James DeanNome: James Byron DeanData nascita: 8 Febbraio 1931 (Acquario), Marion (Indiana - USA) Data morte: 30 Settembre 1955 (24 anni), Paso Robles (California - USA) |
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![]() Vorrei che ci fosse un solo giorno in cui io non debba sentirmi così confuso e non debba provare la sensazione di vergognarmi di tutto.
dal film Gioventù bruciata (1955)
James Dean è Jim Stark
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Bello, fragile e dannato. Jimmy Dean, come lo chiamano gli amici, viene consacrato a mito anche a causa della sua morte precoce. Avvenuta all'età di ventiquattro anni, a seguito di un rovinoso incidente stradale, sulla costa californiana.
Perde presto la madre, il padre è dentista. Ma viene allevato dai suoi zii in una fattoria di Fairmont nell'Indiana.
Studia a Santa Monica e a Los Angeles dove comincia la sua esperienza artistica in una serie di programmi tv. Nel 1952 debutta con successo a Broadway in See the Jaguar. Dopo qualche breve apparizione televisiva recita a Broadway ne L'immoralista, di Gide. A Hollywood eccolo in piccole parti ne I figli della gloria e Attente ai marinai, Il capitalista. Nel frattempo frequenta l'actor Studio di Santa Monica, dove conosce Marlon Brando che diventa, letteralmente il suo idolo. Brando, come tutti del resto, lo detesta. E' rozzo e scontroso, imprevedibile, capace di tutto. Ma è dotato, e viene notato da Elia Kazan che gli affida il ruolo di Cal Trask ne La valle dell'Eden, da Steinbeck. E' il successo immediato: nasce il mito di James Dean, l'incompreso per eccellenza. Un attore che deve il suo fascino tenebroso, simbolo del suo personaggio, ad un carattere schivo ed introverso.
James dapprima si concentra sui metodi interpretativi dell'Actor's Studio, poi sulla gestualità corporea, sull'espressività fisica, che tanto gli piace. Accostando questa cura del gesto ad altre sue passioni: le moto, per il brivido della velocità, ed il suo cavallo.
Ha appena ternimato il suo primo film da protagonista che viene subito scritturato per Gioventù bruciata e, quasi contemporaneamente per Gigante">Il Gigante. Non ha ancora terminato il film, che si schianta con la sua Porsche sulla strada di Salinas, in Texas. E' l'inizio di una leggenda postuma che ha pochissimi uguali. Il "ragazzo ribelle" era già l'idolo della sua generazione. Esageratamente espressivo, fragile, stupidamente aggressivo, piuttosto tozzo e basso, possedeva tuttavia quell'incanto innato che genera il miracolo del cinema e del mito. In tutti e tre i film contestava rabbiosamente: i genitori nei primi due, il padrone nel Gigante. La sua recitazione era esasperata, di troppa espressione, ma sullo schermo la sua presenza era enorme. Se fosse vissuto si sarebbe certamente perfezionato. Ciondolante, con gli immancabili Jeans, quasi sgraziato, James misura a passi il piccolo podere che ha ereditato ne Gigante">Il Gigante. E' solissimo, non sa ancora che sotto quella terra secca c'è il petrolio. Il suo personaggio Jett lo scoprirà, Dean rimarrà solo e senza sogno. Era davvero fatto apposta per prendere su di sè le angosce misteriose, non identificate dei giovani di quell'America che era uscita dalla guerra senza identificare i nuovi pesanti, dolorosi cambiamenti. Tutto questo Dean non lo sapeva, ma non ha nessuna importanza, perché lo ha trasmesso.
La scomparsa del teen-ager per eccellenza, del simbolo dei giovani ribelli, scatena una sorta di isterismo collettivo. I media parlano di un simile effetto a catena, riferendosi a quello del 1926, dopo la morte di Rodolfo Valentino. Ma se in quel caso si tratta di idolatria, la scomparsa di Jimmy Dean equivale alla perdita di un eroe da emulare. I giovani lo amano e ne imitano l'atteggiamento: restano privati della prima, vera, identificazione di massa con un personaggio del grande schermo.
Un desiderio di ribellione a tutto campo, che significa reagire alla solitudine di quegli anni, al senso di incomprensione accusato dai ragazzi, alla guerra fredda e a quella che tanti giovani americani combattono in Corea. James Dean incarna questo ed altro.
Un giovane miope dalla bella faccia, fisicamente un po' goffo, non troppo alto e sempre col muso lungo: che davanti alla telecamera si trasforma in un cigno. È un tutt'uno con il personaggio che interpreta: è impossibile non restarne stregati. La morte, come purtroppo capita, per ironia lo rende immortale. Uccidendolo in pieno romanticismo moderno. Nel 1957, in suo omaggio, si gira James Dean: The first American Teenager, per la regia di Robert Altman e George W. George ed il montaggio di Ray Connolly.
L'Empire Magazine lo inserisce tra le cento stelle cinematografiche di tutti i tempi. James Byron Dean, dal poeta preferito di sua madre, ora riposa al Park Cemetery di Fairmount, nell'Indiana.
