| Titolo originale | Blade Runner 2049 |
| Anno | 2017 |
| Genere | Fantascienza, Thriller, |
| Produzione | USA |
| Durata | 152 minuti |
| Regia di | Denis Villeneuve |
| Attori | Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright Dave Bautista, Jared Leto, Mackenzie Davis, Barkhad Abdi, Lennie James, David Dastmalchian, Edward James Olmos, Elarica Johnson, Wood Harris, Mark Arnold, Vilma Szécsi, Tómas Lemarquis, Sallie Harmsen, Hiam Abbass, Krista Kosonen, André Lukács Molnár, István Göz, Pál Nyári, Joshua Tersoo Allagh, Zoltán Béres, Konstantin Pál, Ferenc Györgyi, Samuel Brown, Carla Juri, Kincsö Sánta, Ben Thompson (III), Suzie Kennedy, David Benson, Stephen Triffitt, Sean Young, Loren Peta. |
| Uscita | giovedì 5 ottobre 2017 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,25 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 9 febbraio 2018
L'acclamatissimo regista Villeneuve insieme ad un pluripremiato cast, riportano il capolavoro della fantascienza al cinema. Trent'anni dopo gli eventi del primo film. Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 8 candidature e vinto 2 BAFTA, 7 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a CDG Awards, In Italia al Box Office Blade Runner 2049 ha incassato 5,5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.
Ridley Scott produce, come a dire sigilla, mentre alla regia c'è Denis Villeneuve, supportato dalla fotografia di Roger Deakins, che non si può non annoverare tra gli autori di questo film. La sua tavolozza e l'impressionante lavoro di scenografia definiscono il clima meteorologico del film più di ogni altro elemento.
Ed è certamente sul piano visivo, e delle scelte operate in questo senso, che il film di Villeneuve trova la propria originalità costitutiva: quella di un ibrido tra blockbuster e film personale, specie nella gestione del tempo, che il canadese sottrae alle logiche di mercato e fa proprio nel bene e nel male, lungaggini comprese.
Il disordine e la spazzatura della L.A. Del 2019 sono un ricordo lontano: ora tutto è ordine, K stesso, come gli ricorda il suo capo, è pagato per mantenere l'ordine. Ma non è facile assolvere questo compito quando i ricordi d'infanzia si mescolano agli interrogativi metafisici, proprio come in "Fuoco pallido", il romanzo di Nabokov che torna a più riprese. Non è facile quando, come nell'archetipo di ogni detection contemporanea, la tragedia di Edipo, cacciatore e cacciato sono la stessa persona. Dice tante cose, il film di Villeneuve, forse troppe, d'altronde fa parte di un processo di espansione, di creazione di un universo Blade Runner. E di certo non le dice sempre nel migliore dei modi: non ha l'asciuttezza dell'originale, stordisce di spiegazioni, arriva persino in ritardo sulle intuizioni dello spettatore, ma la forza interna del racconto, la materia di cui è fatto, è così potente che trascina oltre, come una corrente.
Dice il film, tra le altre cose, che umani magari non si nasce, ma l'umanità è una conquista possibile, e diventare umani, sentire la neve sulla pelle, vuol dire immediatamente divenire fuori legge, costretti a disobbedire alla regola. Dice che non è più nemmeno il tempo di chiedersi cosa è umano e cosa no, ma piuttosto cosa è reale e cosa non lo è, e di domandarsi quanto importi. Forse il cane di Harrison Ford non è reale, ma è reale il legame che li tiene insieme. Forse i ricordi di K sono reali o forse non lo sono, ma lo sarà stato il suo viaggio.
C'era un nucleo di coerenza interna, che bruciava ad altissime temperature, e che faceva del Blade Runner di Scott qualcosa che non si poteva smembrare, anche se poi a restare nella mente erano alcune immagini in particolare, com'è naturale che sia. Il film di Villeneuve non possiede questa coerenza: i suoi capitoli, le sue immagini sono molteplici, diversificati, spesso non così originali come sembrano. Si sente forte l'eco di altre saghe, di altre visioni. Ma ci sono scene, nonostante tutto, che sarà impossibile dimenticare, che ci resteranno negli occhi a lungo, in basso a destra.
