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venerdì 7 maggio 2021

Brad Pitt

In un quarto d'ora nasce una stella

Nome: William Bradley Pitt
57 anni, 18 Dicembre 1963 (Sagittario), Shawnee (Oklahoma - USA)
occhiello
Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.
dal film Fight Club (1999) Brad Pitt  Tyler Durden
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Brad Pitt
Golden Globes 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Critics Choice Award 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

SAG Awards 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Golden Globes 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

BAFTA 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Premio Oscar 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Critics Choice Award 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

SAG Awards 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

BAFTA 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

NSFC Awards 2020
Nomination miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

NSFC Awards 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Premio Oscar 2020
Premio miglior attore non protagonista per il film C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino

Razzie Awards 2017
Nomination peggior attore per il film Allied - Un'ombra nascosta di Robert Zemeckis

Critics Choice Award 2015
Nomination miglior attore in un film d'azione per il film Fury di David Ayer

Critics Choice Award 2014
Nomination miglior attore in un film d'azione per il film World War Z di Marc Forster

Critics Choice Award 2012
Nomination miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

Golden Globes 2012
Nomination miglior attore in un film drammatico per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

BAFTA 2012
Nomination miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

Premio Oscar 2012
Nomination miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

SAG Awards 2012
Nomination miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

NYFCCA 2011
Nomination miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

NYFCCA 2011
Premio miglior attore per il film L'arte di vincere di Bennett Miller

Golden Globes 2009
Nomination miglior attore in un film drammatico per il film Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

Premio Oscar 2009
Nomination miglior attore per il film Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

Critics Choice Award 2009
Nomination miglior attore per il film Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

SAG Awards 2009
Nomination miglior attore per il film Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

Golden Globes 2007
Nomination miglior attore non protagonista per il film Babel di Alejandro G. Iñárritu

Festival di Venezia 2007
Premio coppa volpi migliore interpretazione maschile per il film L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik

Premio Oscar 1996
Nomination miglior attore non protagonista per il film L'esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam

Golden Globes 1996
Premio miglior attore non protagonista per il film L'esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam

Golden Globes 1996
Nomination miglior attore non protagonista per il film L'esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam

Golden Globes 1995
Nomination miglior attore per il film Vento di passioni di Edward Zwick



Brad Pitt è un corpo insostituibile, un'evidenza. Ma è evidente da subito che Pitt non ci sta a fare bella mostra di sé nei poster delle adolescenti.

Maledetto dagli uomini, benedetto dagli dei

venerdì 13 novembre 2015 - a cura della redazione cinemanews

Maledetto dagli uomini, benedetto dagli dei Per spiegare la capacità di attrazione delle star esistono due ordini, uno relativo alla notorietà artistica, l'altro a quella mediatica. Il primo rinvia al talento che la società riconosce all'artista, il secondo allo spazio che l'artista occupa nella produzione giornalistica. Brad Pitt si muove da sempre tra questi due poli in equilibrio perfetto e senza che una delle due prospettive prenda mai il sopravvento sull'altra. Basculando tra encomi ed esecuzioni sommarie, è candidato tre volte all'Oscar come attore ma lo vince due volte come produttore (The Departed, 12 anni schiavo), confermando una volta di troppo la miopia dell'Academy.

   

Risse, fischi e applausi, le reazioni a The Tree of Life.

