| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Belgio |
| Durata | 108 minuti |
| Regia di | Julia Ducournau |
| Attori | Vincent Lindon, Agathe Rousselle, Garance Marillier, Lais Salameh, Dominique Frot Bertrand Bonello, Myriem Akheddiou, Théo Hellermann, Lamine Cissokho, Mehdi Rahim-Silvioli. |
| Uscita | venerdì 1 ottobre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 18 |
| MYmonetro | 3,05 su 30 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 31 dicembre 2021
Un film controverso e audace che ha conquistato la giuria di Cannes. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a BAFTA, ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, ha ottenuto 4 candidature a Cesar, ha ottenuto 1 candidatura a Satellite Awards, a National Board, ha ottenuto 3 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards, a Toronto, ha ottenuto 1 candidatura a NSFC Awards, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Super, In Italia al Box Office Titane ha incassato 164 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Alexia ha una placca di titanio conficcata nel cranio a causa di un incidente passato. Ballerina in un 'salone di automobili', le sue performance erotiche la rendono preda facile degli uomini, che l'approcciano senza mezze misure. Ma Alexia uccide con un fermaglio chi si avvicina troppo e colleziona omicidi che la costringono a fuggire e ad assumere l'identità di un ragazzo, Adrien, il figlio scomparso dieci anni prima di un comandante dei pompieri. Lei è una macchina programmata per uccidere che cerca un rifugio, lui una divisa programmata per salvare vite che ha disperatamente bisogno di prenderla per qualcun'altro. Tutto li separa ma poi qualcosa improvvisamente li unisce per sempre.
Cinque anni dopo Raw, debutto 'incisivo' e oggetto insolito che giocava beatamente con le attese del genere horror, Titane le riduce in cenere, superando ogni limite e cortocircuitando codici e stereotipi.
Titanio è il nome del metallo che serve per fare le protesi ma è anche la resistenza che la protagonista oppone al mondo. Perché Alexia non ama gli umani e li uccide meccanicamente come un Terminator. Bionda e implacabile, si avvicina e si struscia (fino all'orgasmo) soltanto contro le carrozzerie fredde delle vetture. Julia Ducournau, autrice che conferma il suo stordente talento visivo e la singolarità del suo universo, al confine con la serie B, accompagna la sua eroina con un uomo che ha il corpo di Rambo e si fa di dolore e steroidi. Due 'mostri' del cinema (anni Ottanta) si incontrano e generano una nuova umanità, un nuovo film di carne e metallo che evoca le sperimentazioni organiche del primo Cronenberg e, dall'altra parte dello spettro cinefilo, il gesto per il gesto di Leos Carax, soltanto più triviale. 'Alla guida' c'è addirittura Bertrand Bonello, il regista francese interpreta nel film il padre atono di Alex che provoca involontariamente il suo incidente. La sua presenza silente incide su la seduzione ipnotizzante del suo cinema, restituendo la lucentezza vana ma erotica degli oggetti, la concretezza dei suoni, la bellezza dei corpi in movimento. Eppure Titane non assomiglia a nessun altro, meglio, assomiglia ad altri ma combinati in una maniera mai vista. Masticando gore e furore, Julia Ducournau assume la referenza dei suoi antenati ma poi scava, impasta, scolpisce, innova e si inventa. Inventa una dialettica orrorifica barocca e delirante, che travolge tutto, convenzioni, buon gusto, verosimiglianza per dispiegarsi furiosamente a immagine della sua eroina. Una fanciulla che ha incassato fino alla carne la sua misera infanzia e nell'età adulta eccede, eccede per meglio esistere, non importa a quale prezzo.
