolare l'ultimo, C'era una volta in America (1984), scatenano opposte fazioni. Chi lo considera un capolavoro della settima arte e chi invece ne sottolinea l'inessenziale barocchismo. Non amare C'era una volta in America è diventato per qualcuno un segno distintivo, un piccolo snobismo intellettuale. Pesa (ancora) la pregiudiziale dura a morire sul "genere" (il western prima, il gangster movie poi). Per dire: Bernardo Bertolucci, che pure con Leone (e Dario Argento) collaborò alla sceneggiatura di C'era una volta il West (1968), ha girato opere ben più ridondanti (come Novecento) puntualmente osannate per via di un certo impegno...

Manca, nel confronto con Leone e la trilogia del dollaro, una seria riflessione sul punto di partenza, la mitologia del West americano. Che il regista tende a dissacrare fino all'apoteosi del «film suo non suo», Il mio nome è nessuno (Tonino Valerii 1973, dal cineasta prodotto). Il protagonista Terence Hill incontra Henry Fonda/Jack Beauregard, simbolo del vecchio West, in un cimitero. Tra i sepolti, Sam Peckinpah. Uno sberleffo al collega che in quegli anni più di tutti gli veniva accostato, solo in virtù di una spettacolarizzazione della violenza simile, nonostante estetica e ideologia fossero le più diverse. Quella di Sam Peckinpah è un'elegia tutta interna alla mitologia americana, dove a essere feroci sono la storia con la maiuscola e una falsa idea di progresso. Sergio Leone guarda al West dall'esterno, è un iconoclasta, non ha nulla di americano, anzi resta fortemente legato a una tradizione farsesco-picaresca tipicamente italiana, o comunque mediterranea (il rapporto Clint-Wallach di Il buono, il brutto, il cattivo, 1966, ha un che di donchisciottesco). Ma ha inventato un linguaggio destinato a diventare, quello sì, universale.

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