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![]() Ha detto che nostra madre è una vecchia bagascia! E allora nostra madre è una bagascia! Sì ma non è vecchia…
dal film Lo chiamavano Trinità... (1970)
Terence Hill è Trinità
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Un "man to horse" (uomo a cavallo). Dopo un pugno di successi italiani, possiamo già definirlo così, ed è un buon segno. Terence Hill è un attore che ben si è incastrato in quel contesto da cinema di genere per adolescenti anni Settanta/Ottanta e che ha portato, col sorriso birichino fra le labbra sottili e quegli occhi azzurri vispissimi, il personaggio di base del cowboy buono.
Nato come Mario Girotti nel marzo del 1939 a Venezia, figlio di un chimico italiano e di madre tedesca, ha passato la sua infanzia a Dresden, in Sassonia, sopravvivendo ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Gli esordi di Mario Girotti
Scoperto dal regista Dino Risi a soli dodici anni, per via delle sue incredibili doti da nuotatore, gli venne proposto da subito di entrare nel mondo del cinema con piccole parti da occupare. Esordisce così in Vacanze col gangster (1951), seguito, sempre per la regia di Risi, da Il viale della speranza (1953). Nei suoi film di debutto, utilizza il suo vero nome, lo ritroviamo come Massimo Girotti nel film di De Sica Villa Borghese (1953), con il mitico regista Georg Wilhelm Pabst in La voce del silenzio (1953), e poi ancora nelle pellicole di Maselli e Bolognini. Studia letteratura classica all'Università di Roma per tre anni, comincia ad appassionarsi alle moto e poi decide di dare il 100% come interprete, così studia recitazione.
Nel 1957, in coppia con Alessandra Panaro, farà commuovere l'Italia con la pellicola Lazzarella di Bragaglia, seguito da Cesarella (1959) di Matarazzo, mentre De Sica tornerà a dirigerlo in Anna di Brooklyn (1958), pellicola con Gina Lollobrigida e Amedeo Nazzari. Poi con l'arrivo degli anni Sessanta e una parte in Il Gattopardo</a> di Luchino Visconti, firma un contratto per una serie di film d'avventura e western in Germania. La sua filmografia si arricchisce così di titoli come Là dove scende il sole, Giorni di fuoco e Sparate a vista su Killer Kid, mentre in Italia spopola nel genere peplum. E dopo la partecipazione ad alcune pellicole di Steno (La federmarescialla, 1967) e una piccola parte accanto a Rita Pavone nel film Rita nel West (1967) di Ferdinando Baldi, si sposa con l'attrice e sceneggiatrice americana Lori Hill, in Spagna.
Botte da Hill
È proprio da Lori Hill e dalla sua passione per le lettere classiche (Terenzio) che Mario Girotti prende spunto per il suo nome d'arte: Terence Hill. In un periodo in cui il cinema americano spopolava, per andare incontro alle esigenze del pubblico, cambia il suo nome e, da quel momento in poi, la sua carriera avrà una svolta eccezionale.
Giuseppe Colizzi, lo affiancherà a Bud Spencer in pellicole che entreranno con forza e vigore nell'immaginario collettivo degli adolescenti di allora come: Dio perdona… io no! (1967), I quattro dell'Ave Maria (1968), La collina degli stivali (1969) e Più forte, ragazzi! (1972). Similmente accadrà nelle pellicole nelle quali è diretto da Enzo Barboni, quelle della serie Trinità. Poi ancora successi di pubblico con Porgi l'altra guancia (1974) di Franco Rossi, Altrimenti ci arrabbiamo (1974) di Marcello Fondato, Pari e dispari (1978) di Corbucci e come non citare Io sto con gli ippopotami (1979) di Italo Zingarelli.
Lungo tutti gli anni Ottanta non si discosterà da questi bellissimi e popolari capolavori del cinema italiano. Pellicole che riescono ogni volta ad affascinare i giovani per le loro ambientazioni, per le colonne sonore, ma soprattutto per le ottime interpretazioni di Spencer e Hill.