Il successo folgorante di Raw ha tolto ogni inibizione a Julia Ducournau che traccia una via originale nel cinema di genere francese e nel quadro ordinario della fiction francese. Come per il suo film precedente, Titane è una bomba metaforica. Più che un film d'orrore destinato a far tremare i velluti dei multiplex, è una fantasia sulla mutazione dei corpi e delle identità che pratica l'arte della messa in scena come una fede. Ogni sequenza fonde materie contrarie, metallo e olio motore, fiamme e lacrime, partorendo (letteralmente) un genere nuovo e non identificato. La Ducournau non si nega niente e osa tutto, imbarcando lo spettatore sulle montagne russe di una narrazione a tutti i costi. La progressione orrorifica funziona a meraviglia e può contare su un corpo d'attore reinventato, Vincent Lindon, incarnazione tellurica e glutei nudi in primo piano, siringati di steroidi per restare potente. Ma è l'Alex di Agathe Rousselle, bellezza androgina che sopravvive grazie a una protesi tatuata sul cranio, a fare di Titane un film di genere e 'transgenere'. Ragazzaccia in divisa virile che danza sinuosa sul tetto del camion dei pompieri, si fa uomo per necessità non per desiderio. Dopo la violenza mortale dei suoi atti, per Alexia viene il momento dell' 'addestramento' alla vita nella caserma diretta dal pompiere di Lindon. La regista li allaccia nella danza, unisce dentro il quadro due 'organismi' danneggiati dal mondo e boicottati da se stessi, due 'animali' che si annusano, si riconoscono, si avvicinano per affrontare meglio la vita che resta. Rousselle e Lindon sono corpi tesi al massimo, come il ventre gravido di Alexia, punto di incontro foriero e luogo di salvezza, qualunque sia il risultato. Julia Ducournau li segue raso pelle, raso muscoli, raso ossa fino al nucleo di dentro che li incendia e poi li estingue con acqua rigenerante. Coppia di Titani, concepiscono insieme un film sul potere dell'amore, che deborda nell'epilogo dalla pelle e dal metallo. Titane è la favola nera di una psicopatica mutante e di un pompiere spezzato alla ricerca ostinata di un legame affettivo e di una trasmissione (finalmente) possibile. Titane è soprattutto uno choc che lascia storditi e abbagliati, perché il cinema della Ducournau non è una 'passeggiata' ma una traversata nel bosco oscuro delle fiabe a cui non sfuggono né i personaggi né lo spettatore. Come in una vecchia canzone di Battiato, Titane trova "l'alba dentro l'imbrunire" e adopera il genere come combustile infinito per raccontare il mondo, un mondo nuovo, ibrido di amore e metamorfosi. Il bisogno di cambiare (ri)comincia dal mito, dal risveglio di Titania attraverso l'amore.
Cosa c’è nel futuro dell’umanità? L’ibridazione con animali o addirittura cose, oppure l’autopotenziamento grazie allo sfruttamento delle risorse ancora inesplorate della mente?“Titane” opta per la prima risposta e non vi è dubbio che, se questo è il nostro futuro, il film merita già solo per questo un apprezzamento perché ha la capacità di guardare avanti, se non addirittura oltre.
Titane, titanio, Titano. Ossia, in ordine, il sorprendente film di Julia Ducournau, il metallo resistente e leggero usato anche nelle protesi mediche, i primordiali dei della mitologia greca. Niente è casuale nell’opera seconda dell’unica donna regista a vincere la Palma d’Oro al festival di Cannes dopo Jane Campion per Lezioni di piano nel lontanissimo 1993.
Titane è un affascinante e sontuoso teorema, non cerebrale ma molto corporale, sul “ritorno a casa, a trovare mio padre” della protagonista, proprio come suonano le parole del brano tradizionale bluegrass che apre e chiude il film, “Wayfaring Stranger”, rivisitato da David Eugene Edwards.
Il ‘primo’ padre della protagonista Alexia è quello naturale ma da lei non accettato e ha il volto del regista Bertrand Bonello, quasi una chiamata in correità di una certa tendenza del cinema francese. È lui alla guida dell’auto quando, da piccola, Alexia rimane coinvolta in un incidente e viene salvata dai medici grazie all’inserimento nella testa di una placca di titanio all’origine della sua metamorfosi tra donna e macchina.
Da grande Alexia, interpretata da una strepitosa Agathe Rousselle, è una ballerina che si muove sensuale sulle macchine nei saloni dell’auto e sa come tenere a bada i bollori dei fan che non esita, nel caso, a eliminare fisicamente. Mentre, di fronte a una Cadillac di fiammante bellezza, si concede completamente in un atto sessuale che la farà rimanere incinta. Questa è la parte che, estrapolata dal contesto, può suonare ridicola e spiace che un regista serio come Nanni Moretti, in concorso anche lui a Cannes con Tre piani, si sia prestato su Instagram a una facile ironia.
Perché Titane è tutt’altro. Titane è carne/sangue e metallo/olio avanti anni luce rispetto al cinema contemporaneo, infatti divide esattamente in due critica e pubblico. Titane è un oggetto non identificato che arriva dal futuro per parlarci della vita e dell’amore. Dove il titanio è quello che ormai ci porteremo sempre di più nei nostri corpi, così come l’identità di genere, la sessualità e i tabù (che i titani greci non avevano) sono liquidi alla stregua di Alexia che, ricercata per i suoi vari assassinii, nel tentativo di fuggire dalla polizia, si cambia i connotati per assomigliare a un ragazzo apparso sui cartelloni alla “Chi l’ha visto”.
Ecco l’introduzione del personaggio del forzuto comandante dei vigili del fuoco Vincent, stesso nome dell’attore straordinario che lo interpreta, Vincent Lindon, che vuole vedere in lui (lei) il figlio scomparso. Alexia lo sceglie come padre. Le affinità sono elettive. Prende così forma una sorta di straziante melodramma tecno e punk portato dalla regista alle sue estreme conseguenze esattamente come tutta la prima parte del film con la sua ultraviolenza virata in chiave ultrapop quando, ad esempio, fa commettere una strage ad Alexia al ritmo di "Nessuno mi può giudicar"e di Caterina Caselli. Il cinema di Cronenberg, apparentemente così vicino, è già così lontano.