Cannes perde la testa per Malick

lunedì 16 maggio 2011 - Ilaria Ravarino cinemanews

Cannes perde la testa per Malick Rissa all'ingresso in sala, una fila iniziata nelle prime ore del mattino, le porte del Palais che si chiudono in anticipo sollevando il malumore generale. Cannes perde la testa per The Tree of Life di Terrence Malick, il film più atteso del concorso, ambiguamente accolto da applausi e fischi ma da tutti ardentemente desiderato. Al cinema dal 18 maggio, The Tree of Life ha esaltato e irritato il pubblico, spaccandolo a metà: chi ha amato i primi 90 minuti di muta cosmogonia, chi non li ha tollerati, chi semplicemente non li ha capiti. Nessuno, in ogni caso, è qui per dare spiegazioni sul film. Terrence Malick non è a Cannes o non si mostra, «è troppo timido e lo sapete», dice in conferenza stampa la produttrice Sarah Green, che spiega: «Ognuno deve vivere questo film in maniera personale. Qualunque spiegazione sarebbe di troppo, corromperebbe il processo». Intorno al convitato di pietra si radunano sei persone, la produttrice Green con i colleghi Dede Gardner, Grant Hill, Bill Pohlad e gli attori Jessica Chastain e Brad Pitt. Assente giustificato Sean Penn, si dice per impegni di lavoro (ma si pensa per civetteria, riservandosi di apparire da protagonista assoluto solo a fine festival, nel film di Paolo Sorrentino This must be the place). Pitt, che di The Tree of Life è anche produttore, regge al fuoco di fila delle domande: il suo entusiasmo per il film pare autentico, nonostante dia l'impressione di non avere le idee chiarissime sul suo contenuto metafisico.

Malick non c'è: vi ha dato indicazioni su cosa dovete dire?
Pitt: No. Ma è normale che non ci sia: lui lavora per costruire case, non per venderle. Vendere è il compito degli attori.

Com'è stato il lavoro sul set?
Pitt: La parte più interessante è stata il processo creativo, che non è mai veramente terminato. Terrence lavorava giorno per giorno, scriveva al momento, ci dava nuove pagine di copione ogni mattina e non voleva che le imparassimo bene. Abbiamo trascorso molto tempo insieme a lui nella casa che è al centro del film, prima di girare. È stata un'esperienza straordinaria e potrei andare avanti a parlarne per giorni.

Ma com'è dal vivo il misterioso Malick?
Pitt: Come tutti gli esseri umani sorride, mangia, va alla toilette. È incredibilmente dolce e ha un carattere piacevole. Ama e rispetta tutti i suoi personaggi allo stesso modo, e questo fa di lui un grandissimo regista.

L'esperienza con Malick cosa le ha lasciato?
Pitt: Mi ha cambiato, mi ha fatto venir voglia di andare in un'altra direzione, dare spazio a nuovi talenti, sperimentare: dire sì ai film commerciali, ma anche a quelli piccoli d'autore.

Quindi se le offrissero un blockbuster alla Mission Impossible direbbe di no?
Pitt: Non esageriamo, non vorrei mai perdermi la possibilità di fare Mission Impossible... Diciamo che adesso voglio provare cose nuove, progetti che mi costringano a pormi delle domande importanti.

Che ruolo ha la religione cristiana in The Tree of Life?
Pitt: È un film più spirituale che cristiano: abbiamo fatto molti dibattiti teologici durante le riprese, ma l'opera non riflette una religione o una filosofia in particolare. Credo che le comprenda tutte perché rimanda a una spiritualità universale che possa interessare gli spettatori di tutte le culture.

Lei è cristiano?
Pitt: Sono cresciuto cristiano, convinto che Dio si sarebbe preso cura di me, poi ho scelto di camminare con le mie gambe. Ma quelle stesse domande che mi ponevo attraverso la religione, sulla sofferenza e sulla morte, le ho ritrovate nel film di Malick. E questo è uno dei motivi per cui ho accettato di farlo.

Cosa ha provato rivedendo il film a Cannes?
Pitt: Mi ha sorpreso ancora una volta il genio di Malick, il suo straordinario modo di incrociare la grandezza dell'Universo, il macrocosmo della la Natura, con il microcosmo della famiglia di cui seguiamo la storia.

Cosa l'ha convinta a partecipare al film? Solo la regia di Malick?
Pitt: Da produttore riconosco al volo un buon progetto quando lo vedo. E poi il film mi dava la possibilità di recitare questo padre oppressivo, con quel suo strano rapporto con i figli.... spero che i miei bambini vedano The Tree of Life al più presto, perché credo di essermela cavata piuttosto bene come attore.

