| Titolo originale | L'enfant du désert |
| Anno | 2026 |
| Genere | Family, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 92 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Gilles de Maistre |
| Attori | Nahel Tran, Nahil Bouazzaoui, Zayn Sekkat, Kev Adams, Neige de Maistre Adrianna Gradziel, Youssef Tounzi, Elkihel Faical, Brice Bexter, Mustapha Adidou, Richard De Mayo, Prune de Maistre. |
| Uscita | giovedì 23 aprile 2026 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| MYmonetro | 2,50 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 23 aprile 2026
Una riflessione sulla convivenza tra uomo e animali. In Italia al Box Office Il Figlio del Deserto ha incassato nelle prime 9 settimane di programmazione 261 mila euro e 139 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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Sun è una ragazzina di dodici anni cresciuta ascoltando dal nonno l'affascinante storia del "bambino struzzo perduto nel deserto". La memoria orale del nonno diventa così un libro di successo e durante una serie di presentazioni Sun viene invitata a visitare il Sahara. Per lei è sempre stata una favola, un racconto magico da tramandare, finché nel cuore del deserto, ricostruisce l'incredibile vicenda di Hadara, un bambino nato in una famiglia nomade che, a soli due anni, si è smarrito durante una violenta tempesta di sabbia. Destinato a una morte quasi certa, viene invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolgono come parte del loro branco. Per dieci anni, gli animali gli offrono protezione e gli insegnano a sopravvivere tra dune e sole implacabile.
Il regista francese Gilles de Maistre continua a lavorare su quello che è ormai un vero e proprio format di cinema spettacolare adatto a tutta la famiglia con la riproposizione di storie che vedono al loro centro la compresenza di un umano e di un animale.
Basta citare i suoi titoli più recenti come Mia e il leone bianco, Il lupo e il leone, Emma e il giaguaro nero e Moon - Il panda, per capire le dinamiche narrative su cui ripete il suo schema Gilles de Maistre che lavora anche con la figlia attrice Neige, qui al terzo film con il padre, ma il primo in un ruolo importante, quello della giovane scrittrice Sun.
Ne Il figlio del deserto c'è sicuramente l'aspetto interessante della tradizione orale che passa dal nonno alla nipote con la verifica sul campo della leggenda del bambino che vive con gli struzzi. Ma è l'utilizzo del triplo flashback, con le tre diverse età di Hadara (2, 6 e 12 anni), unito alla voce fuori campo ad appesantire, da un lato, la narrazione e, dall'altro, a rendere evidente il carattere calligrafico dell'estetica del film. Da questo punto di vista l'utilizzo di animali reali, senza dunque l'uso di effetti digitali, rende certamente più autentico il film, ed è una scelta da apprezzare anche per il lavoro che sarà costato, ma non riesce a fare da contraltare a una messa in scena priva di qualsiasi sbavatura anche quando l'ambientazione è in pieno deserto del Sahara.
La confezione di questi film - come i titoli appena citati - è apparentemente impeccabile, la fotografia è calda e suadente, il montaggio fluido e invisibile, la musica evocativa (il compositore è Armand Amar è autore anche delle musiche di Belle & Sebastien del regista e scrittore Nicolas Vanier, un altro autore francese molto attento alle favole ambientaliste), i costumi appena usciti dalla sartoria, ma a mancare è un po' il cuore dell'imprevedibilità della messa in scena (anche nella costruzione del rapporto con gli animali), lo scarto che gli attori possono dare se non irreggimentati in una zona di comfort troppo prestabilita.
Certo poi rivolgendosi anche al pubblico dei più piccoli, Il figlio del deserto utilizza dei - chiamiamoli così - trucchi narrativi che aumentano il coinvolgimento emotivo come quando seguiamo la parabola di vita di un fennec (la cosiddetta volpe del deserto) che, in quanto a empatia, è sicuramente più coinvolgente degli stessi struzzi. Ma anche così, il film trasmette comunque aspetti valoriali importanti che portano all'annullamento della distinzione tra specie o, meglio, al rispetto della diversità del mondo umano e animale e all'idea che è il fare i genitori a produrre la genitorialità, anche se si tratta di un grande uccello come lo struzzo.
Poi però il regista, con la sceneggiatrice e moglie Prune De Maistre (ha scritto tutti i titoli più recenti della sua filmografia), decide di introdurre in uno dei flashback anche la storia di alcuni cinematografari venuti a girare un documentario nell'esotico deserto quando scoprono l'esistenza del bambino allevato dagli struzzi.
Una storia che vorrebbero sfruttare anche economicamente ma che trova l'opposizione del regista che sceglie di lasciare il "ragazzo selvaggio" (come quello del meraviglioso film di Truffaut) al suo destino naturale. Tutta questa parte è costruita in maniera molto didascalica e macchiettistica con una serie di interpretazioni prive di una vera direzione di attori. Perché, evidentemente, di fronte alla 'dittatura' del messaggio che il film vuole mandare, tutto il resto passa in secondo piano. Ed è il punto più debole di questo tipo di operazioni studiate forse troppo a tavolino.
Arieccolo, Gilles de Maistre, un film via l'altro e tutti uguali, d'altro canto perché cambiare se al pubblico va bene così. La ricetta: ragazzino/a nella natura selvaggia stringe amicizia con animali selvaggi, la storiella ha sempre la morale edificante, ecologista. Qui abbiamo una ragazzina a cui il nonno racconta la storia (incredibile ma vera) del piccolo Hadari, che viveva nel deserto e aveva [...] Vai alla recensione »