In America
Padre degli attori Jess e Ross Hill, affianca addirittura Henry Fonda in Il mio nome è Nessuno (1973) di Tonino Valeri, la pellicola sarà la sua prova d'attore per Hollywood che, in effetti, lo chiamerà per apparire in La Bandera - marcia o muori nel 1977, accanto a Gene Hackman, Catherine Deneuve, Max von Sydow e Ian Holm, e poi in Mister Miliardo (1977) di Jonathan Kaplan. Prende così casa in Massachusetts e lì comincia a pensare alla regia e alla produzione cinematografica. Nasce Don Camillo (1983) da lui diretto, scritto con la moglie e direttamente ispirato al libro di Giovanni Guareschi, che rese tanto celebre la coppia Cervi-Fernandel.
Disgraziatamente, dopo aver recitato accanto a suo figlio Ross in Renegade (1987), proprio quest'ultimo, per un grave incidente stradale perde la vita il 15 gennaio 1990, in America. È un periodo di lutto per Terence Hill che però lo spinge a dedicarsi totalmente al lavoro, firmando la regia di Lucky Luke (1991), dal quale nascerà anche una serie televisiva. Nel 1994, si riunirà con Bud Spencer nel film da lui diretto, Botte di Natale (1994).
Ritorno a casa
Poi nel nuovo millennio tornerà in Italia, vestendo i panni di Don Matteo, sacerdote eroe della serie tv poliziesca omonima e campione di ascolti.
Cinematograficamente opposto a Franco Nero, sicuramente più serio e meno faceto del familiare Terence Hill, il nostro Mario Girotti è uno di quei pochi attori che è riuscito a suscitare l'attenzione degli appassionati del cinema di genere: come si può resistere alle scazzottate che lui e Bud Spencer facevano nei saloon?
Ritorna il western in televisione. Dopo essersi assopito per qualche anno, è rinato recentemente grazie a qualche buon lungometraggio al cinema (Quel treno per Yuma e Appaloosa) e ora si riprende anche il piccolo schermo grazie al lavoro di uno dei grandi protagonisti degli spaghetti western del passato: Terence Hill. È una ricomparsa curiosa che omaggia, sì il western all'italiana di Sergio Leone, ma si apre, allo stesso tempo, a dinamiche di carattere internazionale. Presentato in anteprima al Lido di Venezia, in una conferenza stampa parallela a quelle numerose della mostra del Cinema, il film Doc West, diretto da Giulio Base assieme alla collaborazione di Terence Hill, protagonista assoluto della fiction (interpretata anche da Alessio Di Clemente, Clare Carey, Mary Petruolo, Paul Sorvino, Ornella Muti) segna una nuova fase della produzione televisiva italiana. Il film, infatti, che andrà in onda diviso in due puntate il 7 e il 14 settembre su Canale 5, non è propriamente un film tv perché presto circolerà anche nelle sale cinematografiche europee ed americane. Ed è la prima volta che un prodotto di produzione italiana oltrepassa così facilmente il confine.
Rai Fiction presenta una nuova mini serie, co-prodotta con Albatross Entertainment S.p.a., che andrà in onda domenica 10 e lunedì 11 maggio, in prima serata su Rai Uno. L'uomo che cavalcava nel buio è Terence Hill, che interpreta Rocco, un insegnante di equitazione, ingiustamente condannato, che ritrova la voglia di vivere grazie al talento di una giovanissima amazzone, Serena, interpretata da Marta Gastini. Un esordio alla regia per Salvatore Basile, conosciuto come scrittore e sceneggiatore (anche di questa fiction). Il film vanta il patrocinio di istituzioni come la Presidenza del Consiglio, rappresentata, in sede di conferenza, dall'On. Francesca Martini, nonché il Sottosegretariato di Stato alle politiche agricole ed alimentari, nella persona dell'On. Antonio Ponfilio. Il grande valore di questo film, esordisce Paola Masini, capostruttura Rai Fiction, è dato dalla qualità dello stesso: un eccellente lavoro di equipe sia tecnica che artistica; tutti hanno creato un film contemporaneo, ma che, anche grazie al gusto delle scenografie, dei costumi e della sceneggiatura (firmata anche da Francesco Balletta, Paolo Logli e Alessandro Pondi), è al di fuori del tempo. Un film-tv che ha un significato particolare perché è frutto della prosecuzione di una collaborazione tra Terence Hill, i produttori Alessandro Jacchia e Maurizio Momi nonché dello stesso Basile, iniziato con la miniserie L'uomo che sognava con le aquile (anche qui il protagonista si chiama Rocco), che ottenne il 37% di share, rimanendo memorabile nell'immaginario collettivo dei telespettatori. Questo è un film in cui si parla di tante cose: lo sport, il rapporto terapeutico e formativo con i cavalli, l'inquietudine dell'adolescenza, il doping, l'amore che guarisce. Tanti contenuti tenuti insieme da due grandi valori: l'onestà e la passione, che il “nostro eroe”, ovvero il protagonista, insegna a Serena, una ragazza tormentata che diventerà una piccola donna pronta per la vita.