Come per l'ologramma del concerto di Elvis Presley, uno spettacolo che è arte, sentimento, storia e nostalgia, destabilizzato dai continui glitch, in Blade Runner 2049 a tratti hanno la meglio le imperfezioni, ma quando non è così, vale la pena esserci e lasciarsi trascinare.
Il teaser e poi il trailer di Blade Runner 2049 hanno scatenato un effetto dirompente e forse inatteso. La forza suggestiva di un sequel che nessuno aveva previsto e forse nemmeno auspicato si è rivelata improvvisamente. Una parte di noi aveva bisogno di tuffarsi nuovamente nelle strade della Los Angeles più inospitale che si possa immaginare, di rivivere le emozioni di un film che per molti ha rappresentato una finestra sul futuro, una sconvolgente sfera di cristallo. Di Blade Runner pochi ricordano i dettagli della trama, ancor meno le personalità quasi abbozzate dei personaggi. A generare il mito furono le scenografie cyberpunk e l'atmosfera di disillusione e di pessimismo tipica del noir, innalzata qui all'ennesima potenza. Non c'è un tradizionale viaggio dell'eroe nè una distinzione netta tra buoni e cattivi. La natura sfumata, scettica, dubitativa e profondamente umana di Blade Runner è ciò che più di ogni altra cosa ha contribuito a renderlo speciale e filosoficamente vicino allo spettatore.
Ancor più di JJ Abrams, che ha affrontato la saga di Star Wars come si fa con un'antica e inattaccabile mitologia, narrata e semplificata da una generazione di molto successiva, Villeneuve pare rispettoso, quasi ossequioso verso l'originale di Ridley Scott. In un sequel - che ha tutta l'aria di un remake o di un upgrade, o almeno è ciò che vuol far credere il trailer - il regista e il direttore della fotografia Roger Deakins riprendono tutto del capostipite: le cicatrici, la postura del taciturno "Blade runner" Rick Deckard, le insegne luminose di aziende che furoreggiavano negli anni 80 (come Atari, finita in bancarotta nel 2013), gli occhi verdissimi e le fascinose replicanti, programmate per piacere.
L'incontro del nuovo protagonista, l'agente K, con Rick Deckard è una nuova epifania, dopo quella del ritorno di Han Solo due anni fa. Il trailer lascia capire che il tutto avverrà in un paesaggio apocalittico: un deserto interrotto solo da rovine, un museo a cielo aperto abbandonato, dall'estetica a metà tra gli alieni di Roland Topor in Il pianeta selvaggio (René Laloux, 1973) e gli automi di Metropolis di Fritz Lang (e così si doveva intitolare originariamente il sequel pensato da Scott). Un passaggio del testimone tra due anime gemelle. O forse no?
Di Blade Runner esistono due versioni, che differiscono per poche scene, sostanzialmente concentrate nel finale. In quella uscita originariamente in sala una voce over racconta l'epilogo, lieto fine escapista in cui Deckard fugge con Rachel, unico replicante senza scadenza; nel Director's Cut invece aleggia il sospetto che Rachel subisca il medesimo destino dei suoi simili. Come è andata effettivamente? Questo è uno dei principali quesiti a cui dovrà rispondere il sequel di Denis Villeneuve.
Se il teaser si concentrava su Deckard e K, il trailer introduce dei nuovi personaggi. A partire da un villain incarnato da Jared Leto, nuovo "creatore" di replicanti e probabile nemesi di K. Sempre che, come nel predecessore, i confini tra buoni e cattivi non si facciano sempre più sfumati, come nello spirito della migliore letteratura hard boiled. Ad Ana de Armas, invece, rivelazione sexy di Knock Knock di Eli Roth, il compito di rappresentare la sensualità dell'androide programmato per il piacere altrui, sulla scia delle Rachel e Pris di Sean Young e Daryl Hannah.