È un film in qualche modo autobiografico? Si rivede in qualche personaggio?
Pitt: È un film universale, che parla a grandi e bambini. C'è senz'altro qualche suggestione che mi appartiene, come l'amore per la natura, il ricordo della grazia e della purezza della madre, il sogno americano incarnato dalla figura del padre. Ma non penso che un film così universale possa avere a che fare con l'esperienza di un singolo individuo.

Suo padre era oppressivo come il suo personaggio nel film? E lei com'è con i suoi figli?
Pitt: Mio padre non era assolutamente così. Quanto a me io li picchio regolarmente, i miei figli. (ride)

Dove avete girato?
Pohlad: In Texas, nel Tennessee e nello Utah, alcune sequenze nel Great South Lake.

Il sistema-Malick, così creativo, crea problemi alla produzione?
Green: No. Anche perché è un grande professionista: Malick lavora giorno e notte, più o meno velocemente, ed è in grado di capire all'istante se una scena è bella o meno.
Pohlad: Le riprese sono organizzate, non del tutto improvvisate. Parliamo sempre con lui di quel che sta per girare.
Hill: Senza contare che il film per lui continua anche in post-produzione. Vogliamo che mantenga nel montaggio la stessa libertà di espressione che ha sul set.
Chastain: Girare con lui è come lasciarsi andare, perdere completamente il controllo. La sua più grande qualità è quella di creare un set in cui accadano spontaneamente eventi, momenti speciali, non previsti dalla sceneggiatura: la scena della farfalla, che vedete nel film, non era nello script. È semplicemente accaduta...
Pitt: ... e quando succedono cose del genere, capisci che sei in buone mani. Con Malick non hai mai paura.

Candidato a tredici premi Oscar, arriva in sala Il curioso caso di Benjamin Button, girato e riavvolto da David Fincher.

Il curioso caso di Benjamin Button: riavvolgendo una vita e svolgendo un amore

giovedì 12 febbraio 2009 - Marzia Gandolfi cinemanews

Il curioso caso di Benjamin Button: riavvolgendo una vita e svolgendo un amore A New Orleans, in Louisiana, la gente è scesa in strada per festeggiare la fine della prima guerra mondiale e per accogliere un bambino appassito che ringiovanisce mentre gli altri invecchiano. Rifiutato e abbandonato dal padre, Benjamin cresce amato e sereno in una casa geriatrica, circondato dai tanti anni e dalla tanta esperienza dei suoi ospiti. Sotto un tavolo illuminato da una candela si innamorerà per sempre di Daisy e riavvolgendo la sua vita, svolgerà il loro amore. David Fincher dimette i suoi protagonisti, figli di una civiltà metropolitana selvaggia e frenetica e immolatisi sull'altare della produttività (The Game), del successo (Fight Club) e della competizione (Seven), per adottare il curioso caso di una creatura che vive una vita al contrario, l'essere giovane dentro mentre si è vecchi fuori e viceversa.
Trasposto dal racconto breve e omonimo di Francis Scott Fitzgerald, il grande favorito alla corsa degli Oscar è soprattutto un film sul tempo, che consuma i corpi e corre all'indietro come l'orologio della stazione di New Orleans. Sotto gli occhi dello spettatore il Benjamin Button di Brad Pitt vecchio e decrepito si raccoglie e si ricostruisce fino a recuperare, nel tempo di due ore, giovinezza e freschezza, fino a ritornare all'inizio della vita. Verso di lui avanza la splendida Daisy di Cate Blanchett, condannata a invecchiare ma destinata ad incontrare nello splendore della sua giovinezza la giovinezza piena di Benjamin. Come il "tempo", Fincher lavora sul corpo, quello del cinema e quello dell'attore, non è un caso allora che la condizione eccezionale di Button trovi corrispondenza nella disciplina incarnata da Daisy: la danza. In particolare la danza profetizzata e avviata da Isadora Duncan nei primissimi anni del secolo, quella che balzava il corpo femminile in primo piano dopo secoli di umiliazioni e repressioni. Un corpo liberato, denudato ed esercitato per esibirsi e per durare una stagione brevissima. Quello che rende interessante la curiosa parabola di Benjamin Button sono le implicazioni filosofiche-esistenziali che la corroborano. Ma se Il curioso caso di Benjamin Button è concettualmente dotato, è pur vero che rimane registicamente "inerte", in-efficace e in-capace di assumere una forma già presente in potenza. Questa storia di vita alla rovescia sembra collegarsi all'algido meccanismo di The game, piuttosto che ai più sporchi Seven e Fight Club, arrivando col fiato grosso sul bordo dell'ultima inquadratura e sull'orlo del precipizio dopo una rincorsa di due ore. Muto a vacillare sul vuoto prima che sopraggiunga l'uragano e la bella signora, prima che il tempo ricominci a scorrere o si rimetta in moto a rovescio. Disgraziatamente, quando ricomincia è sempre per finire. E la pellicola scorre, e la vita trascorre.