Premio Oscar 1956
Premio Oscar 1955
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Il gigante
continua»
Genere Drammatico, - USA 1956. |
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Gioventù bruciata
Genere Drammatico, - USA 1955. |
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La valle dell'Eden
continua»
Genere Drammatico, - USA 1955. |
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I figli della gloria
Genere Guerra, - USA 1951. |
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Il capitalista
Genere Commedia, - USA 1952. |
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Ci sono nelle arti epoche, artisti e opere che hanno inventato, determinato cambiamenti, prodotto trasformazioni. Parlo di letteratura, di arti figurative, anche di cinema. Il discorso è molto largo naturalmente. Metto a fuoco un esempio, una data, tre artisti e tre opere. 1907: Picasso compone Les demoiselles d' Avignon, un'opera che stravolge tutti i codici della pittura fino ad allora. Superando la tendenza espressionista che già si allontanava dalla pura riproduzione dell'immagine "naturale", l'artista spagnolo sorpassava l'idea della visione, naturale appunto, da un unico punto di vista per scomporla in sezioni simultanee. Detto in altro modo: di un volto vedevi gli occhi, la bocca e la parte davanti, ma anche le tempie e la nuca. In quello stesso anno Stravinskij iniziava la composizione dell'Uccello di fuoco, nel quale scomponeva l'armonia tradizionale delle composizioni: una ricerca omologa, in un certo senso, a quella di Picasso. Ancora nel 1907 James Joyce cominciava a scrivere l'Ulisse che introduceva tecniche di racconto inedite, come il flusso di coscienza, il monologo interiore, attraverso una scrittura che scombinava l'armonia tradizionale della frase inserendovi vocaboli o sintagmi nuovi. Insomma, tre opere omologhe. Era il 1907, come si dice: "era nell'aria".
Comincio con una certa enfasi che, sono sicuro, mi verrà perdonata: col finale della citazione di John Keats che Hemingway pone come premessa del suo Per chi suona la campana.
"... e dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te."
E mai una campana ha suonato per noi, come quella di ieri, quando abbiamo saputo che J.D. Salinger era morto. Tutti sappiamo cosa significhi il suo romanzo "Il giovane Holden". Significa per cominciare che quel libro fa parte di tutti noi. Quando era il tempo sono stato l'adolescente Holden Caulfield e quando è stato il tempo sono stato padre di giovani Holden. Significa semplicemente che nella prima stagione avevo idee e compivo azioni diverse da quelle dei miei genitori e capitava che non le capissero, e che adesso i miei figli hanno idee e compiono azioni che non sempre capisco. Naturalmente sta nelle cose. Ma quando un autore coglie in pieno quello "stare nelle cose", diventa qualcosa in più di uno scrittore, diventa parte della tua cultura e del tuo sentimento, e pensieri e azioni, li devi in parte a lui. Proprio non è poco. Nel mio caso poi c'è dell'altro, c'è il mestiere, perché anch'io scrivo romanzi. Qualche anno fa, proprio su MYmovies scrivevo un pezzo da titolo "Sognavo Salinger". Era il mio progetto giovanile di aspirare a quel modello piuttosto che a un critico (di cinema).
Inventore
Salinger è stato scrittore, soprattutto è stato inventore. Più avanti riproduco l'incipit del suo romanzo e spiego cosa significhi. Era nato nel '19 e aveva scritto "Holden" nel '51. Era l'erede della strepitosa tradizione letteraria anglosassone che partiva dai britannici di due generazioni prima.
Stralcio dalla puntata 46 della storia poconormale
"...Scrittori come Kipling e Stevenson, come Conrad, Maugham e Forster, britannici nati in Ucraina e morti nel Kent (Conrad),o nati a Bombay e morti a Londra (Kipling), comunque sempre in giro nei due emisferi: sono loro, in quelle epoche, che hanno inventato un parte della nostra più bella educazione sentimentale, e anche culturale. L'incanto, il sogno, l'avventura, le terre lontane e tante terre, l'estremo oriente e il medio, l'India e l'Australia, il Canada, le isole del Pacifico e dei Carabi. Una cultura tutta sui libri, prima che arrivasse il cinema. Quando le coste e le navi, le genti e gli animali, le armi e gli amori, il deserto e le carrozze, i poveri e i ricchi, quasi sempre i ricchi: tutto doveva essere desunto dalla scrittura, sforzo attivo di fantasia, con l'eroe da immaginare, non un Gary Cooper scelto da altri per nostra comodità. E in che grande misura il cinema avrebbe attinto a quegli autori..."
Generazione
A questi seguì la generazione americana nata verso la fine dell''800. Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, Dos Passos sono tutti nati fra il 1896 e il 1902.