Preservare le preziose atmosfere metropolitane del Blade Runner di Scott è una priorità per Blade Runner 2049. Di qui la scelta di affidarsi nuovamente a Hampton Fancher, sceneggiatore del primo film poi sostituito da David Webb Peoples per volere di Ridley Scott. Fancher in questi anni è sostanzialmente svanito nel nulla come Deckard, ed è curioso il suo "filologico" ripescaggio. Ad affiancarlo ora è Michael Green, un cv da veterano di serie tv. Di certo fa meno paura di 35 anni fa lo spettro di Philip K. Dick: se il suo Il cacciatore di androidi (o meglio Do Androids Dream of Electric Sheep?) aveva un labile legame con il primo film, non ne ha alcuno con il suo sequel.
“Blade Runner 2049”, esteticamente raffinato, è il degno sequel del cult del 1982. Simile e diverso dalla pellicola di Scott, la cui forza emozionale, profondità e carattere innovativo restano ineguagliabili e insuperabili, il film si mostra organico, con una propria identità, ricco e potente – soprattutto a livello tecnico e visivo – e complementare al [...] Vai alla recensione »
Di Blade Runner 2049 si è parlato molto: tra detrattori, sostenitori, nostalgici e chi ha cercato di articolare un discorso che si staccasse dall'ingombrante capolavoro di Ridley Scott, in occasione dell'uscita in home video, cercheremo di trovare similitudini e differenze tra il film originale e il suo sequel. Dal 7 febbraio infatti, Blade Runner 2049 sarà disponibile in DVD, BLU-RAYTM e 4K ultra HD con Universal Pictures Home Entertainment Italia arricchito da una serie di contenuti speciali che vi faranno scoprire il mondo che si cela dietro il 2049.
Denis Villeneuve ha cercato di dare continuità al film del 1982 rimaneggiando quel futuro che ha reso celebre la trasposizione al cinema del romanzo di Philip K. Dick: i fumi di una città a metà strada tra una metropoli occidentale e una asiatica, i neon, i giganteschi ologrammi di donne bellissime, prostitute o geishe al servizio di un'umanità sempre più fatiscente, l'atmosfera.
Siamo nel 2049, un nuovo blade runner, l'agente K della LAPD (Ryan Gosling), dissotterra un segreto a lungo nascosto che potrebbe far precipitare quel che resta della società nel caos. La scoperta di K lo induce a cercare di rintracciare Rick Deckard (Harrison Ford), un ex blade runner della LAPD che è scomparso da molti anni. La ricerca di quell'uomo scomparso porterà l'alba di una rivoluzione e tante domande sulla funzione di quello che il mondo sta ormai perdendo: il ricordo.
Se Ridley Scott è l'autore di un capolavoro inarrivabile, il merito di Denis Villeneuve è invece quello di creare, con il suo film, un universo Blade Runner vero e proprio. Attraverso tre elementi ripercorriamo alcune analogie e differenze tra i due film per comprendere meglio l'evoluzione di questo nascente mondo.
Prima di affrontare Blade Runner 2049 bisogna chiedersi perché Blade Runner è diventato un cult movie. All'uscita, nel 1982, il film non ebbe grande successo in America e venne preso molto più sul serio in Europa, da dove partì un passaparola tanto positivo da riservare a Ridley Scott una seconda e terza vita per la sua opera. Tra le motivazioni dell'interesse duraturo: la solidità dell'immaginario fantascientifico, molto coerente e ispirato al meglio di architettura, design, moda, e trend futuristici dell'epoca; l'idea straordinaria di immettere i germi del noir dentro un congegno di anticipazione narrativa; la forza simbolica della storia, con i replicanti (non robot, non alieni, non androidi, non cyborg) così simili a noi e così spaventati dalla morte, come noi; e infine un cast a dir poco perfetto, in tutti i ruoli principali e secondari.