Con L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford da icona sexy diventa attore di culto.

5x1: Brad Pitt, il bello di Hollywood

martedì 18 dicembre 2007 - Stefano Cocci cinemanews

5x1: Brad Pitt, il bello di Hollywood Ci sono momenti nella vita e nella carriera delle persone che salvificano e danno un senso a tutta una esistenza oppure, più semplicemente, gettano un colpo di spugna sul passato, e preparano a un futuro radioso. Brad Pitt, senza Ridley Scott e le sue Thelma & Louise, sarebbe presto entrato nel dimenticatoio dei tanti giovani e carini che affollano i boulevard di Los Angeles, in attesa di un'occasione. Pitt, attorucolo da piccole parti in televisione (Genitori in blue jeans ad esempio) colse l'occasione di sedurre Geena Davis nel gioiello diretto dal regista inglese, e cambiò la propria carriera. Quella manciata di minuti, fece di Pitt un'icona sexy planetaria e dimenticare il chiacchiericcio sulla sua vita fino al giorno in cui gli fu assegnato il ruolo. Oggi, molte onde hanno sciabordato sulle spiagge di Santa Monica. Brad non è più – o meglio non è solo – un'icona sexy: è diventato attore completo, premiato con la Coppa Volpi all'ultimo festival di Venezia proprio per la sua lettura del bandito Jesse James nel film di Andrew Dominik, ma già nel complesso Babel aveva dato prova di una nuova e più matura coscienza di sé e delle proprie possibilità.
Dal cowboy ladruncolo di Thelma & Louise, al bandito dai modi gentili che cerca la rivincita del Sud uscito umiliato dalla guerra civile americana, è possibile scoprire tanti differenti Brad Pitt.

Brad e Angelina testimoniano a Cannes il loro impegno civile.

Il cuore grande di Angelina Jolie

martedì 13 novembre 2007 - Claudia Resta cinemanews

Il cuore grande di Angelina Jolie Questa volta Brad Pitt è produttore del film diretto da Michael Winterbottom. Si tratta della vera storia del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, barbaramente ucciso dai terroristi in Pakistan nel febbraio del 2002 e di come la moglie Mariane non abbia perso le speranze di poterlo riabbracciare, nonostante i luttuosi presagi che hanno accompagnato l'attesa della donna in patria e nello stesso Pakistan una volta partita alla ricerca dell'amatissimo marito.
Mariane Pearl è interpretata sobriamente da Angelina Jolie, che insieme al marito ha creduto molto in un libro lasciato perdere in precedenza da quattro major. Brad e Angelina hanno raccontato a Cannes i perché di questa svolta.