Di difetti ne ha pochissimi, nonostante sia un attore. Il pregio maggiore è la sua tenacia, derivante probabilmente dalla mamma tedesca." Così Carlo Pedersoli (Bud Spencer sullo schermo) definisce con un pizzico di sagacia il suo compagno di mille batoste (inferte) Mario Girotti, in arte Terence Hill. Colui che assieme a Bud potremmo definire il re dello slapstick all'italiana di tenacia ne ha parecchia, pari forse solo al suo talento e a quella perfetta capacità di adattarsi professionalmente a ciò che i tempi richiedono maggiormente da cinema e tv.
Mario Girotti compie 70 anni senza perdere un grammo del suo carattere scanzonato. Quella predisposizione leggera e naturale alla beffa, che insieme all'agilità fisica e al sorriso amichevole e smagliante, costituisce l'invincibile cemento che non lascia altra scelta davanti a un suo film se non quella di restare incollati alla poltrona, guardandolo per la centunesima volta.
Le phyisique du role e la capacità di "rinfrescare" i già monolitici personaggi leoniani appartenuti allo stesso genere western, gli hanno rapidamente permesso di fissarsi nell'immaginario comune come castigatore dei prepotenti, il vendicatore dell'angheria quotidiana; che venisse perpetrata dal capo ufficio arrogante di tutti i giorni o da un bieco mercenario senza scrupoli, Terence Hill diventa la nemesi ideale del sentimento popolare frustrato e sbatacchiato dalla vita. La figura di colui capace di stare nel suo senza cercare grane, ma a cui il saggio sa che è meglio non creare rogne.
Prima di specializzarsi in quegli specifici ruoli che ne consacrarono la carriera di attore, Hill, fresco di Actor's Studio, venne richiesto da Visconti nel ruolo del conte Cavriaghi, compagno d'armi di Alain Delon ne Il Gattopardo.
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Il gattopardo
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Genere Drammatico, - Italia 1963. |
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Lo chiamavano Trinità...
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Genere Western, - Italia 1970. |
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Il mio nome è nessuno
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Genere Western, - Italia 1973. |
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... altrimenti ci arrabbiamo!
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Genere Commedia, - Italia 1974. |
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... Continuavano a chiamarlo Trinità
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Genere Western, - Italia 1971. |
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Criminali da inseguire e poliziotti da evitare. Il palinsesto televisivo della settimana offre un doppio sguardo sul mondo della delinquenza. Da un lato abbiamo i fuorilegge, dall'altro i tutori della stessa. Autori e scrittori di tutto il mondo hanno spesso ricercato negli angoli bui del noir e del poliziesco gli stimoli per raccontare storie al limite del consentito che indagano sul labile confine tra il rispetto per il bene comune e la corruzione. Domenica sera ci troviamo di fronte a due grandi telefilm che, in modi molto diversi, riflettono con la stessa profondità sul rapporto tra poliziotti e malviventi. Cominciamo con un prodotto del passato (la serie è dell'inizio degli anni Settanta), Arsenio Lupin (FoxRetro, 21.00), dove un ladro gentiluomo e raffinato, interpretato da Georges Descrières, e il suo fidato collaboratore Grognard (Yvon Bouchard), sono braccati dall'ispettore Guerchard (Roger Carel) che li insegue sempre ma non li acchiappa mai. Nel cast anche una giovanissima Raffaella Carrà che ci offre un'occasione per rivederla agli esordi della sua folgorante carriera. Subito dopo, su Canale 5, va in onda Distretto di polizia 9 (21.30), ovvero come guardare alla criminalità con l'occhio da sceriffo. Dopo la simpatia innata di Lupin sarà difficile passare dall'altra parte della barricata ma è un esperimento da provare. E dopo la rapina, la caccia al ladro e la carcerazione, segue l'inevitabile processo all'accusato. La tv non ci delude e sempre nella stessa serata ci offre la possibilità di avvicinarci al mondo dell'avvocatura con la quinta stagione di Boston Legal (Mya, 21.45). Lunedì sera è tempo di stare a casa con i propri cari, assieme a Un medico in famiglia 6 (Rai 1, 21.10), o ad avvicinarsi nuovamente al mondo delle forze dell'ordine, ma questa volta con Il comandante Florent (Rete 4, 21.10), una donna determinata a dare ragione a tutte le femministe del mondo. Facciamo un salto lontano dal nostro mondo e apriamo la porta alla fantascienza assieme ai protagonisti di Sanctuary (Steel, 21.00), ma se cerchiamo ancora una volta l'adrenalina delle azioni proibite, l'appuntamento è con il film tv noir The Code (SkyCinema 1, 21.00), con Antonio Banderas e Morgan Freeman. In tv il giallo è ormai di casa.