Blade Runner 2049 non è e non poteva essere un sequel come gli altri. L'averlo offerto a Denis Villeneuve era già una indicazione di estetica: un autore canadese, raffinato, in grado di lavorare con Hollywood, come era Ridley Scott, britannico, nel 1982.
E il progetto è stato pensato per mantenere lo stile e l'aspetto di allora, senza dimenticare le innovazioni di questi anni, visto che il film ha influenzato non solo una pletora di opere science fiction ma anche una intera letteratura (la commistione, in Blade Runner, di hard boiled e tecnofuturismo è alla base del movimento cyberpunk).
Blade Runner 2049 osserva ed espande l'universo narrativo e iconografico di partenza con un rispetto a dir poco reverente, cercando al tempo stesso di gemmare un'opera autonoma. I motivi per considerare questo sequel straordinariamente riuscito non risiedono solamente nel tono dark e quasi "tarkovskiano" scelto da Villeneuve, evitando qualsiasi sospetto di trasformazione in estetica da blockbuster del gotico postmoderno di Scott. C'è molto di più. Lo stile rispetta l'approccio formale caro a Villenueve: lavoro certosino sugli ambienti (illuminati ad arte dal maestro della fotografia Roger Deakins), predilezione per luci metalliche e monocromatiche piuttosto che pittoricamente romantiche; esplorazione lenta e implacabile del mondo di riferimento - basta ricordare il confine America/Messico di Sicario per avere un corrispettivo realista di questo proceso estetico.
Dopo la proiezione di alcune scene in anteprima di Blade Runner 2049, di cui però ci è tassativamente proibito parlare, Denis Villeneuve e l'attrice Sylvia Hoeks, che nel film interpreta Luv, hanno concesso un generoso incontro alla stampa romana. Si è partiti da un riepilogo di alcuni assunti già del film precedente, come il ruolo dei replicanti: «Sono esseri sintetici, sviluppati dalla bio-ingegneria per essere schiavi, pensati per sfruttare le risorse di altri pianeti, al di fuori del sistema solare, e renderli abitabili per gli esseri umani», ha detto il regista, «Inizialmente erano vietati per legge e soprattutto era vietato che si aggirassero non registrati sulla Terra, per questo ci sono poliziotti speciali, chiamati Blade Runner, il cui compito è scovarli e "ritirarli"».
Dal 2019 del primo capitolo al 2049 del secondo diverse cose sono cambiate: «Già nel film di Ridley Scott il mondo era di grande atmosfera ma pure un incubo e il nostro porta avanti quell'idea, dove le cose hanno continuato ad andare male: il clima è impazzito tanto che a Los Angeles nevica e i mari si sono alzati (al punto che serve una diga per tenere la città al sicuro)".
"Volendo restare fedeli allo spirito noir della pellicola originale abbiamo dovuto affrontare il problema di Internet. Perché non c'è niente di più noioso di un detective che sta a digitare guardando uno schermo, così i nostri sceneggiatori hanno avuto l'idea di un grande blackout, un enorme disturbo elettromagnetico che ha distrutto tutti i dati digitali, facendo sopravvivere quasi solo quelli analogici. È anche una riflessione sulla fragilità del nostro mondo informatico, ma soprattutto mi piace che nel nostro film l'eroe debba incontrare le persone, camminare anche nel fango e via dicendo».
Essere o non essere un replicante. Dal cult di Scott questa costola curatissima e fascinosa riprende l'indagine umanistica, ma nell'enigma della procreazione. Poteva essere un disastro. E invece un raro caso di sequel ben annidato nel sistema di successo dell'originale. All'agente K (Goslin poche mosse e tanta paturnia), l'inguainata sceriffa (la Wright) chiede di scoprire il segreto di Deckard (Ford). [...] Vai alla recensione »