Ad Astra

Ad Astra

* * * - -
(mymonetro: 3,10)
Un film di James Gray. Con Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, John Ortiz, Liv Tyler.
continua»

Genere Fantascienza, - USA, Brasile 2019. Uscita 26/09/2019.
C'era una volta... a Hollywood

C'era una volta... a Hollywood

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,75)
Un film di Quentin Tarantino. Con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley.
continua»

Genere Drammatico, - USA 2019. Uscita 18/09/2019.
Allied - Un'ombra nascosta

Allied - Un'ombra nascosta

* * * - -
(mymonetro: 3,14)
Un film di Robert Zemeckis. Con Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts.
continua»

Genere Azione, - USA 2016. Uscita 12/01/2017.
La grande scommessa

La grande scommessa

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,65)
Un film di Adam McKay. Con Brad Pitt, Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carell, Marisa Tomei.
continua»

Genere Drammatico, - USA 2015. Uscita 07/01/2016.
By the Sea

By the Sea

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,71)
Un film di Angelina Jolie. Con Brad Pitt, Angelina Jolie, Mélanie Laurent, Melvil Poupaud, Niels Arestrup.
continua»

Genere Drammatico, - USA 2015. Uscita 12/11/2015.
Filmografia di Brad Pitt »

lunedì 26 aprile 2021 - Il film di Chloé Zhao vince come prevedibile i premi più importanti di questa edizione degli Academy Awards (Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista). Anthony Hopkins batte a sorpresa Chadwick Boseman. Nessun riconoscimento per l'Italia. VAI ALLO SPECIALE EDITORIALE »

Oscar 2021, è il trionfo di Nomadland - Tutti i vincitori

a cura della redazione cinemanews

Oscar 2021, è il trionfo di Nomadland - Tutti i vincitori È Daniel Kaluuya a vincer il premio Oscar come Miglior Attore Non Protagonista per Judas and the Black Messiah, intenso ritratto di una figura chiave della politica afroamericana degli anni Sessanta.

«Grazie per tutto quello che avete dato - ha esordito un commosso Kaluuya - È difficile fare un film su un uomo come quello che ho interpretato. Condivido quest'onore con l'incredibile cast e l'incredibile troupe. È incredibile guardarsi in giro e ispirarsi da quello che questi uomini hanno fatto. Grazie per averci affidato le vostre verità [...] Bisogna celebrare la vita perché è magnifica. I miei genitori sono una coppia magnifica, mi ispiro moltissimo a loro e vorrei amore e pace per tutti noi».

 

lunedì 26 aprile 2021 - L'attrice sudcoreana si è aggiudicata la stauetta per la sua interpretazione in Minari.

Oscar 2021, Yuh Jung Youn vince il premio come Miglior Attrice Non Protagonista per Minari

a cura della redazione cinemanews

Oscar 2021, Yuh Jung Youn vince il premio come Miglior Attrice Non Protagonista per Minari Anni '80: Jacob e la sua famiglia, immigrati sudcoreani stanchi di sopravvivere grazie a lavori come il sessaggio dei polli, si trasferiscono dalla California all'Arkansas. Jacob vuole avviare una coltivazione in proprio e rivendere i prodotti del suo lavoro nelle grandi città. La sua ambizione richiede enormi sacrifici e la moglie Monica è sempre meno disposta a concederne, specie per le complicazioni cardiache del figlio David. Pur di mantenere la famiglia unita Jacob accetta che si trasferisca da loro la suocera, Soonja: a differenza di Jacob, la donna è rimasta ancorata alle tradizioni coreane e si dimostra tutto fuorché corrispondente all'immagine tradizionale della nonna.


L'attrice sudcoreana Yuh Jung Youn si è aggiudicata l'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista. 
Era una delle categorie più in bilico di questa edizione, quella della Miglior Attrice Non Protagonista, che ha portato alla vittoria la sudcoreana Yuh Jung Youn per Minari. Un premio meritatissimo per la sua divertente interpretazione che però l’attrice banalizza con: “ho avuto solo più fortuna delle altre”. Parole d’amore quindi per le altre candidate in particolar modo per Glenn Close, nominata per Elegia Americana. Siparietto divertente con Brad Pitt, produttore del film, che l’ha introdotta e le ha consegnato simbolicamente il premio. 
   

giovedì 22 aprile 2021 - Il film di Michel Franco colpisce forte allo stomaco dello spettatore e pone molteplici interrogativi. Uno su tutti: ma da che parte sta veramente l'autore? Leone d'Argento a Venezia 77 e ora disponibile in streaming.