Costoro, eredi dei contenuti di quelli detti sopra, portarono la naturale evoluzione di pensieri e di azioni, e naturalmente di stile. Evolsero e riformarono. Ma Salinger non si limitò alla riforma, fece la rivoluzione, di contenuti e di stile. E continua ad esserci dell'altro: il suo privato, giusto per alimentare, come non bastasse, la sua mitologia.
Il fatto che da 46 anni non uscisse praticamente dalla sua tenuta di Cornish, che odiasse la gente, che non parlasse con nessuno. In questo senso invito a rivedere Scoprendo Forrester, il film di Gus Van Sant, con Sean Connery. Davvero viene proposta un'ottima percezione di quello che era Salinger.
Ed ecco il pezzo che ho scritto lo scorso anno quando l'ennesimo ingenuo cercò di acquisire i diritti del romanzo.
È certo legittimo affermare che Tom Ford sia una delle più importanti firme della moda nel mondo. Texano di Austin, classe 1961, ha cominciato studiando arte e architettura a New York. A suo tempo ha "ricreato" Gucci e Saint Laurent, poi si è messo in proprio. Il suo stile e il suo marchio fanno parte integrante dell'estetica dell'era contemporanea. Grande mano di disegnatore, eroe della moda, adesso è approdato al cinema, firmando A single man, tratto dal romanzo di Christopher Isherwood. Tom, che si sente milanese di adozione, ha voluto che il suo film, dopo il passaggio veneziano, partisse proprio da Milano, dal cinema Colosseo.
L'iniziativa la si deve a Massimilano Finazzer Flory, assessore alla cultura, che sta facendo della città un centro europeo visibile privilegiando movimenti dell'arte e della cultura decisivi, storicizzati o contemporanei.
Capita a tutti, fermi a un semaforo che si affianchi una macchina, finestrino aperto, dalla quale esce una musica tambureggiante. E magari il guidatore, un giovane, si muove a quel ritmo. Quel ritmo, quella musica, quel sentimento, vengono da lontano, da uno scantinato dove, nei primi anni cinquanta Elvis Presley, men che ventenne stava inventando, (o aggiornando o perfezionando ma cambia poco, l'identità è la sua) il rock, un movimento molto importante. Lo sappiamo tutti.
Momento
Ci sono delle costanti singolari ed efficaci, una è "dov'eri in quel momento". È notorio che tutti gli americani ricordassero, e molti ricordino, dove si trovassero all'annuncio della morte dei presidenti Roosevelt e Kennedy. E dove si trovassero, quel 16 agosto del 1977 quando vennero raggiunti dalla notizia della morte di Elvis Presley. Anch'io lo ricordo, ero nella mia casa di montagna nel piacentino, frazione "Farinotti", stavo cercando un libro nel disordine e da fuori mi sentii chiamare da mio cugino Gianluigi che mi disse, appunto, che il telegiornale aveva appena dato quella notizia. Anche per me, come per quasi tutti, Presley era quello che sappiamo. Uno dei modelli decisivi che fanno parte della memoria e della coscienza, inserito in profondità in quello spazio che accoglie l'incanto, l'evasione, il sogno e detto senza astrazioni, la musica le canzoni e il ballo. E qualcuno aggiungerebbe, lo sballo. Un modello raro, anzi esclusivo. Legittimo che la notizia della fine (parziale, perché poi ci saranno le canzoni e le immagini, per sempre) di un sortilegio così prepotente, dovesse valere, per lo meno, il prezzo della memoria, del momento e del luogo. Quando seppi di Sordi, giusto per fare un nome importante, certo mi dispiacque, anzi ne fui addolorato, ma per risalire almeno all'anno, devo forzare la memoria. Certo, so che era il 2002, sono quasi obbligato, per mestiere, a saperlo, ma di quel 1977 ricordo giorno, mese, momento e luogo, appunto.
Poliziesco, spy, thriller, noir, mistery, insomma il giallo. È un genere fondamentale del cinema, trasversale. Non risente del tempo, delle culture e delle mode. Vale per tutti i target, adesso come all'inizio del cinema. Inoltre è molto probabile che un giallo possegga qualità vera, nella storia, nei personaggi, nell'ambientazione, perché molto spesso quei film hanno una derivazione letteraria. Bastano alcuni nomi, nomi "seriali". Holmes da Doyle; Vance da Van Dine; Poirot e Murple da Christie; Marlowe da Chandler; Woolfe da Stout; Spade da Hammett; Harper da Macdonald; Hammer da Spillaine; Maigret da Simenon; Bond da Fleming; Queen... da Queen; Montalbano da Camilleri. Cinema e letteratura, in una combinazione spesso molto felice. Ma c'è dell'altro, l'identità del "giallo" è talmente prevalente da giustificare quasi un paradosso, un ribaltamento di valori ritenuti acquisiti: il film migliore del libro. Succede, per esempio, in certi noir degli anni cinquanta, come Giungla d'asfalto, dove la firma prestigiosa di John Huston mette in ombra quella del romanziere W.R. Burnett, o come nelle Catene della colpa, dove è il regista Jacques Tourneur a prevalere sullo scrittore Geoffrey Homes.
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