Julia Ducournau si concentra sul racconto di un certo cameratismo dei pompieri che non è solo maschilismo ma espressione di chiusura di interi pezzi della società. Titane e Alexia sono invece molto aperti, fluidi, pronti ad accogliere la vita e l’amore in qualsiasi forma essi si presentino. Ecco la forma (‘muscolare’ dirà qualcuno, anche se è un termine fuorviante già da quando veniva utilizzato per Kathryn Bigelow), i corpi, la messa in scena.
Ha vinto, a sorpresa e fra le polemiche – oscurate dalla gaffe del presidente di giuria Spike Lee che ha annunciato il premio al momento sbagliato – la Palma d’oro a Cannes. Ha sbigottito e indispettito Nanni Moretti, che si è sentito dare dal film, come dicono i francesi, un “coup de vieux”.
È Titane di Julia Ducournau: psycho horror, gender fluid, con scene di sesso lesbico e altre sul crinale dell’incesto. E con una scena di sesso fra una donna e una Cadillac. Ce n’è a sufficienza per chiedersi se Titane sia in ritardo su Cronenberg e Lynch, o in anticipo sul futuro.
La prima volta, l’abbiamo visto a Cannes, in una sala piena di critici molto critici, in alcuni casi apertamente ostili. Adesso Titane ci riappare davanti agli occhi. E forse riusciamo a capire meglio che è un film terribile ma anche tenero, con la sua visione selvaggia, ma mai banale. Con i suoi corpi in transizione, con le sue fughe repentine verso la violenza, o l’amore.
Due righe per riassumerne la trama: una bambina vittima di un incidente d’auto, complice una lite col padre, viene operata alla testa. Ne esce con una placca al titanio e un tatuaggio di cicatrici intorno all’orecchio. E, cosa più significativa, con un equilibrio psicologico fortemente compromesso. La rivediamo adulta, interpretata dall’esordiente Agathe Rousselle, formidabile in un ruolo quasi muto. Alexia si esibisce come ballerina alle fiere di automobili, ha una rabbia interiore pronta a esplodere, a scatenarsi in un attimo. Le basta una forcina per i capelli.
Il resto è una fantasia selvaggia, che ricorda le provocazioni di Gaspar Noè, le atmosfere gelide, al neon, di Nicolas Winding Refn, le violenze coreografate, i balletti assassini di Quentin Tarantino: una scena con una seggiola da bar rischia di divenire un cult, così come la faccia di Alexia, serial killer quasi senza motivo, che prima di uccidere dice sfinita “ma quanti siete in questa casa?”. È una delle sequenze più terrificanti e insieme divertenti del film, con Caterina Caselli che canta gridando “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”, seconda popstar degli anni ’60 italiani ad apparire in un film premiato ai festival internazionali, dopo “In ginocchio da te” di Gianni Morandi che dominava una scena di Parasite di Bong Joon-ho. Chissà se, come Bong Joon-ho e Morandi che si sono ritrovati e abbracciati a Venezia, si incontreranno anche Julia Ducourneau e Caterina Caselli, prima o poi.
Seguono corpi che si trasformano, corpi che si legano in misteriosi rapporti con automobili, come in Crash di Cronenberg, esseri mostruosi che si agitano nel ventre di Alexia, con olio da motore che le esce dai seni e dalla vagina. Dopo la prima parte tutto vira, in una direzione inattesa. In una storia di salvezza reciproca fra due anime perse: Alexia che cambierà nome e identità sessuale, e un vigile del fuoco macho che si inietta steroidi, interpretato da Vincent Lindon.
Allora: prima indicazione. Inutile cercare la verosimiglianza, la logica, negli eventi del film. Occorre mettere la sospensione dell’incredulità su “on”, dall’inizio alla fine, e godersi il viaggio.
Seconda indicazione: Titane si è visto gettare addosso tutti i riflettori possibili, come quelli della Cadillac contro gli occhi dello spettatore in una delle scene cult del film. Se li è visti gettare addosso perché non ha vinto un premietto in un festival marginale, ma il premio dei premi, la Palma d’oro a Cannes. La prima vinta da una donna dopo quella storica conquistata da Jane Campion per Lezioni di piano. E dunque, niente è stato perdonato alla Ducournau. C’è chi ha visto nella sua vittoria un tributo al politicamente corretto: si parla di una regista donna che racconta la storia di una protagonista donna, con una storia in cui le categorie di maschile e femminile vengono rivisitate e ridefinite. Molto, molto “cool”.
Il titolo del secondo lungometraggio di Julia Ducournau, Titane, fa riferimento sia al metallo bianco che sta nella testa della piccola Alexia, dopo un incidente automobilistico, sia ai Titani, le divinità primordiali della mitologia greca, giganti che hanno preceduto gli dei dell'Olimpo. Alexia (la rivelazione Agathe Rousselle) e Vincent (Vincent Lindon in una composizione inedita) ci vengono presentati [...] Vai alla recensione »