Violento, disturbante, spiazzante. Nuevo Orden è il racconto di un'apocalisse pura e disumanizzata

Giovanni Bogani cinemanews

Violento, disturbante, spiazzante. Nuevo Orden è il racconto di un'apocalisse pura e disumanizzata First reaction: shock. Because… perché il film di Michel Franco vuole colpire come un pugno allo stomaco, su questo non ci sono molti dubbi. E ci riesce, pure. Perché è violento, ma soprattutto è disturbante, spiazzante.

Parte in un modo e si sviluppa in un altro, sembra un ritratto di borghesia in nero, poi apre scenari di guerriglia, di rivoluzione: ma una rivoluzione quasi astratta, con i suoi rivoluzionari che sembrano zombie, un esercito di zombie senza più niente di umano. È l’umanità che sparisce, che è assente in quasi tutti i personaggi. È questa mancanza lo shock più forte.  

Nuevo orden, ora disponibile in streaming, è il sesto film da regista di Michel Franco. Lo scorso 12 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia – sembra passata una vita, eravamo in sala e sembrava di tornare alla normalità – vinceva il Gran Premio della Giuria.

Una consacrazione, sì. Ma già da qualche anno Michel Franco si era ritagliato un posto fra i formidabili protagonisti del cinema messicano degli ultimi anni, fra Alfonso Cuaròn, Alejandro Inarritu, Guillermo Arriaga, Guillermo del Toro.

Più giovane di loro di una quindicina d’anni, Franco ha a casa già un bel po’ di premi: quello di Un certain regard a Cannes per Despuès de Lucìa nel 2012, il premio per la sceneggiatura sempre a Cannes, nel 2015, per Chronic. Ma è un bel po’ suo anche il Leone d’oro del 2015 per Desde allà (Ti guardo) di Lorenzo Vigas, primo film sudamericano a vincere a Venezia, e che Michel Franco aveva prodotto.
Ma lasciamo stare i premi, torniamo al film.

C’è un matrimonio di ricchi. Lei è bionda – è Naian Gonzáles Norvind, attrice di origine norvegese – lui è disinvolto e bello – è Dario Yazbek Bernal, il fratellastro di Gael Garcia Bernal. Ci sono decine di invitati, gli abiti delle donne color pastello, le tartine, i flutes di champagne, il lusso, la musica, i giovani che si imboscano, altri in una stanza a provare il peyote. Sono tutti “whitexican”, messicani bianchi e facoltosi. Sono scuri di pelle solo i servitori, come la governante silenziosa e fidata, che ricorda la custode dei film di Brad Pitt e Cate Blanchett in Babel di Inarritu, Adriana Barraza. O la dimessa, umile, preziosa Yalitza Aparicio di Roma.

La camera scivola fra loro, fluida, come in una danza fra gli invitati, come fosse un film di Altman. La luce è chiara, quanto di più lontano dal dramma si possa immaginare. Le perturbazioni dalla normalità che Michel Franco dissemina sono quasi impercettibili. Acqua che esce verde dai rubinetti del bagno. Un’auto sporca di vernice dello stesso colore. Qualcuno vuole guastare la festa, ma sempre di festa si tratta.

Poi un’altra frattura, nota dissonante nel minuetto mozartiano che sembra essere l’inizio. Un vecchio dipendente della ricca famiglia va a chiedere aiuto per pagare l’operazione al cuore della moglie: e lì, dove il denaro circola a fiumi, non trova empatia, trova elemosine che non gli bastano neanche per cominciare.

