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Ultimo aggiornamento venerdì 29 novembre 2019
Una moderna versione della classica storia d'amore ambientata a Hollywood, resa più intensa da numeri spettacolari di canto e danza. Il film ha ottenuto 13 candidature e vinto 6 Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, ha vinto 7 Golden Globes, 11 candidature e vinto 5 BAFTA, 4 candidature e vinto un premio ai London Critics, 11 candidature e vinto 8 Critics Choice Award, 2 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, a AFI Awards, In Italia al Box Office La La Land ha incassato 8,3 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Los Angeles. Mia sogna di poter recitare ma intanto, mentre passa da un provino all'altro, serve caffè e cappuccini alle star. Sebastian è un musicista jazz che si guadagna da vivere suonando nei piano bar in cui nessuno si interessa a ciò che propone. I due si scontrano e si incontrano fino a quando nasce un rapporto che è cementato anche dalla comune volontà di realizzare i propri sogni e quindi dal sostegno reciproco. Il successo arriverà ma, insieme ad esso, gli ostacoli che porrà sul percorso della loro relazione.
Damien Chazelle ci aveva lasciato con uno scontro a due su un palcoscenico con in mezzo una batteria su cui grondavano copiose le gocce di sudore. Lo ritroviamo ora in un mondo (quello del musical) dove nessuno suda davvero e in cui tutto avviene con magica fluidità.
Woody Allen in Tutti dicono I Love You fa dire a uno dei personaggi che se si vuole raccontare una storia con la massima libertà creativa il genere da utilizzare è appunto quello del musical. Infatti, così come Woody e Goldie Hawn volavano sulla Senna in quel film, lo stesso fanno Ryan Gosling ed Emma Stone (che Allen lo conosce bene). Con questo però non si deve pensare che Chazelle si limiti a realizzare un film nostalgico o citazionista perché in realtà sa come andare ben oltre i parametri del classico e lo dichiara sin dallo straordinario piano sequenza iniziale.
Un regista che aveva vinto un Oscar per un montaggio a tratti frenetico spiazza tutti compiendo una scelta stilistica in netto contrasto in apertura. Perché Chazelle è assolutamente padrone della macchina cinema e non esita a riproporre il proprio amore per il jazz sotto una forma espressiva per lui nuova ma di cui mostra di conoscere ogni regola e strategia comunicativa. Ci racconta ancora una volta di solitudini che cercano di realizzare sogni che finiscono con il non poter essere condivisibili con nessuno. Neanche con colei o colui che ne aveva sostenuto il conseguimento. Lo fa con la leggerezza necessaria ma anche con quel sottofondo di malinconia che nasce da un accurato mix di musica e immagini. Se poi si va a leggere la data di nascita del regista ci si trova dinanzi a un'ulteriore sorpresa: Chazelle ha 31 anni e dimostra di saper innervare quella che avrebbe potuto risultare una semplice esibizione di conoscenze filologicamente corrette, con un senso dello scorrere del tempo da anziano saggio. Sa cioè come farci entrare in una storia d'amore di cui possiamo anche immaginare gli sviluppi, regalandoci al contempo un mood del tutto personale in grado di far sorridere ma anche di commuovere fino ad invitarci a un invito che finisce con il rinviare alla classicità: suonala ancora Seb!
Spoler alert: nella recensione vi sono anticipazioni sulla trama e il finale del film. Dopo aver visto l'ottimo "Whiplash", avevo aspettative discretamente alte nei confronti di "La La Land". La sequenza iniziale, in effetti, mi è parsa molto promettente: una gigantesca coda di vetture bloccata su un'autostrada che costeggia Los Angeles diventa lo scenario [...] Vai alla recensione »
La La land, di cui ho già scritto, si sta rivelando un vero fenomeno. Per cominciare l'accoglienza: tutte le testate e tutte le firme più importanti della critica gli hanno attribuito le cinque stelle, il voto del capolavoro. Anch'io l'ho definito tale. Ragionandoci in prospettiva emerge un dato, non proprio positivo rispetto al cinema contemporaneo. Il film di Damien Chazelle è, di fatto, un film degli Anni Cinquanta. È come se pubblico e critica non vedessero l'ora di... respirare un po' d'aria pura. La mia posizione, in quel senso, credo sia nota, raccontata più volte. "Passatista" è quasi sempre un aggettivo negativo. E, ribadisco, è triste doversi rifare al passato. Ma in questo caso il dato e il sentimento sono condivisi. Quel cinema - parlo di America, ma il concetto può essere allargato - era migliore di questo, e non solo.
Nel mio libro "Storia 'poconormale' del cinema" ho scritto: "I Cinquanta sono un decennio fondamentale del cinema. Evoluzione dei contenuti e della tecnica, "assestamento" dei generi. Hollywood diventa sempre più leader, guida del cinema, per spettacolo, qualità e mercato. Niente di assoluto naturalmente, ci sono altri paesi e altre correnti, ma il cinema americano, figlio del dopoguerra, diventa un fenomeno che propaga nel mondo caratteri ed esempi di sentimento, di estetica e di marketing. Quel decennio è davvero l'età dell'oro del cinema."