Vi sarete fatti una certa idea su questa rubrica, tipo che si parli solo di cinema orientale. Osservazione plausibile, anche se le cose non stanno (o comunque non staranno) proprio così: essendo quella dell'Estremo Oriente una produzione quantitativamente e qualitativamente elevata, nonché quasi totalmente ignorata dalla distribuzione italiana, è normale che ci occuperemo molto più di Giappone, Cina, Corea e Hong Kong che di altre nazioni, ma non mancherà lo spazio per produzioni americane e non solo che non hanno goduto di una distribuzione italiana.
Questa volta abbandoniamo il Giappone per concentrarci su Hong Kong e su una delle sue icone più note internazionalmente: Jackie Chan. Corpo cinematografico action tuttora senza eguali, protagonista di pellicole che hanno fatto la storia di Hong Kong e non solo - qualche titolo? Drunken Master, Project A, Young Master - Jackie incarna da ormai più di trent'anni uno stile di cinema di arti marziali in cui non esistono (le sue) controfigure, tutto ruota attorno all'eroe senza macchia e senza paura e la violenza è ridotta al minimo indispensabile. Botte tante, ma morti pochi, un po' come da noi – fatte tutte le debite distinzioni del caso – con Bud Spencer e Terence Hill. Negli ultimi anni Jackie aveva già dato prova di smarcarsi da un copione abbondantemente consolidato, flirtando sempre più con la commedia o con una forma di noir più estrema e violenta che in passato. Ma senza mai arrivare ai livelli dell'ultimo Shinjuku Incident in cui, a parte il fatto di rimanere, più o meno in fondo, "il buono", pare quasi irriconoscibile per quanto sia incline a sporcarsi le mani nella sua scalata al mondo del crimine. La messa in scena di questo nuovo Jackie Chan è affidata alla direzione esperta di Derek Yee, un nome a cui ormai si guarda con il rispetto che qualche anno fa si tributava agli Alan Mak e Wilson Yip del caso.
Se lo spazio è davvero esiguo per approfondire su Jackie Chan, si può ben spendere qualche parola su Derek Yee. Fratellastro di David Chiang, superstar dell'era-Shaw e in particolare dei film di Chang Cheh, e attore anch'egli, Derek passa alla regia nell'86 con The Lunatics. La notorietà comincia ad arrivare con Viva Erotica del 1996, commedia sui film Categoria III – qualcosa di analogo al Rated R o al nostro VM 18 – con l'indimenticato Leslie Cheung e la bellissima Shu Qi, da poco uscita dal giro hardcore. La credibilità autoriale assoluta però deve attendere il 2003, quando esce lo struggente Lost in Time, fulgido esempio di come Hong Kong sappia ancora confezionare melò di impareggiabile semplicità e forza delle emozioni, senza ricorrere mai alla retorica strappalacrime e commuovendo con sincerità. Segue a ruota nel 2004 il durissimo capolavoro noir One Night in Mongkok e nel 2007 l'epopea gangster di Protégé, enorme successo al botteghino. Ormai uno dei più solidi autori dell'ex-colonia, non può che essere Derek Yee a farsi carico della difficile trasformazione di un'icona come Jackie Chan.
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