La molla è carica, e può solo esplodere: la rivoluzione non può attendere. E arriva. C’è una strana continuità fra questo film e la sequenza dell’irruzione dei rivoltosi nel negozio di arredamento in Roma di Cuaròn, come se Nuevo orden ne rappresentasse un sequel. Irrompono nella villa, e il film vira improvvisamente, entra in un’altra dimensione.

È il racconto dell’apocalisse, un’apocalisse pura, astratta, disumanizzata. Non ci sono discorsi, motivazioni, radici politiche. C’è solo violenza, come in un film di fantascienza, dove però tutto è filmato, raccontato, mostrato realisticamente, crudamente. Con echi, semmai, di molto cinema.
Franco dice di essersi ispirato alla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo: a noi sembra di vedere, negli stanzoni in cui i ricchi vengono fatti prigionieri, desaparecidos umiliati, torturati, denudati, l’eco di altri desaparecidos, di altri racconti cinematografici, come “Garage Olimpo” di Marco Bechis, dove però l’orrore era reale, storico, apparteneva al passato; qui è un orrore ipotetico, distopico – per usare una parola tanto abusata, anche a proposito di questo film. E sembra persino di vedere, in quei corpi nudi, echi del “Salò” di Pier Paolo Pasolini. “Il mio film è una radiografia della società messicana”, aveva detto Franco in qualche intervista. Ma c’è più cinema, a nostro avviso, che analisi sociale.

First reaction, shock. Ma dopo, viene da chiedersi: da che parte sta Michel Franco? Da che parte sta Nuevo orden? L’ordine vecchio, quello del privilegio, della disparità sociale, quello delle giacche, delle cravatte, dei cocktail e dei duecentomila pesos negati al vecchio guardiano della villa, fa orrore. 

Ma fa ancora più orrore una rivoluzione fatta di violenza cieca, di carnefici senza nome, di saccheggiatori: una rivoluzione i cui soldati sono anonimi, violentissimi, feroci, senza sfumature. Una rivoluzione a cui non viene attribuito un nome, un’ideologia, una storia. Chi sono?

Hanno il passamontagna e le mimetiche come i soldati dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale,  quello del subcomandante Marcos. Ma è una assonanza solo visuale, non c’è una sola parola in tutto il film che ci faccia capire chi sono. Evidentemente, a Franco non interessa. Non ci sono discorsi, parole, rivendicazioni, aspirazioni, progetti, scopi. C’è solo un mostrare una violenza cieca, da automi.

Franco sembra dirci: attenzione, se la classe popolare arriverà al potere con la forza, si comporterà come una massa di assassini feroci. Ugualmente, Franco non sembra avere nessuna fiducia nell’ordine che un potere militare potrebbe instaurare, ancora più feroce e cieco di quello “rivoluzionario”.

E allora? Allora forse hanno ragione quelli che individuano in Michel Franco un regista “borghese”, che alla fine sta dalla parte dei suoi “whitexican”. Ma forse c’è ancora un altro punto di vista possibile, e in pochi ne hanno parlato.

I due soli personaggi che, in questa follia collettiva, mostrano una qualche empatia, un qualche altruismo, un approccio etico alla vita, sono la sposa – Marian – e Christian, il giovane autista. Sono gli unici che compiono un gesto per qualcun altro. E forse non è un caso che si chiamino Marian e Cristian, nomi ispirati ai due più importanti personaggi della narrazione cristiana.

E non è un caso, probabilmente, che gli unici momenti in cui l’orrore sembra prendersi una pausa, gli unici momenti in cui, in mezzo al furore, in mezzo all’annullamento di qualsiasi senso, nel completo deserto morale, c’è qualche cosa che assomiglia alla pietà, ad un senso di vicinanza degli uomini gli uni agli altri. Ed è la cerimonia funebre, in una chiesa affollata. E la cerimonia di sepoltura, officiata su una collina sulla quale altri gruppetti di parenti celebrano cerimonie analoghe. Chissà, forse quando tutto viene a mancare è proprio la religione, che Franco ci mostra, in filigrana, come l’unico appiglio possibile. 

   

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