La La land, qualche momento: lei vuole fare l'attrice, lui suonare il piano secondo la propria cultura. Hanno talento. Provano e riprovano, alla fine ce la fanno. Quante volte i film hanno raccontato questa vicenda? Le loro mani si toccano in un cinema - e dove altrimenti - al buio. Poi si baciano. E tutto si ferma lì. Niente nudo e niente letto.
Lei è con amici banali, a una cena, ma ecco il raptus, scappa e va da lui. Certo cliché, ma belli. Le citazioni le lascio ai cinefili, il ballo: Astaire-Rogers e Gene Kelly. Gli scenari da Cantando sotto la pioggia a Un americano a Parigi. Con l'immancabile sequenza sulla Senna. Tutti "Anni Cinquanta" dunque. Chazelle rinuncia persino all'immancabile momento omosessuale obbligatorio e strategico in tutti i film di adesso.
Lo scorso anno, mesi prima della notte delle stelle scrissi che Leonardo DiCaprio aveva vinto l'Oscar. Non posseggo virtù divinatorie, stava semplicemente nell'ordine delle cose. Su La La Land, a suo tempo, cadrà una pioggia di Oscar, sta nell'ordine delle cose, per molte ragioni. La prima è semplice: è un capolavoro, un titolo da 5 stelle. Un'altra ragione è la premessa felice dei tanti Golden Globe che ha ottenuto. E poi... c'è l'arte. Più avanti spiegherò. Ormai è un dato accreditato da tutti coloro che hanno raccontato il film di Damien Chazelle: si rifà, per vicenda e stile, ai grandi classici dell'età dell'oro. Dico che il genere è molto importante, perché rappresenta, anzi, sublima, quella che è la prima opzione del cinema, l'evasione. I musical hanno trasmesso la gioia di vivere in epoche in cui, nella vita reale, ce n'era poca. Il concetto è stato recentemente ribadito da Steven Spielberg che, parlando del suo Il GGG - Il Grande Gigante Gentile ha rilevato come sia utile agli americani una proposta felice in vista degli anni, difficili, magari pericolosi, che si vanno profilando. Non è difficile immaginare a chi si riferisse il cineasta.
La La Land, il soggetto: lei sogna di fare l'attrice, lui il musicista, la strada sarà impervia. Il canovaccio è conosciuto, così come i cliché, ma il racconto è irresistibile.
Emma Stone, già vincitrice del Golden Gobe, non sarà una bellezza disegnata chirurgicamente alla Kidman o alla Theron, ma è un dono ti talento e di freschezza, una bella ragazza vera, con quelle iridi grandi e affettuose. Non c'è una come lei.
Un inciso: mi arrabbierei molto se la Streep, icona eterna e ormai stucchevole nella sua bravura, mai-stata-bella, e straprotetta dal sistema, le sfilasse il premio. Ryan Gosling è complementare alla Stone. Non ballano come Kelly e Charisse ma sono una gran bella coppia. Ci si affeziona.
Per i meno cinefili, bisogna ricordare che il musical è da ormai vari decenni considerato il genere più legato alla Hollywood classica, nel senso però di prodotto totalmente identificato con quell'esperienza spettacolare e spettatoriale, incapace di superare davvero il suo tempo. Non è un caso infatti che già negli anni Sessanta Jacques Demy con Les Parapluies de Cherbourg si appropriasse della tradizione americana per trasportarla di peso dentro la canzone e la musica francesi. Ne percepiva il tramonto. Se Demy, con il suo romanticismo malinconico, è certamente uno dei modelli di La La Land, ci si chiede quanto la nostalgia verso l'arte e i media del passato sia divenuta ormai un tratto distintivo del film da Oscar.
Già con Birdman si poteva individuare un inno al teatro che fu, prima ancora grazie al Discorso del re si è riscoperto il potere affabulatorio della radio, poi certamente il cinema, quello muto con The Artist, quello artigianale degli anni Settanta con Argo e ora appunto il musical con il film di Damien Chazelle - che non si fa mancare al contempo anche una riflessione sulle vecchie sale che chiudono e sul jazz che non è più quello di una volta.
Ma, appunto, il musical è nostalgia di per sé. Di qualcosa che si è perduto, come di qualcosa che non si può raggiungere se non attraverso la sublimazione del ballo - forse un po' forzata, la teoria secondo la quale Hollywood alludeva all'atto sessuale attraverso il ballo non è campata in aria. Proprio per questo, filmare i corpi che danzano necessita di una precisa scelta di campo.
Basta la prima sequenza - una danza tra gli automobilisti imbottigliati sul raccordo anulare di Los Angeles - a far sì che il fan più esigente del musical si ritrovi subito a casa propria. E si emozioni. Perché negli ultimi vent'anni anche i film musicali di enorme successo (Moulin Rouge!, Mamma mia!) gli raccontavano, in fondo, che il suo genere favorito non c'era più.